Sudafrica-Swaziland-Lesotho 2015


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Cape Town vista dalla Table Mountain 

 

2 note di commento

Il viaggio si è svolto tra metà dicembre e metà gennaio, estate australe, prima della stagione delle piogge. Per entrare è sufficiente il passaporto in corso di validità per 6 mesi senza visto, vengono apposti solo i timbri in entrata ed uscita, servono almeno 2 pagine libere viste le varie entrate/uscite. La moneta in uso è il rand sudafricano (al momento stava precipitando da 14 a 16r per €) utilizzato anche in Swaziland (moneta locale, lilangeni) ed in Lesotho (loti), questi due stati battono moneta autonoma parificata al rand, la loro moneta non è però accettata in Sudafrica. Si può quindi pagare in rand ma a volte il resto è in moneta locale che è bene spendere prima di uscire. Gli sportelli ATM sono ovunque, prelevare è l’ultimo dei problemi. Tutti i prezzi riportati sono a persona quando non specificato, i prezzi dei parchi ed anche dei campsite nei parchi sono sempre divisi tra locali ed internazionali, con differenze molto importanti. Il carburante, fonte primaria di spesa, a differenza della Namibia, è sempre pagabile con carta di credito, accettata praticamente ovunque, anche per importi risibile come un caffè. La lingua ufficiale è l’inglese ma la popolazione non la parla mai, i bianchi vanno regolarmente con l’afrikaans (e vedendo dei bianchi, anche se turisti, con quella vi si rivolgono), i neri con l’idioma della loro tribù, in ogni caso tutti la parlano, a meno che non si finisca in angoli dimenticati del paese, vedi lungo le strade sperdute tra le montagne della wild coast o nei villaggi fuori zona del Lesotho. In questi luoghi la connessione telefonica latita, mentre nelle città e nei luoghi turisti non è un problema, per chi vuole rimanere sempre connesso il wi-fi invece è un problema, raramente i campsite ne sono dotati, capita giusto in quelli molto piccoli presso l’abitazione del proprietario. Ristoranti in città invece connessi, ma per un viaggio tipo questo ci è accaduto solo alla partenza ed all’arrivo a Cape Town. Le indicazioni stradali sono spesso in 2 lingue, inglese e afrikaans, quando si esce dai percorsi più battuti più facile trovare solo l’afrikaans, esempio Cape Town diventa Kaapstad. Per girare lungo strade, sentieri e a volte il nulla ci siamo avvalsi di varie mappe tra cui quelle della InfoMap e della MapStudio comprate sul posto verificandole di persona, di un semplicissimo navigatore satellitare open source Be-On-Road (non necessita di collegamento dati, aggiornabile gratuitamente in rete, utilizzabile su smartphone o tablet), ma soprattutto delle dettagliate mappe che ogni parco mette a disposizione, dove sono riportati gli avvistamenti più probabili di ogni tipo di animali, in vendita solitamente nel parco stesso. Per viaggiare avevamo noleggiato con anticipo di oltre un mese un pick-up furgonato doble cab 4x4 fornito di equipaggiamento completo per camping in pratici cassettoni scorrevoli, con 2 tende sul tetto, tramite Britz, dotato inoltre di 2 serbatoi per un’autonomia di 150 litri oltre ad un serbatoio per l’acqua (non potabile) da 40 litri con rubinetto sul retro, volendo lucchettabile, soluzione molto pratica. Il 4x4 (meglio ancora una grande luce a terra) è obbligatorio in alcuni parchi (non nel Kruger), altrimenti non si possono visitare in autonomia. Percorsi 8.490km, a parte qualche foratura, senza il minimo inconveniente, nemmeno la necessità di un rabbocco che non sia stato di gasolio. Il pick-up, a differenza del camper, permette di affrontare qualsiasi escursione senza doversi affidare a guide (costose, non sempre disponibili), occorre appoggiarsi ai campeggi, ma pensare di fare campeggio libero non è una grande idea.

Ippopotami al Nsumo Pan, uMkhunze Game Reserve
1° giorno

Effettuato il check-in on line nelle 24 ore antecedenti il volo, al banco bagagli dell’Emirates dell’aeroporto di Bologna la fila è praticamente inesistente (non così per chi non aveva fatto il check-in on line) così in un attimo ci registrano gli zaini, ci forniscono le carte d’imbarco (quelle stampate on line si possono anche non portare, non serve nemmeno il pdf su qualsiasi tipo di device, il check-in on line si collega al numero di passaporto), la carta frequenty flyer dove accumulare miglia ed un buono pasto da utilizzare in attesa a Dubai. Le procedure di controllo sono veloci ed altrettanto velocemente saliamo su di un nuovo Boeing 777-A300 destinazione Dubai dove atterriamo dopo 5:30, pasto e rinfresco già consumati. A disposizione svariati intrattenimenti sullo schermo personale, compresi tra oltre 500 titoli di film almeno un centinaio in versione italiana, ma se non c’è nulla di proprio gusto vi è un ingresso usb per le proprie memorie. L’aeroporto di Dubai, che sarà il massimo come centro commerciale, non è però particolarmente funzionale, la maggior parte dei voli non è connessa alla struttura principale tramite maniche, occorre prendere bus che impiegano circa 20’ per arrivare a destinazione, tra curve, incroci, frenate che mandano a terra più persone. Controlli in arrivo velocissimi, poi vista la lunga attesa prendiamo visione dell’aeroporto e dopo meditata scelta optiamo per spendere il nostro vaucher al Thai Express. Il wi-fi dell’aeroporto, funzionante mediante registrazione gratuita, offre un’ora di connessione, volendo ci sono anche alcuni pc a disposizione che funzionano con analoga modalità. Ci facciamo un giro dell’aeroporto, poi trovando libere comode poltrone (nella zona C ma non lungo il corridoio principale) ci riposiamo per non dire che ci addormentiamo.


2° giorno

Il volo Emirates per Cape Town ancora con Boeing 777-A300 è puntuale, arriviamo dopo 9:05 e 7.650km, avendo mangiato più volte, ma non essendo un volo notturno non viene offerto il kit confort, almeno in classe economica. Intrattenimenti di ogni tipo a bordo, il viaggio passa senza eccessivi problemi. All’arrivo le pratiche d’ingresso portano via quasi un’ora non tanto per la lunghezza ma per il fatto che oltre 500 persone nello stesso momento con soli 4 sportelli a disposizione necessitano di tempo Effettuato un prelievo da uno dei tanti ATM, preferibili agli sportelli di cambio, lunghissimi nell’operazione, prendiamo il taxi (190r, 25’) che l’ostello ci aveva prenotato per andare al Carnival Court Backpackers (300r con wi-fi, bolgia serale perché fa anche da locale ma niente colazione), prenotato in precedenza visto il periodo di vacanze dei sudafricani. Il posto è lungo Long Street, la via del divertimento, se cercate calma e tranquillità statene lontani, almeno a dicembre. Da qui ci dirigiamo a piedi a far serata al Victoria & Alfred Waterfront accorgendoci in breve che lasciata Long Street nessuno si muove a piedi. Il V&A è la zona del porto, vivacissima di sera soprattutto da parte delle famiglie in vacanza, zeppa di negozi e ristoranti, tutta illuminata a giorno, con una brezza che arriva dal mare in forte contrasto col caldo del pomeriggio, si passa da una zona all’altra tramite pontili mobili, l’area già notevolmente sviluppata è comunque in forte espansione e tante gru stanno a fianco di enormi grattacieli in costruzione. La vista da qui è incantevole, con la Table Mountain che anche di sera regna sovrana sulla città. Ristoranti affollatissimi, dopo aver perlustrato in lungo e largo l’area optiamo per un Spur’s (190r, wi-fi a disposizione), e rientriamo quando una felpa diventa consigliata data la temperatura. Siamo praticamente gli unici a muoverci a piedi, ci sono giusto 2 ragazze che conoscono la zona e ci insegnano a tagliare il percorso lungo ponti pedonali per approdare in Long Street dove la festa è mobile e senza fine. Reduci da una notte non al massimo in aeroporto vorremmo provare a dormire prima dell’alba, ma la festa al backpackers impazza fino almeno alle 4, così dormire non è per nulla semplice, ma l’impatto con Cape Town non si può certo definire negativo, anzi.


Qiloane, Lesotho

3° giorno

Sveglia di buon mattino per sfruttare al massimo la giornata, mentre alcuni reduci dalla serata sono in qualche angolo del locale a riprendersi. Cafè Blu Bar per una colazione spartana (25r) e da lì direzione Castle of Good Hoop dove arriviamo avendo attraversato i Company’s Gardens e la Grand Parade, una piazza di per se senza nulla da dire non fosse per l’alto valore simbolico perché qui pronunciò il primo discorso da uomo libero Nelson Mandela. Il castello (30r) è una costruzione dovuta agli olandesi, in larga parte ricostruito ed utilizzato dall’amministrazione locale, ma nel patio principale si può ancora vedere un cannone che spara (a salve, ma attenzione al boato), vi si trovano 2 musei dove fare pratica con la storia del Sudafrica e con l’epopea delle lotte anglo-boere-zulu, ed immancabile la salita ai bastioni dove da quelli frontali si gode un ottimo panorama della città e delle montagne. Da qui gironzolando a piedi arriviamo al Nelson Mandela Gateway, da dove nel primo pomeriggio salperemo per Robben Island. Vediamo il V&A Waterfront alla luce del giorno, poi alle 13 nonostante la prenotazione effettuata con largo anticipo (290r) affrontiamo un’interminabile coda per salire sulla nave destinazione appunto Robben Island, la famigerata prigione che ha ospitato numerosissimi prigionieri politici della lotta per l’indipendenza contro l’apartheid, fra cui Nelson Mandela che qui è stato trattenuto per 18 lunghissimi anni, dei complessivi 27 trascorsi in cella. Ora il luogo è nella lista dei siti patrimonio Unesco dell’umanità, lo si raggiunge in circa 30’ attraversando un tratto di mare molto mosso in compagnia di qualche balena, le ultime presenti nel periodo. All’arrivo si viene caricati su pulman che portano ad un giro dell’isola con sosta ad un punto ristoro (prezzi modici x tutto quanto a disposizione) sul versante rivolto al continente da dove si gode una suggestiva vista della città e della Table Mountain. Una volta entrati nella prigione veniamo presi in carico da un ex detenuto che con uno slang personalissimo spiega fatti e misfatti del tempo che fu, ci mostra refettorio, celle, elenco dei personaggi più noti poi lascia un po’ di tempo a disposizione per terminare il percorso e rientrare al porto a piedi, porto che è decorato con numerosi murales a ricordare la tremenda storia del luogo e della nazione, coinvolte figure politiche sudafricane ma anche dei vicini stati ora indipendenti, come Namibia e Botswana. Sull’isola anche ora in piena estate tira un forte vento che abbatte la temperatura, pensare alle sofferenze dell’inverno in questo luogo con una coperta e poco più vien male. Il rientro in nave è caratterizzato da una frenata improvvisa, una balena poco attenta alle precedenze ha attraversato all’improvviso e per non incrociarla più persone della nave son finite a terra, ma lo spettacolo dell’enorme balena ritardataria va sopra a tutto. Dal Waterfront con un taxi (150r dopo trattativa dai 300r iniziali, un furto tentato…) ci facciamo accompagnare alla Lower Cabloway Station da dove salire alla Table Mountain (120r a/r, quando arriviamo alla biglietteria siamo già in tariffa sunset), idea che condividiamo con un mare di persone. Terminata la coda di circa 90’ saliamo pure noi sulla grande funivia rotativa, fatta in maniera che tutti possano godere del panorama. All’arrivo pare che mezza Africa si sia data appuntamento quassù, del resto il tramonto spiegherà il perché. I tanti sentieri sono invasi da gente pronta per questo strepitoso spettacolo della natura dotati di cibo e bevande, il tramonto con la città da un lato e le montagne increspate fino al Capo di Buona Speranza dall’altro è qualcosa da brivido. Si rimane incantati, l’orario dell’ultima discesa che dice ore 20:30 è disatteso da quasi tutti, così quando il buio è già totale ed il freddo pungente rimaniamo a lungo in fila arrivando all’uscita della funivia alle 22 passate. Da lì in taxi (100r) rientriamo in Long Street dove facciamo tappa al ristorante cubano Buena Vista Social Club Cafè (175r, con wi-fi) proprio di fronte al backpacker, ce la prendiamo comoda tanto pure questa sera c’è fiesta e dormire subito un’utopia. Per entrare al backpacker per i non residenti si paga pure, problema che non esiste per noi, certo l’età media di chi frequenta il luogo è bassissima ma nessuno sembra incredulo nel vederci, notiamo fin da subito che qui lo strano non è dato dalle frequentazioni in età diverse ma da etnie distinte. I bianchi fanno gruppo con i bianchi, i neri con i neri, e questo perché siamo nella cosmopolita Cape Town, in seguito si vedranno i bianchi in vacanza far festa mentre i neri sempre al lavoro, un’integrazione ancora molto lontana. 


I ponti sospesi nello Tsitsikamma NP 

   

4° giorno

Sveglia di buon mattino, colazione da Yours Truly (36r) e dopo aver recuperato gli zaini un addetto della Britz alle 8:45 è già pronto per portarci a ritirare il mezzo con cui ci gireremo il sud dell’Africa. Il luogo dove questi mezzi escono si trova di fronte all’aeroporto (Britz, Maui, Kea fan parte dello stesso gruppo e si trovano nello stesso luogo), le pratiche sono veloci perché avevamo già definito tutto in precedenza tramite drivesouthafrica, con i quali trattato pure uno sconto che si sviluppa nel concederci gratuitamente tutte le assicurazioni aggiuntive senza nessuna franchigia o danni a vetri e gomme. E’ più lunga la presentazione di tutto quanto avremo a disposizione, anche se avendo già alle spalle l’esperienza della Namibia dello scorso anno molte cose già le conosciamo. Il mezzo è dotato di tantissimi attrezzi compreso il preziosissimo frigo, curiosamente è targano Windhoek, Namibia, e questo lungo il viaggio scatenerà la curiosità di più persone. Preso possesso del potentissimo pick-up Nissan 2.5 diesel (molto meglio del benzina dello scorso anno) facciamo tappa al primo pick’n’pay per far spesa di generi alimentari e di quelle poche cose non in dotazione, come filo e mollette per stendere, spugna e asciuga piatti, lampada, zampironi scaccia zanzare e poco altro dato che di serie c’è veramente di tutto e di più. La destinazione odierna riguarda la penisola di Cape of Good Hope nel Table Mountain NP, con prima sosta a Boulder per l’accesso alla spiaggia dei pinguini (65r). Una passerella conduce al luogo preferito di questi piccoli e numerosissimi pinguini africani, abituati alle persone e quindi pronti a mettersi in mostra senza paura. Riprendiamo la M4 verso sud, la zona è turistica e trafficatissima, passare i tanti villaggi richiede tempo, ma più si alzano le montagne e meno gente si vede, così all’ingresso del parco (125r) si viaggia tranquilli in uno scenario sempre più affascinante. Il capo non è il punto più meridionale del continente e nemmeno il punto dove gli oceani s’incontrano, ma a tutti gli effetti è il luogo simbolo della fine di un continente, anche per lo splendore del posto. Preferiamo visitare prima Cape Point, dal punto di vista scenografico il top del capo, la salita al faro si può evitare con una funicolare, ma perché perdersi la possibilità di godersi ogni singolo passo per arrivare in cima? Da qui si può proseguire per il piccolo e vecchio faro proprio alla fine della terra, sembra vicino, in realtà 20’ occorro per arrivare, anche se l’accesso al faro è vietato, ma la vista super. Il rientro è in salita, da qui si può andare a piedi verso Cape of Good Hoop, ma poi rientrare per il pick-up diventerebbe una questione lunga, così andiamo in auto alla fine del continente dove farsi immortalare col celebre cartello indicatore è un obbligo. Il posto non è così affascinante come Cape Point anche se molto più simbolico, risaliamo la montagna sullo sfondo giusto per poter vedere tutto il capo a 360°. Non essendoci campsite in zona dobbiamo a malincuore rientrare non prima di aver fatto tappa alla croce di Vasco de Gama, ci accorgeremo in seguito che tra Vasco de Gama e Bartolomeo Diaz la costa è piena di tracce di questi due esploratori portoghesi. Percorriamo la costa ovest salendo e scendendo le montagne della M65 passando da Scarborough, attraversando Misty Clifts fino a Kommetje dove pare ci sia un campeggio. Giriamo a lungo, tutti ce ne indicano uno a Imhoff ma le indicazioni portano ad una farm che non ospita campeggiatori. A lungo chiedendo troviamo l’indicazione giusta e giungiamo ad un campeggio non proprio di alto profilo, l’Imhoff Park (130r), vicino al mare del quale si sentono le onde ma non si vede nulla, l’idea di avere wi-fi tramonta immediatamente, ma va bene così tanto abbiamo tutto quanto ci serve per la prima cena da campo in autonomia. Temperatura buona, anche se una felpa leggera non guasta. Percorsi 130km, tutti su strade in buone condizioni, traffico a parte.   

 


Montagne di velluto nella Malolotjia NR

5° giorno

Prima colazione da campo e dopo sosta al Poi Market di Sun Valley per le dimenticanze riscontrate nella dotazione del mezzo (poca roba a dire il vero) iniziamo il viaggio vero e proprio tagliando il capo lungo la M65 per costeggiare l’oceano sulla R310 per inserirci nella N2, un’interminabile arteria che lambendo tutta la costa porta a Johannesburg. Ma prima di trovarla costeggiamo l’enorme township di Khayelitsha, di cui poco si parla anche a Cape Town, turisticamente al momento è molto di tendenza quella di Nyanga. Km e km di township, il vento porta plastica, detriti e rifiuti in ogni dove, coperti campi e strada. La nostra meta è Hermanus, la città delle balene, sappiamo di essere fuori tempo massimo ma un tentativo lo facciamo, anche se a vuoto. Nonostante il tempo pessimo, non piove ma il cielo è coperto da nuvole basse che promettono pioggia, il posto è preso d’assalto dai villeggianti locali, difficile pure trovare uno spazio per parcheggiare (4r x h). Fortunatamente troviamo un posto proprio a ridosso del Cliff Path Walking Trail che percorriamo in direzione nord senza però nessun avvistamento, unico animale intravisto sulla terra ferma però, la procavia del capo. Riprendiamo la via senza rientrare sulla N2, percorriamo vie minori, a volte sterrate passando per il caratteristico borgo di Elim, dove le abitazioni hanno i tetti di paglia, uno spaccato di Irlanda al sud, Elim nacque come missione morava oltre 2 secoli fa. Da qui tagliando sempre su strade sterrate passiamo per la zona paludosa di Soetenddalsvlei, peccato che il tempo sia brutto così i colori si spengono. Arriviamo quindi a Struisbaai e da lì l’Aguilhas dista poco, vogliamo simbolicamente toccare terra a Cape Aguilhas dove l’Oceano Indiano incontra l’Oceano Atlantico. Il vento la fa da padrone, lungo una passerella di legno arriviamo al punto terminale di un continente, onde alte ma non pensiate di vedere la netta separazione dei 2 mari, non fosse per il cartello che li indica sarebbe difficile capirlo. Il tempo inclemente ci fa velocemente lasciare il posto, proviamo a visitare l’attiguo faro che funge anche da museo ma chiude anzitempo (prima delle 17), date le condizioni atmosferiche decidiamo di non fermarci in uno dei campsite presenti ma tentare la sorte rientrando lungo la N2 e almeno sperare che il vento si plachi. Saltiamo così il passaggio alla De Hoop NR e puntiamo diritto a Swellendam dove troviamo una sistemazione al deserto Caravan Park (67r solo contante, non wi-fi). Riusciamo ad aprire la tenda e prepararci la cena prima che la pioggia diventi costante e intensa, sperando che la tenda regga il carico di pioggia che la notte promette. Percorsi 368km, su strade asfaltate e sterrate, entrambe in buone condizioni.


Attraversamento stradale nel Kruger NP, Sudafrica

6° giorno

Quando la despertadora ci richiama ai nostri compiti verifichiamo come la tenda abbia retto perfettamente alla pioggia, tentiamo di prepararci una rapida colazione usando proprio lo spazio coperto che lasciano le 2 tende come riparo, la buona notizia arriva dal cielo, lungo la M2 per Mossel Bay il clima torna ottimo e possiamo visitarci la cittadina che dista 9km dalla via principale in tutta tranquillità. L’attrattiva principe del posto è il Diaz Museum Complex (20r+20r x salire sulla caravella, 5r per il parcheggio), insieme di più luoghi e strutture interamente dedicate all’esploratore portoghese ed alla sua impresa di primo uomo a circumnavigare il Capo di Buona Speranza. Si visitano, musei, sorgenti d’acqua (di primaria importanza stivarla per i lunghi periodi in mare aperto), granaio, per arrivare infine alla copia perfetta della caravella utilizzata nel XV secolo. Questa caravella è stata ricostruita per festeggiare l’anniversario dei 500 anni del viaggio, dal Portogallo è arrivata fino a Mossel Bay via mare ovviamente solo a vela, impiegando 3 mesi, la metà di quanto impiegò Diaz. Girare per Mossel Bay in questi giorni è un po’ come voler percorrere in auto Rimini il 14 agosto, per raggiungere The Point impieghiamo troppo tempo per i nostri gusti così affrettiamo la visita (per chi vuole si può fare il bagno evitando l’oceano ma sfruttando una piscina naturale protetta da enormi rocce) e facciamo scorta di biltong diversi da Alec’s Bitong (390r al kg). Il biltong è lo snack nazionale, si tratta di carne essiccata, nei market vendono solo quello di manzo, mentre nei negozi specializzati c’è l’imbarazzo della scelta, spingbok, kudu, eland, zebra, struzzo, giraffa, insomma un po’ tutti gli animali che in queste lande sono la quotidianità. Ripartiamo ma dopo breve lasciamo nuovamente la N2 per inoltrarci sulle limitrofe montagne, i passi della zona riscuotono grande richiamo. Saliamo all’Oteniqua Pass lungo un’autostrada avvolta tra le nuvole, non si vede nulla, mentre appena iniziamo a scendere il sole torna padrone e all’improvviso pare di essere tra le valli del Trentino, anche se qualche gabbiano gironzola in direzione oceano. Per ritornare sulla costa affrontiamo il Montagu Pass, aperto solo a mezzi 4x4, tutto un altro scenario ma ovviamente ancora nel mezzo delle nuvole. Giunti a George con destinazione Knysna, cerchiamo la via panoramica che attraversa il Garden Route NP, affrontando in sequenza Hoogerkrall, Karatara, Homtini e Phantom pass, niente d’indimenticabile ma alternativa fuori dal traffico lungo parti in sterrato a parti in asfalto, non sempre ben conservato. Arriviamo verso sera a Knysna, città turistica oltre maniera e capitale delle ostriche del SudAfrica, trovando a fatica un posto nel campsite Woodbourne Resort&Camp (170r solo contanti, no wi-fi) che si trova nei paraggi di The Heads, il luogo più fascinoso della grande baia, raggiungibile a piedi per un tramonto con i fiocchi. Il camp è affollatissimo, tanti motociclisti presenti con al seguito van d’appoggio (facile così!!!), riparato dal vento proprio dal promontorio, così prepararci la cena non è un problema. Percorsi 369km su strade di tutti i tipi, in generale sempre buone tranne qualche tratto asfaltato in zona George-Knysna. 


Paternoster, nel Cape Columbine, Western Cape, Sudafrica

7° giorno

Durante la notte piove, la tenda però continua a resistere impassibile e fortunatamente di mattina il sole ricompare, così dopo colazione facciamo tappa in cima a The Heads. Ci sono alcuni sentieri con punti panoramici splendidi, sia verso la laguna interna di Knysna sia sul drammatico imbocco dall’oceano alla laguna, definito a suo tempo dagli inglesi l’accesso al porto più pericoloso al mondo. Lungo la N2 continuiamo ad andare verso est lasciandola per entrare nello Tsitsikamma NP lungo la R102, appena oltrepassato il confine tra Eastern e Western Region. Conosciuto per i suoi fiumi che tagliano canyon prossimi al mare (non a caso la traduzione dal khoesan di Tsitsikamma significa “molte acque”), la prima tappa è a Nature’s Valley, villaggio immerso in un verde da cartolina con laguna interna dove pescare e nuotare, visto che appena si oltrepassano le dune e si arriva al mare l’oceano respinge anche i più intrepidi se non dotati di tavola da surf. La strada sale verso il Bloukrans Pass regalando ottime immagini nel suo insieme, ma il cuore del parco è altrove, presso Storms River Mouth (90r). Si parcheggia ad oltre un km dall’inizio dei sentieri perché i turisti sono tantissimi, la particolarità dei sentieri che risalgono l’estuario del fiume è data dai grandi ponti sospesi che occorre affrontare con circospezione poiché non “ballare” è praticamente impossibile. Lo scenario al di là dell’esperienza sui ponti è splendido, il fortissimo vento tiene lontane le nuvole ed il sole picchiando fortissimo acuisce i colori. Usciti dal parco affrontiamo il primo rifornimento, comprendendo che per riempire entrambi i serbatoi occorrono almeno 15’ se non 20’. Così facciamo sosta per rifocillarsi, nelle aree di sosta delle autostrade si trova di tutto, compresi vari ATM. Da qui rientrati sulla N2 la lasciamo per tagliare in direzione Addo Elephant NP, prendendo però strade minori, la R102 e a seguire la R334 e 335, in zone a minore densità abitativa fino all’omonimo villaggio di Addo, poche case/baracche in un altipiano polveroso in forte contrasto con quanto visto fino ad ora. Essendo il campsite del parco esaurito troviamo l’ultima piazzola disponibile all’Addo Homestead Caravan Park, che sarebbe lo spazio circostante la fattoria di una famiglia locale, quanto di più afrikaans si possa immaginare (95r pagabili con carta, con wi-fi presso l’abitazione ed il portico antistante, altri campeggi qui non ci sono, all’unico che reca ancora un’insegna non risponde nessuno). Fortunatamente il piccolo campeggio è attorniato da enormi e frondosi alberi che proteggono dal vento altrimenti la preparazione della cena sarebbe stata complessa. Terminata questa ed il relativo lavaggio stoviglie c’è quindi tempo per connettersi al mondo che da qualche giorno avevamo abbandonato. Percorsi 380km, su strade di vario tipo ma sempre in buono stato.


Leone nel Kruger NP, Sudafrica

8° giorno

Colazione al campo, lasciamo rapidamente il posto per entrare quanto prima possibile all’Addo Elephant NP (232r). Le strade sono sterrate ma in buono stato, oltrepassato il centro visitatori prendiamo la strada per la zona sud-est facendo il giro largo verso Zuurkop Lockout. Iniziamo a vedere i primi animali, zebre a non finire, kudu, facoceri, eland, alcefali, però niente leoni anche se ne viene segnalata la presenza, ma è quanto giungiamo alla Haapor Dam che veniamo invasi dagli elefanti. Tanti, tantissimi, famiglie intere in libera uscita, chi gioca, chi si nasconde in acqua e chi cerca di imporsi, almeno un centinaio di elefanti a pochi passi, curiosi ma non interessati ai mezzi che stazionano nei dintorni. Terminati altri percorsi ad anello tappa al Jack’s picnic site, area protetta dove poter pranzare (non c’è nulla in vendita, occorre portarsi tutto al seguito) ed utilizzare i servizi igienici senza temere l’arrivo di un grosso animale, ci sarebbero pure i leoni, ma pare che da tempo nessuno li abbia avvistati. Riprendiamo il cammino entrando nella parte sud, Colchester section, meno avvistamenti ma morfologia del territorio interessante, questa parte è transitabile solo con un 4x4. Terminata l’escursione all’Addo tra un numero ragguardevole di animali avvistati, tanto che la proliferazione degli elefanti sta diventando un problema, rientriamo nella N2 e ci spostiamo più a est possibile, passando East London per trovare un campsite a Chintsa est, raggiungibile con una deviazione di 10km dalla N2. Da non confondere Chintsa Est con Chintsa west, vicine ma non collegati direttamente l’una con l’altra. Il locale campeggio Arendsnes (125r), ci mette a disposizione l’ultima piazzola libera, non proprio il massimo, ma alternative non ne avevamo. I servizi sono pochi per tutta la gente che vi staziona, la maggior parte dotati della propria imbarcazione per pesca d’altura, una mania locale da qui fino al confine col Mozambico. Cena al campo, abbastanza protetto dal vento quindi nessun problema per il fuoco. Percorsi 399km, su strade buone, comprese quelle nell’Addo.


Blyde River Canyon visto dal punto panoramico di Three Rondavels, Sudafrica

9° giorno

Colazione al campo, rientriamo sulla N2 che sale in direzione del passo nei paraggi del canyon del Great Key River Brigde, splendido scenario, ma lungo la N2 non ci sono piazzole panoramiche per riprendere la zona. Si sale e scende, ci teniamo sulla statale fino al bivio con indicazione Elliotdale, vogliamo perderci nella Wild Coast meno battuta e ci riusciremo perfettamente. L’asfalto termina quanto prima, le indicazioni scarseggiano, quasi nessuno della locale popolazione xhosa parla inglese o sa della Dwesa NR, ad un distributore di benzina, l’unico per tanti km con pagamento solo in contanti, facciamo rifornimento ed otteniamo info preziose ma troppo limitate. Proviamo a seguire le info che ci son state date, percorriamo luoghi poco battuti ma contraddistinti dalle abitazioni tipiche degli xhosa, rondavel tondi con tetto di paglia e solito copertone di auto al centro a bloccare il tutto. Predominanza del colore turchese, ma non solo, altra annotazione, anche le più recenti e ben costruite sono dotate di toilette esterna. Dopo un certo numero di km nel nulla arriviamo ad una riserva, The Heaven, che però non è la riserva naturale vera e propria, quella si trova sull’altro lato del fiume Mbashe, in linea d’aria 4km, su strada 96…Ritorniamo sulla via appena percorsa cercando con attenzione il bivio giusto, lo troviamo dopo molteplici consigli, anche quello relativo a 14km della morte in piena montagna. E così si rivela il percorso, si sale e scende senza soluzione di continuità, c’è da dire che le viste sono splendide e ripagano la fatica, soprattutto quando si sale e scende per oltrepassare il fiume Nqabara. La gente è cordiale ma un po’ stranita del nostro passaggio, la difficoltà linguista non aiuta, si va poco oltre ad un destra/sinistra con disegnato dove svoltare. I 96km che ci erano stati indicati, ai quali non credevamo, sono reali, ma passato il primo tratto lo sterrato non è male così azzeccando qualche bivio dubbio giungiamo all’ingresso della Dwesa NR (piazzola x camping fino a 4 persone 233r, compreso ingresso alla riserva, no energia elettrica, e wi-fi, i bagni sono molto distanti dalle piazzole più belle disposte lungo il fiume). C’è ancora tempo per esplorare la riserva, l’addetto ci apre la sbarra e ci impone di rientrare entro le 18, altrimenti chiuderà l’accesso con un lucchetto, per il resto possiamo andare dove vogliamo, anche dove il sentiero non c’è. Quindi si parte per escursioni che sanno quasi di esplorazioni, non incontriamo nessuno, a parte un addetto a piedi che carichiamo per un tratto lasciandolo per andare in successione in esplorazione a Kobole Mouth, Dwesa Point e Mendu Point. Per arrivare ad ammirare una costa assolutamente selvaggia dove il verde dei parti precipita nel blu cobalto di un mare increspato da onde enormi occorre abbandonare il buon senso, andare avanti a prescindere dal fatto di non avere un sentiero. Così portiamo il nostro pick-up proprio a bagnare le gomme, ovvio che occorra un 4x4 robusto, dotato di ridotte ma soprattutto molto alto da terra. Per rientrare occorre trovare il passaggio nella foresta, fortuna che l’erba che avevamo calpestato all’andata non si è ancora ripresa, unico modo a occhio di infilare il passaggio corretto. L’escursione è entusiasmante, ovviamente non calcoliamo i tempi giusti e giungiamo alla sbarra ben dopo l’orario di chiusura, ma come prevedibile nessuno è venuto fin qui a serrarla, quindi prendiamo possesso della piazzola in un buio che col passare del tempo diventa sempre più chiaro, abituandoci appunto al buio aiutati da una luna piena, mentre le rane fanno un concerto che non ne vuole sapere di terminare. Finita la cena che predisponiamo grazie anche ad un terrapieno che ci permette di mantenere il fornello a gas protetto, vediamo di difenderci dalle scimmie molto amanti del cibo mentre le gazzelle non hanno paura di venire al nostro tavolo, dormire è un’impresa perché c’è sempre una rana che lancia l’assolo e a quella rispondono decine e decine, per un concerto che nemmeno in centro a Cape Town avevamo sentito! Percorsi 351km quasi tutti su sterrato, una parte in pessime condizioni, da 20km in un’ora.


Nei pascoli del Lesotho, con i tipici copricapo e coperta

10° giorno

Tira un vento che sembra far volare via il mondo intero, far colazione un’impresa ma riducendo le aspettative con qualcosa ci scaldiamo e poi si parte. Vogliamo arrivare a Coffee Bay ma farlo a modo nostro, ovvero tagliando le montagne e non ritornare sulla N2. Ma non è così semplice, la soluzione arriva quando chiedendo ad un conducente di un mezzo collettivo fa scendere un passeggero che carichiamo noi perché lui conosce la strada. Passiamo tra sentieri, villaggi che sembrano disabitati ma qualcuno spunta sempre, le montagne della wild coast sono decisamente abitate, il percorso è bello e vario, scarichiamo il passeggero nel nulla e con le sue indicazioni giungiamo a Coffee Bay, paese incastonato tra le montagne con sbocco al mare, molto new age. L’attrazione principale però è qualche km a ovest, lungo una strada che prima corre a precipizio sulla costa poi rientra tra le montagne con viste spettacolari, anche se nel mezzo di un vento proibitivo, scendere per una foto un’impresa. Quando giungiamo nei dintorni di Hole in the wall c’è la corsa ad attenderci tra chi vuole custodirci l’auto (20r) e chi ci vuole portare lungo il sentiero. Non vorremmo visto che si vede chiaramente dove occorre dirigersi, ma in 3 vengono ugualmente dicendo che gli andrà bene qualsiasi rand che gli daremo. Purtroppo la giornata è coperta ma lo spettacolo delle montagne in mare con al centro quella contraddistinta da un’enorme apertura dove s’infrangono onde maestose non è qualcosa di minore. Il rientro lo facciamo passando tra i faraglioni più a nord-est, sporsi per foto sconsigliato perché sembra di prendere il volo. Al rientro al mezzo le guide ci chiedono una cifra spropositata così non gli diamo nemmeno quanto avevamo già messo da parte, continuiamo lungo la via per non oltre 500m, dall’alto della collina la vista totale è mozzafiato, e chissà, sarà stato il vento a bucare una gomma. A Coffee Bay ci dicono di chiedere di Magik sulla collina per riparare la gomma, giriamo più volte non identificando il gommista, quando un ragazzino si presenta come Magik e visto il danno dice che non c’è problema, non serve nemmeno smontarla. Pianta un punteruolo nella gomma per far uscire il chiodo, poi in un altro ci mette una striscia di caucciù, lo inserisce nella gomma, leva il punteruolo e col caucciù rimasto all’interno (a dire il vero una parte anche all’esterno) gonfia la gomma è tutto è sistemato. Ci chiede 90r, che sembra nulla, poi ci accorgeremo che è perfino tantissimo. La riparazione ha portato via pochissimo tempo, possiamo riprendere il viaggio verso Port S. Johns sempre lungo sentieri interni non segnalati. Tentiamo, anche se con poca convinzione, se il navigatore veda qualcosa e magicamente identifica un percorso, fra tratti sabbiosi, rocciosi e bivi dubbi arriviamo comunque a destinazione quando un rovescio di pioggia ha reso i sentieri di montagna un pantano unico, tanto che alcuni passaggi diventano fattibili solo inserendo le ridotte. Il paese è congestionato dal traffico creato dai tanti pulmini collettivi che hanno la base in pieno centro, facciamo spesa ad uno Shoprite proprio sulla via principale poi proviamo a trovare un campsite, essendo la vigilia del natale è tutto pieno, anche le piazzole lungo la strada per le grigliate serali. Qui c’è una cosa sola che unisce bianchi e neri, la griglia!!! C’è posto solo all’orribile Bulule (200r x piazzola + 50r a testa, si può pagare con carta, non wi-fi) nella zona delle spiagge. Molti degli abitanti locali sono xhosa pronti a festeggiare il natale in abiti tipici e colorati in viso, il fumo delle griglie riempie già l’aria ed il cielo. I suoni della festa incalzano, nel nostro campeggio il bar è uno dei luoghi designati, i terribili bagni, frequentati più da ragazze che prima si fanno il trucco e poi passano a vomitare, sono da inchiesta, ma questo è quanto si può trovare in un luogo turistico per popolazione autoctona, niente afrikaans per intenderci, starebbero male al solo pensiero di entrarci. La pioggia interviene a spegnere le danze dopo che caduta a spizzichi e bocconi ci aveva permesso di prepararci una cena di minima, il cenone di natale non sarà da smaltire. Percorsi 299km, tutti su sterrato, sovente pessimo.


Bo-Kaap, il quartiere malese di Città del Capo

11° giorno

La pioggia non intende smettere, la notte è un continuo e così la mattina, riposizioniamo le tende sul tetto e partiamo per trovare colazione in un locale della cittadina da Steve’s (45r, con wi-fi), pochi avventori in questa mattinata natalizia, tra quelli uno elegantissimo in procinto di entrare in chiesa ma che prima si lava diligentemente le mani in una pozzanghera. Abbiamo nuovamente una gomma bucata, anche questa volta riusciamo ad arrivare da un gommista senza doverla sostituire, per il gommista la festività non esiste, anzi ha più lavoro del solito ma capendo che siamo di passaggio si adopera immediatamente per una cifra talmente bassa che vien da chiederci se abbiamo capito bene (25r), utilizzando il solito metodo del punteruolo. Prendiamo la R61 che seguiamo fino a Redoubt, il tempo è pessimo, le nuvole basse regalano spesso pioggia, la strada è asfaltata ma con grandi buche, quando giungiamo a Redoubt azzardiamo il taglio verso Izingolweni, abbandoniamo l’asfalto per uno sterrato che con la pioggia diventa fango puro. Si sale e scende per oltrepassare il fiume Mtamvuna che segna il confine tra la regione dell’Eastern Cape e KwaZulu Natal, il tempo migliora e l’ultima parte del sentiero è in condizioni migliori, passando tra tanti piccoli villaggi. Ritroviamo l’asfalto della N2 che abbandoniamo poco dopo Paddock per andare all’Oribi Gorge NR, il cui ingresso settentrionale è in corrispondenza del piccolo campsite, tutto esaurito. Percorriamo così la strada che scende un lato del canyon per risalire sulla parte ovest dirigendoci al Lake Eland GR, splendido parco tra animali, canyon, placidi laghetti, percorsi a piedi di ogni tipo e lungo canopy. Qui c’è possibilità di campeggio (120r con annesso ingresso al parco, no wi-fi), preferiamo le piazzole più distanti ma direttamente sul lago, dove arriveremo solo in serata, il pomeriggio è destinato alla perlustrazione della riserva che risulta piena di animali, tra cui il blesbok, un’antilope contraddistinta da un muso schiacciato e bianchissimo. La particolarità del luogo è data ovviamente dai canyon, purtroppo il pessimo clima limita sia gli spostamenti sia soprattutto le viste, affrontiamo il superamento del suspension brigde proprio in un momento di pioggia e vento, ogni passo pare effettuato durante il terremoto con secchiate d’acqua gelida in faccia, ma volete mettere l’esaltazione dell’impresa compiuta? La maggior parte degli animali (kudu, eland, blesbok, zebre) si avvistano nella parte alta, mentre la parte bassa, percorribile solo con un 4x4 è più interessante per il lago. Il percorso di canopy oggi non è funzionante causa condizione climatiche avverse, nella parte bassa i mezzi devono prestare attenzione agli avventori perché se ne condivide la via. Prendiamo possesso di una piazzola sulla riva, i servizi a disposizione sono ottimi, c’è possibilità di vari percorsi a piedi ed un piccolo ponte cigolante permette di andare su di un’isola nel lago, invasa da uccelli vocianti. All’ora del tramonto un raggio di sole illumina il parco che regala una visione ben diversa di se, anche se poi qualche goccia continua a cadere ed il freddo ci costringe a felpa e giacca antivento. Riusciamo comunque a cenare al coperto grazie ai capanni predisposti in corrispondenza di ogni piazzola, ma rientriamo prontamente in tenda per evitare il freddo. Percorsi 247km, su strade di ogni tipo, buone ma anche pessime.


Hole in the Wall, nella West Coast, Sudafrica

12° giorno

All’ora della sveglia piove di nuovo, fortuna che il capanno ci fa da riparo e possiamo scaldarci a colazione, ma dobbiamo nuovamente ripiegare le tende sotto la pioggia, ormai un cliché in questa zona che invece dovrebbe essere meno soggetta alle piogge rispetto ad altre. Non torniamo a visitare la riserva perché l’intensità aumenta, ripercorriamo la strada interna al canyon vedendo ben poco, prendiamo la N2 che diventa M4 poco prima di Durban, dove giriamo rapidamente il centro ma non facciamo sosta, preferendo la limitrofa Umhlanga Lagoon NR. Situata al termine della zona dei grandi resort, per nulla segnalata quasi fosse una scomodità per l’industria alberghiera, vi si accede gratuitamente e si percorrono le passerelle che attraversano le paludi/lagune, piene di piccoli uccellini che entrano ed escono da minuscoli nidi. Al termine di questa si passa alla macchia boschiva vera e propria dove qualche babbuino osserva curioso, oltrepassate le dune c’è l’accesso al mare, col cielo coperto ed un accenno di pioggia vediamo un oceano particolarmente alterato da fine del mondo, solcato da numerose petroliere. Qui la città ha la meglio sulla natura, riprendiamo il pick-up quando la pioggia si fa di nuovo intensa e puntiamo all’interno della regione del KwaZulu-Natal passando per i territori che contraddistinsero le lotte degli zulu contro i boeri per arrivare alla città consacrata al re zulu più celebre, King Shaka, ovvero KwaDukuza (Stanger). Cittadina di per se anonima, abitata al 99% solo da autoctoni, la nostra presenza è presa con curiosità, ed anche la visita al King Shaka visitor center (ingresso gratuito) pare strana. Il museo non è molto grande, appena entrati ci viene proiettato un filmato di 10’ in inglese dove è ricostruita la vita e le imprese di questa icona zulu, ucciso nel 1828 da 2 fratellastri, la cui figura svetta su tutti gli altri zulu per aver capito per primo che l’unica maniera di opporsi ai nuovi arrivati dall’Europa era quella di costituire un’unica entità. Ma come troppe volte accaduto nella storia, il principale nemico e tra gli amici, e non tra chi ci si trova di fronte. La dinastica zulu continua ancora oggi, come si può apprendere dalle illustrazioni presenti, usciti dal museo si trova la tomba, mentre di fronte, sull’altro lato della strada sorge il Dukuza Museum (offerta libera) dove trovare altre informazioni ed esposizioni riguardanti una delle tribù più celebri ed importanti d’Africa. Rientriamo sulla N2 spostandoci verso Richards Bay, questo tratto è a pagamento (136r). La cittadina è un insieme di più frazioni che nulla hanno da dire l’una con l’altra, in realtà una Richards Bay vera e proprio non c’è, prima di arrivare al mare, incontriamo il gigantesco RB Caravan Park (210r, no wi-fi, servizi presenti ma lontanissimi dalla nostra piazzola), un luogo destinato ai tanti amanti della pesca d’altura che qui fanno anche rimessaggio e lavaggio delle loro grandi imbarcazioni. Ci si perde nel campeggio, almeno c’è energia elettrica per ricaricare qualsiasi cosa, ma non è adatto a chi solo di passaggio, le piazzole gigantesche servono per chi staziona a lungo e costruisce abitazioni più grandi di tante case come le intendiamo noi. Unica soluzione nei paraggi, ci adattiamo, cena da campo senza rischio pioggia, dopo un’escursione verso l’oceano che diventa un labirinto da raggiungere. Percorsi 251km, tutti su strada asfaltata in buone condizioni. 


Southern Ground Hornbill nel Kruger NP, Sudafrica

13° giorno

Colazione al campo, spesa da un Pick’n’pay in zona e partenza destinazione iMfolozi GR, uno dei primi grandi parchi dell’area. Ancora lungo al N2 e deviazione per la R618 che conduce diritta all’ingresso. Purtroppo non c’è possibilità di campeggiare all’interno così pagato l’ingresso (175r+40r per un’utile mappa di tutti i parchi dell’area) optiamo per la visita dell’iMfolozi GR visto che una volta varcato l’ingresso si trova anche la Hluhluwe GR, ma in giornata è già molto visitarne accuratamente una sola. La prima parte del parco, quella dove si trovano i resort, non è foriera di avvistamenti, si attraversa il BlackUmfolozi River che è secco nel periodo e quindi gli animali non trovano pozze per bere, gli animali si riparano ben oltre questa zona, passato il Mpila Resort quando il sentiero si fa sterrato. Il re indiscusso del parco è il rinoceronte, sono numerosissimi, sovente con i piccoli, per nulla timorosi, passano vicinissimo al pick-up, uno addirittura lo usa per grattarsi, vista la mole e la struttura da animale preistorico fortuna che abbiamo in dote le coperture assicurative complete. Impieghiamo circa 8 ore a percorrere quasi tutti i percorsi del parco, gli animali si susseguono, ai rinoceronti si uniscono giraffe, elefanti, antilopi di tanti tipi, varani, oltre a scenari naturali interessanti. Ma è quando il sole inizia a calare che si avvistano gruppi di rinoceronti in una luce spettacolare, quasi che l’ente del turismo ci voglia lasciare un ricordo indelebile del proprio territorio. I rinoceronti visti sono tutti bianchi, molto più numerosi dei neri, fino a poco tempo fa in pericolo di estinzione. Non è una questione di colore della pelle, il bianco ha una mandibola larga (wide, da lì il white), mangia solo a terra, il nero ha preso il nome proprio in antitesi al bianco ha un muso affusolato e può mangiare anche arbusti perché il muso può passare tra i rami. Usciamo alle 18:15, 15’ prima della chiusura dei cancelli, a questo punto decidiamo di fare una tirata fino a St. Lucia, sulla costa, sapendo di arrivare tardi nella speranza di incontrare qualcosa sul posto. Percorriamo la R618 che una volta attraversata la N2 s’immerge tra infinite coltivazioni di alberi di tek, c’è perfino una ferrovia dedicata proprio per il trasporto di questi alti e sottili alberi che si trasformeranno in pregiati parquet o in assi per navi. Una volta giunti a St. Lucia, luogo ad alta concentrazione turistica, proviamo a seguire le indicazioni per un campeggio, è già buio, l’illuminazione pubblica non arriva nella zona dell’estuario ed il primo campeggio incontrato (Eden) ci è indicato come al completo da volontari sulla strada, così arriviamo fino al termine della via al Sugarloaf, che sarebbe già chiuso. L’addetto alla sicurezza però gentilmente ci riceve, paghiamo a lui (100r, no wi-fi e nemmeno illuminazione se non presso i servizi) che ci rilascia una ricevuta da esibire l’indomani poiché non siamo registrati, poi sempre al buio ci cerchiamo una piazzola visto che non sono assegnate ed il tutto pare lasciato molto al caso. Cosa che facciamo pure noi, staremo per pochissimo tempo e ci buttiamo dove possiamo, giusto il tempo di una doccia, preparare la cena e salire a dormire. Percorsi 240km, la parte nel parco su sterrato comunque buono, il resto tutto asfalto ben tenuto.


Iena Macchiato con piccoli nel Kruger NP, Sudafrica

14° giorno

Colazione da campo, poi capito come uscire dal campeggio prendiamo la strada in direzione Cape Vidal entrando all’iSimangaliso Wetland Park, Eastern Shore dal Bhangazi Gate (40r+50r ad auto +5r di tassa locale). Il lungo e grande parco, patrimonio dell’umanità Unesco, parte da qui per arrivare al confine col Mozambico diviso in svariate sessioni, caratterizzato da grandi dune, laghi salati, oceano con barriera corallina, animali e spiagge, risulta ancora poco esplorato soprattutto nella parte centrale, difficile da attraversare. Questa zona è invece la più turistica come si evidenzia girando per St. Lucia. In questa stagione arida (incredibile come per giorni abbiamo avuto piogge che qui non sono mai minimamente arrivate) i laghi e le lagune sono al minimo idrico, vedi il grande Lake St. Lucia che dai vari view point dista centinaia di metri, con i fenicotteri piccoli ed indistinti punti. Le dune sono continue tra la strada ed il mare, ma coperte di vegetazione così da non impressionare come quelle di un deserto perfetto (per chi pensa di vedersi un Namib al mare non ci siamo), si trovano percorsi ad anello per esplorare le zone dove incontrare kudu e zebre sotto ad un sole fortissimo, temperatura fortunatamente mitigata dalla brezza del mare. Arriviamo ad una Cape Vidal completamente congestionata dal traffico turistico, con molti avventori locali su potenti jeep trainanti carrelli che portano barche altrettanto ingombranti, la spiaggia è presa d’assalto così come ogni minimo spazio all’ombra, forse non proprio l’attimo migliore per godersi la natura e le dune. Dopo una piccola escursione a piedi in questo contesto ed un pranzo al sacco volante cercando di non farselo sottrarre dai babbuini, ripariamo verso il Lago Bhangazi, ma il percorso ad anello che dovrebbe passare nelle paludi, denominato Grassland Loop è interrotto così rientriamo verso St. Lucia lungo la medesima via della mattina. Proprio sotto al ponte che attraversa l’estuario di St. Lucia fanno bella mostra di se svariati ippopotami, i primi che vediamo durante il viaggio, animale che da qui fino al termine del Kruger diventerà una costante degli avvistamenti. Alcuni si mettono in mostra spalancando l’enorme bocca in un’immagine tipica da wild Africa. A questo punto cerchiamo di spostarci più prossimi alle mete di domani, così ritorniamo sulla N2 che percorriamo fino al bivio per Hluhluwe dove lungo la R22 troviamo la deviazione per la D540 verso il Sand Forest lodge (100r con wi-fi nei pressi dell’ufficio del proprietario), a metà tra lodge e campeggio, offre qualche piazzola nel mezzo del bush e qualche bungalow. Per il proprietario, classico afrikaaner riparto qui nel nulla prodigo di consigli ed informazioni, il campeggio è un di cui della sua attività, ospitare gente un diversivo per scambiare qualche chiacchiera. C’è ancora un briciolo di luce, proviamo ad avventurarci verso questa zona del parco ma l’ingresso è già chiuso. Lungo la recinzione ci imbattiamo però in un nyala solitario che ci scruta prima di decidere di nascondersi nella boscaglia. Rientriamo al lodge, nell’area campeggio siamo solo noi (anche se il proprietario ci avvisa che sul tardi arriverà una famiglia con bambini che faranno confusione…) e ci godiamo il vuoto assoluto con tempi lenti, dall’ottima doccia alla cena, per poi sfruttare la connessione e rientrare per un attimo in contatto col mondo. In effetti una famiglia arriva a fianco della nostra piazzola, ma i bambini non fanno confusione, forse perché nessuno in famigli ha intenzione di parlare né rispondere ad un saluto…forse perché hanno inteso che non parlavamo afrikaans. Percorsi 184km, quasi tutti su strada asfaltata.


West Coast NP con laguna Langebaan, Sudafrica

15° giorno

Colazione al campo con clima ottimo, ritorniamo sulla R22 che percorriamo fino a Mbazwana dove facciamo sosta allo Shoprite per rifornirci di acqua e cibo, mentre al mercatino nel parcheggio per la frutta, banane (4r cadauna) e favolosi ananas (15r cadauna) che le contadine locali ci tagliano al momento e ci imbustano per consumarle in seguito. Da qui deviamo lungo la A1108 in direzione Sodwana Bay che si rivelerà un posto troppo affollato, così tagliamo per la A1112 e iniziamo ad inoltrarci nella Costal Forest, riemergiamo un po’ prima della propaggine meridionale del Lake Sibaya e da lì entriamo in territori da vera esplorazione. Al controllo occorre registrarsi, accesso permesso solo a 4x4, si attraversa la fitta vegetazione che copre le dune della D1848, nel tratto che ci porta nel lato settentrionale del lago non incrociamo mai nessuno, fortuna visto che non c’è spazio per 2 mezzi. Ogni tanto una macchia blu si apre tra le fronde, ma solo al termine riusciamo ad arrivare al lago, vista spettacolare, la prima parte verde smeraldo, l’altra, più ampia e lontana dalla foresta blu intenso. Segnalati ippopotami e coccodrilli, bagno sconsigliato anche se in questo angolo di paradiso non bagnarci i piedi è impossibile. In lontananza alcuni pescatori se ne stanno nel bel mezzo del lago, coraggiosi. Arriva pure a piedi molto, molto lentamente, un addetto più curioso che pronto a proporci un biglietto d’ingresso. E’ il volontario che ci informa del pericolo animali feroci, certo che a quella velocità potevamo già essere stati sbranati, ma pensare che un volontario se ne stia qui nel mezzo del nulla fa una strana impressione. Continuiamo il cammino fino al Rocktail Camp, dove se s’intende proseguire lungo la Costal Forest occorre comprare il permesso (20r+30r x auto+5r tasse a persona) e registrarsi in uscita, ovviamente anche questa tratta aperta solo a mezzi 4x4. Non è possibile sbagliare strada anche se non segnalata, nel mezzo della foresta vi è solo un tracciato con i rami che sbattono in continuazione contro il pick-up, dritto senza paura di perdersi, sono indicate le deviazioni che oltrepassano le dune sempre ricoperte di fittissima vegetazione e portano ad alcuni accessi al mare in zone spettacolari, come a Lala Neck (dove ci gustiamo un favoloso ananas fresco al punto giusto e dissetante come non mai), Rocktail Bay, Black Rock e Dog Point, quest’ultimo un promontorio da dove godersi la vista di questa natura selvaggia senza però riuscire ad accedere al mare. Nei punti precedenti la possibilità di entrare in acqua è fattibile, si tratta d’insenature se non proprio protette, almeno un minimo riparate, ma le onde sono impetuose in ogni caso. Qui il verde ed il blu si fondono assieme senza la minima traccia della presenza umana. Sono 40km di percorso durissimo, impieghiamo ore, un 4x4 non è sufficiente, occorre che sia molto alto da terra, poi necessario sperare che chi abbia tentato la fortuna con mezzi non adeguati non s’insabbi perché le possibilità di evitare chi si ferma sono limitatissime, nel caso pronti col badile e con una corda per trainare via dai problemi gli avventori maldestri. A noi è bastato usare con perizia il 4x4 con le ridotte sempre inserite, fortunatamente non abbiamo dovuto sgonfiare le gomme, ma nel caso un mezzo del genere ha in dotazione il compressore per ripristinare la situazione ideale una volta usciti da passaggi del genere. Il percorso migliora quando si prende per l’interno e si arriva nella zona di Malangeni e da qui puntiamo verso Manguzi da dove deviamo subito per trovare un camping in zona Kosy Bay. Vi sono più campsite e lodge, optiamo per il Kosy Bay Campsite & Chalets, ma quando arriviamo è già chiuso. Proviamo a intavolare una trattativa con i guardiani, il primo parla pochissime parole d’inglese, ma con la ricetrasmittente ne chiamo un secondo che prova a rintracciare una delle gestrici, la quale ci accorda la possibilità di entrare e pagare l’indomani. Il campsite è un posto enorme e totalmente immerso nel verde, il guardiano sale con noi e ci accompagna in una piazzola splendida, su ben 3 piani distinti, peccato che per il nostro mezzo con tende sul tetto sia poco sfruttabile, la piazzola può essere occupata fino a 6 persone per 440r totali, ovviamente niente wi-fi, niente elettricità, servizi igienici non distanti e in buone condizioni, come sarà tutto quanto ci circonda lo scopriremo l’indomani, è già buio e subito dopo la doccia è tempo di prepararci la cena e dormire. Percorsi 205km, quasi tutti su sterrato, buona parte dei quali in condizioni dure.


West Coast NP con laguna Langebaan, Sudafrica

16° giorno

E’ la prima mattina che ci si sveglia già accaldati, il clima variabile di qualche giorno fa un lontano ricordo, come ci accennano anche alcuni sudafricani di rientro dal limitrofo Mozambico, solo sole e caldo, tanto caldo. Terminata colazione decidiamo di vedere come sia la vicinissima laguna di Kosy bay ed appena arriviamo al bordo dell’acqua prendiamo contatto con Ray, una guida che con la sua imbarcazione porta in escursione tra i canali e le lagune. Accettiamo immediatamente questa possibilità di escursione in zona (300r x 3h, comprese bevande e attrezzatura per snorkeling) e partiamo nel giro di breve, la barca è dotata di tetto, anche se precario, che ripara da un sole cocente, siamo a bordo con una famiglia italo-sudafricana bianca ed una orgogliosamente nera di Soweto, una delle rare in vacanze, devo dire che l’interazione tra le 2 famiglie è stata sorprendente, anche se quella di Soweto sempre impegnata a mangiare e bere in continuazione ogni sorta di schifezza…Visitiamo 3 laghi passando per 2 stretti canali che potrebbero costringerci a scendere, la prima laguna quasi tutta di acqua dolce, la più grande delle 3 è la Kuhlange o Kosy Lake, con onde che lavano la barca, sorta di chiatta che si muove che è un piacere, il primo canale più lungo dei 2, decisamente interessante anche per la fauna che lo abita, riusciamo a passarlo indenni impiegandoci parecchio tempo perché il motore pesca pochissimo, la seconda laguna eNkovukeni ad acqua mista ospita alcuni grandi trappole naturali per la cattura dei pesci, da qui si dipana un successivo canale molto più piccolo che ci porta all’ultima laguna visitabile. La Makhawulani è quella con la maggior concentrazione di animali, branchi di fenicotteri e ippopotami, l’aria profuma già di mare ma il passaggio è chiuso, l’ingresso all’estuario vietato, lo sbocco al mare porta in oceano quasi in corrispondenza col confine col Mozambico, ora confine tranquillo. Volendo lo si può passare via mare registrandosi a Ponta do Ouro, il problema non è dato dal confine ma dal fatto che la zona è protetta, le imbarcazioni adatte al mare non possono solcare la laguna per evitare danni al suo ambiente protetto, mentre le chiatte che navigano per la laguna andrebbero a fondo appena messo il naso in oceano. Nel canale tra la 2° e 3° laguna ci fermiamo a fare snorkeling, non parrebbe ma l’area e affollatissima di pesci dai mille colori e dalle dimensioni diversissime, l’acqua come prevedibile un brodo, guai buttarsi senza protezioni solari in acqua, consigliata anche una t-shirt. Rientrati alla base completamente lavati usciamo dal campsite regolarizzando la nostra presenza (si può pagare anche con carta), cerchiamo lungo la via Ray (fa base al vicino campsite Las Casitas) per pagare il dovuto (direttamente a lui in contanti, se proprio non si hanno si può fare con carta alla reception del campsite Kosy Bay) e torniamo a Manguzi dove riparare una gomma che si sta sgonfiando (45r), fare rifornimento e prenderci un fish’n’chips (37r) in un negozio del centro. Ci fermiamo a pranzare sotto ad un albero di una villa lungo la strada prendendocela comoda, facciamo uscire tavolo e sedia, ci scorge il custode ma è più incuriosito che preoccupato, gli basta una sigaretta per essere soddisfatto ed anche incredulo di quanto visto. Direzione ovest lungo la P522 che teniamo fino all’ingresso del Tembe Elephant Park (30r+35r x auto, solo 4x4), parco transfrontaliero tra Sudafrica e Mozambico, ma con sentieri percorribili solo nella parte sudafricana. Scorgiamo da molto vicino molti nyala, al Mahlasela Pan si trova un bel hide dove pian piano più animali fanno un passaggio ad abbeverarsi, elefanti, giraffe, nyala, kudu, zebre, mai misti assieme però se non per la presenza di elefanti, quelli sì assieme ad altre specie. Facendo da qui un giro ad anello prima verso nord poi spostandoci ad ovest impieghiamo poco più di 3 ora in questo parco ben poco considerato, dove incontriamo un solo altro avventore. Da qui decidiamo di spingerci fino a Jozini, non abbiamo nessuna indicazione di campsite, ed anche chiedendo riceviamo dei non so, sperando che si tratti di non conoscenze invece che una mancanza di campeggi. La prima parte del percorso è una specie di deserto, poi pian piano s’intravvedono montagne ed il verde ritorna ma all’ingresso di Jozini, dopo aver passato la grande diga è giù buio e non abbiamo ancora trovano una sistemazione. Un addetto al traffico ci conferma che non ci sono campeggi ma ci consiglia una Guest House economica ma in ottimo stato che raggiungiamo attraversando tutto il paese. La Jozini GH si trova nella periferia nord sul lato sx della strada arrivando dalla città, c’è l’indicazione sulla via principale, affronto con apprensione l’approccio al portone visto che qui fanno sempre bella mostra di se insegne con pistole e fucili e le ore 20 per la popolazione locale è già notte. Non c’è campanello, ma un labrador capisce che un avventore bussa alla porta e docilmente richiama l’attenzione del proprietario che comprendendo che non di svaligiatori si tratti ci gira prontamente alla moglie, vera tenutaria della GH. Le camere, sorta di miniappartamento, costano 550r, consigliate x 2 persone, molto belle, curatissime e dotate di svariati confort anche se non c’è wi-fi. Facciamo cena “al sacco” nel grande giardino più per stanchezza che per divieto di predisporre la nostra cucina da campo da parte della proprietaria, col labrador che incontrati nuovi personaggi con cui giocare non ci abbandona un attimo. Percorsi 157km, a parte quelli nel Tembe, tutti su asfalto in ottimo stato.


Campo da basket regolarissimo, area del Subeng River, Lesotho

17° giorno

Per 50r la proprietaria ci prepara una colazione che può considerarsi un abbondante pasto dove i wurstel russian sono i protagonisti principi della tavola. In Sudafrica le tipologie di wurstel e salsiccia sono numerosissime, ognuno vanta la sua preferita, a volte la differenza è data da una singola spezia, tra i wurstel, anche se io sono ignorante in materia, devo ammettere che i russian non sono per nulla male. Di mattina Jozini è invasa da una marea di gente, la città è un mercato totale, bello farsi un’idea di un Sudafrica diverso, come bello vedere il lago creato dalla diga che s’insinua tra le vallate delle montagne quasi a formare canyon pieni d’acqua. La prima meta di giornata è l’uMkhunze GR che raggiungiamo dal lato nord-est via strade sterrate malamente segnalate, affidandoci in toto al navigatore. All’Ophasi Gate, raggiungibile dopo aver attraversato il fiume Mkuze e aggirato le lagune createsi nei dintorni, non c’è traccia di avventori, registrazioni veloci (45r+50r per auto) e immediatamente pronti per la visita dove cerchiamo di raggiungere gli hide segnalati al Nsumo Pan. In realtà non di posti di avvistamento veri e propri si tratta, ma i sentieri portano al grande lago e lì la sorpresa di trovarsi a tu per tu con un numeroso gruppo d’ippopotami lascia di stucco. L’ippopotamo è l’animale più pericolo dell’Africa, o meglio, quello che causa più morti, il trovarseli in acqua a pochi metri se da un lato galvanizza dall’altro qualche timore lo incute. La possibilità di scattare foto uniche spazza via qualsiasi timore, la presenza di un notevole numero di specie volatili in totale serenità è ragione ulteriore di tranquillità, così abbandoniamo il posto dopo lunga attesa, riprendiamo il percorso con successiva sosta a kuMasinga, zebre e svariate tipologie di antilopi, fra cui il tipico nyala, niente felini né elefanti. Usciamo dall’ingresso principale a eMshopi Gate ma invece di prendere immediatamente la N2 preferiamo percorrere le vie più interne, sterrate ma in buono stato, a fianco della Ghost Mountain, la montagna sacra degli ndwandwe, che può ricordare in piccolo il Waterberg Plateau per chi ha dimestichezza con la Namibia. Arriviamo così nuovamente al bacino artificiale di Jozini ma dal lato sud riprendendo la N2 che abbandoniamo per inoltrarci lungo la R69 direzione Magudo, un percorso sterrato che valica le montagne nel mezzo di una natura rigogliosissima, un verde intenso in ogni dove, il lago sullo sfondo con dietro la Ghost Mountain, luoghi poco conosciuti ma molto interessanti. Poco lontano da Magudo dovrebbe esserci un campsite in corrispondenza di un wildlife sanctuary, ma purtroppo non si trova nulla, così prendiamo direzione Pongola e trovato un campeggio facciamo tappa per l’ultima notte dell’anno. Il Caravan Park (140r) è enorme ma praticamente vuoto, c’è una piccola piscina ma non pensiate di trovare un wi-fi da queste parti, domandando alla reception ci han chiesto cosa fosse…Le poche persone che vi stazionano sembrano più abitanti che abbiano abbellito le tende trasformandole in piccole abitazioni con tante stanze che avventori di passaggio, sfruttiamo gli ultimi raggi di sole per un bagno in piscina per poi prepararci il cenone di fine anno, che di nulla varia dalla media dei giorni precedenti. A fianco del campsite c’è il campo sportivo municipale, per la serata d’eccezione vi si tiene una manifestazione canora, qualche locale folk singer improvvisa un intrattenimento per gli avventori che si dispongono con l’auto sul prato tutti intenti a grigliare in continuazione qualsiasi tipo di carne, la musica, che continua ininterrotta fino oltre le 3 di mattina è un dettaglio che non disturba più di tanto dalla gradella…Noi cediamo ben prima della mezzanotte, come tutti quanto presenti al campeggio. Percorsi 198km, quasi tutti su sterrato ma in buone condizioni. 


Elefante nell'area di Letaba, Kruger NP, Sudafrica

18° giorno

Orario standard a colazione anche in questo primo giorno dell’anno, poi trovato il passaggio non segnalato più di tanto dal centro di Pongola andiamo verso il passaggio di confine per lo Swaziland di Onverwacht/Nsalitje. Strada asfaltata nel lato sudafricano, pratiche di frontiera tutto sommato veloci, 50r da pagare per il pedaggio auto entrando in Swaziland, una volta fatte tutte le registrazioni alcuni addetti ci chiedono più volte se abbiamo al seguito una guida e mostrata rimangono interdetti, poi ci offrono ugualmente la loro, sorta di guida/rivista abbastanza utile ma non indispensabile. I primi 13 km sono su sterrato, carichiamo un ragazzo del posto che si sbraccia in mezzo alla strada con scarpette da calcio al collo, è in ritardo e deve andare alla partita, prima di lasciarlo poco oltre sempre sulla MR21 sorpassiamo i suoi compagni ed avversari che lo guardano increduli. Imboccata la MR11 l’asfalto ritorna ma questa parte nel sud del paese è in pessime condizioni, migliora quando si sale verso nord lungo la MR9, strada attorniata da coltivazioni in ogni dove, anche qui molti alberi di tek. Non entriamo a Manzini, la città principale ma non la capitale, prendendo la MR103, vecchia strada che ha lasciato il passo alla moderna autostrada MR3. La nostra destinazione è la Mlilwane Wildlife Sanctuary (60r nei periodi di picco, regolarmente 40r), un parco che in questa giornata di festa è preso d’assalto, ma fortunatamente pochi si fermano per la notte. Alla reception sbrighiamo le formalità (105r, piscina da tutto esaurito, non wi-fi), prendiamo posto in una delle piazzole che si trovano dopo il bel villaggio di bungalow e decidiamo subito di partire all’esplorazione del parco dato il bel tempo. Prendiamo come punto di riferimento la Hippo Pool, anche se d’ippo non c’è traccia a differenza di coccodrilli, per poi affrontare la Mountain route, aperta solo a 4x4, preferibilmente molto alti da terra e non delicati. Gli animali si vedono quasi esclusivamente nella parte bassa del parco, ma dal punto di vista paesaggistico quella più interessante è tra le montagne. Lasciamo il pick-up sul percorso per salire sulle rocce in corrispondenza del Nyagato View Point, verde ovunque intensissimo tra montagne tutto attorno, il sole accentua oltremodo i colori ma in direzione ovest si scorgono alcune nuvole minacciose tra le montagne, dove spicca la “celebre” Execution Rock. Continuiamo il percorso, la discesa da Bird’s Eye view Point mette a dura prova il mezzo, buche, radici, rami da spostare, strettoie, passaggi ripidi, insomma non proprio un percorso agevole, per percorre la parte nord-ovest impieghiamo oltre un’ora per nemmeno 10km, quando arriviamo al campeggio i visitatori giornalieri hanno già lasciato il luogo e facciamo così un passaggio anche nella zona sud dove sono presenti molti animali, antilopi di tanti tipi diversi. Alcuni nyala, cuccioli e femmine girano indisturbati per il campeggio e non hanno la minima intenzione di andarsene fino a quando un intenso acquazzone si scarica a lungo proprio qui, fortuna che gli enormi servizi a disposizione sono dotati pure di una vasta area coperta dotata di tavoli, illuminazione, lavabi e acqua così ci prepariamo la cena al coperto mentre la pioggia, anche se meno intensa, continua a cadere. Le tende sul tetto confermano la loro totale impermeabilità, visto il clima forse per l’unica volta chiudiamo tutte le aperture non accontentandoci della zanzariera come unica copertura. Percorsi 235km, quasi tutti su asfalto in buono stato, a parte una piccola parte in condizioni pessime all’interno del parco, ma situazione ben segnalata. 

 


Zebre di Burchell all'abbeverata nell'Addo Elephant NP 

19° giorno

Durante la notte la pioggia si ripresenta, come di mattina i nyala, ormai parte integrante del campeggio, faranno pagare anche loro? Colazione veloce e via verso Matsapha dove fare spesa al locale Pick’n’pay per prendere poi la MR18 che gira nel mezzo della Malkerns Valley, una specie di enorme giardino, nel mezzo di quel giardino-nazione che è lo Swaziland. Passiamo piccoli paesi ben tenuti con bancarelle volanti di artigianato locale, qui la lavorazione del legno ha fatto la storia del posto ed ora nessuno rinuncia ad esporre le proprie lavorazioni (ma tutto questo sarà sempre frutto del lavoro artigiano, mah?) ai passanti. Al bivio di Bhunya la strada circolare diventa la MR19 che sale immergendosi nella foresta in area Mhlambanyatsi per poi scendere in corrispondenza dal bacino artificiale di Luphohlo Dam, con la capitale Mbabane che già s’intravvede. La città viene descritta come poco interessante, su di un picco si nota l’imperiosa e kitsch residenza reale ovviamente non raggiungibile, in zona si può ammirare anche Sibele Rock ma la nostra meta di giornata è la Malolotja Nature Reserve che raggiungiamo dopo aver imboccato la MR1. Alla reception si pagano ingresso e campsite (30r parco+70r campeggio) che si trova in zona isolata con i blesbok che lo ritengono parte integrante del loro terreno, servizi basici ma posto splendido. Preso possesso di una piazzola (sono poche ma grandi, alcune ben appartate ma non raggiungibili col nostro pick-up, solo a piedi, buone per chi abbia tende separate dal mezzo) e fatto un veloce spuntino andiamo subito in esplorazione prendendo direzione Longwalk viewpoint. Se la mattina non prometteva nulla di buono ora il cielo si apre ed il sole illumina il parco regalando una vista mozzafiato sulle montagne di velluto. Da qui si può velocemente salire sulla montagna alla destra ma il percorso migliore è quello che scende nella vallata fino al fiume, da lì si può scegliere se proseguire per andare nell’altro versante o salire le montagne in direzione Malolotja Falls, che è quello che faccio. Si risale il sentiero (non indicato se non perché c’è una traccia, quello sulla sx per intenderci) fino all’ultima forcella per poi ridiscendere nuovamente, dopo circa 30’ si arriva alla base della cascata che in questo periodo ha una portata limitata. Però il bello non è la cascata ma queste dolci montagne verdissime nel blu del cielo. Risalito al parcheggio dove avevamo lasciato il pick-up (circa 3h) ci inoltriamo in zona nord, un sentiero molto accidentato percorribile solo in 4x4 con tanta luce a terra. Notiamo subito che le distanze siano brevi ma i tempi lunghi, così puntiamo al Silottwana Viewpoint, raggiungibile con difficoltà causa appunto terreno accidentato dove goderci il tramonto. Qui sembra che i colori siano frutto di una pesante saturazione di PhotoShop, in realtà è tutto naturale, vicino a noi stazionano i soliti blesbok, zebre ed altre antilopi più comuni e pure un pensieroso sciacallo. Cerchiamo di tornare al campsite prima che cali il sole soprattutto per avere visibilità lungo la via, al campeggio non c’è energia elettrica nemmeno nei bagni, quindi torce fondamentali. Unica consolazione l’acqua calda delle docce, il vento abbassa di molto la temperatura, ma riusciamo comunque a prepararci la cena. Fa decisamente freddo, giusto il tempo di fare una veloce conversazione con alcuni sudafricani di rientro dal Mozambico per scambiarci info buone si spera per futuri viaggi ed è bene ripararsi in tenda, le nuvole basse rendono la visibilità quasi nulla e si percepisce il correre nei dintorni di tanti blesbok. Percorsi 158km, le strade su asfalto tutte in ottime condizioni, quelle nel parco su sterrato pessimo, ma fa parte dell’avventura.  

20° giorno

Sveglia col fresco, colazione proprio per scaldarci, ma appena il sole buca le montagne la temperatura s’inverte velocemente, tempo di sistemare tende e pick-up e pare tutto diverso. Prendiamo la MR1 in direzione nord sempre nel verde intenso che s’intravvede tra le piantagioni di alberi che lasciano spazio solo in corrispondenza della discesa e risalita per attraversare il Komati river in corrispondenza della Maguga Dam, scenari splendidi. Risaliamo verso la caratteristica e turistica zona di Pigg’s Peak formata da piccoli villaggi immersi nella foresta poi ci dirigiamo al posto di confine di Matsamo/Jeppes Reef con pratiche veloci. Percorriamo la R570 asfaltata fino a Malelane dove in paese facciamo scorta di tutto quanto ci possa essere utile nei giorni del Kruger, dove entriamo dal Malelane Gate a sud del parco. Qui al Gate esibiamo la prenotazione per i campsite e non dobbiamo pagare altro, ci rilasciano la ricevuta con tutto il percorso previsto e date le indicazioni di cosa chiedere ad ogni campeggio e dove pagare l’ingresso al parco, purtroppo hanno terminato le mappe in inglese e ci consigliano di far tappa al prossimo punto di sosta per procurarcela. Facciamo così ufficialmente l’ingresso al Kruger National Park nella parte del Sudafrica (una parte è in Mozambico denominato Limpopo NP), una dei più famosi, se non il più famoso, dell’interno continente, circa 20.000km2, in pratica come l’intera Emilia Romagna. Percorriamo la H3 asfaltata in direzione nord, la temperatura già sale verso i 40°, il parco si presenta con poca acqua e particolarmente brullo data una siccità che si sta espandendo a largo raggio in quest’area, prima tappa all’Afsaal Trader’s Rest, con possibilità di sosta e relax in zona delimitata, dove troviamo anche un’utile mappa del parco (90r), con percorsi, possibilità di avvistamenti, info per foto e così via. Ci dirigiamo fino allo Skukuza Rest Camp (105r prenotato circa 2 mesi prima, wi-fi in prossimità del ristorante, piscina, grande market, distributore di benzina, ATM, in pratica una piccola città), il campo principale del parco, dove paghiamo l’ingresso (280r x giorno, pagabili cumulabili o di volta in volta anche con carta), facciamo rifornimento di gas per la bombola da cucina (48r) al grande market rifornito di tutto ma con prezzi non proprio economici e prendiamo possesso di una piazzola nel campeggio. Non sono assegnate, si va a caso, ovviamente chi prima arriva meglio alloggia, e visto che c’è chi arriva con casa-cantina-dependance-lavastoviglie-lavatrice, non rimane molto all’ombra, se non in zona limitrofe ai bagni, nemmeno così male. Spuntino per far passare il momento di massimo caldo quando gli animali non si muovono e poi via alla scoperta del parco lungo al S114 non asfaltata, anello con le H1-1, H3, S21, H4-1 lungo la quale iniziamo a scorgere alcuni animali nella zona del fiume Sabie (ippopotami fuori dall’acqua, elefanti, avvoltoi, tante antilopi ma comuni), anche se non siamo troppo fortunati. Occorre rientrare per le 18:30, i cancelli si chiuderanno per quell’ora, poco prima del tramonto che ci vediamo al ristorante dello Skukuza con terrazza sul fiume ma poco battuto, così ne approfittiamo per riconnetterci un attimo col mondo, con molta calma data dal caldo e da una rete wi-fi non proprio celere. Al campeggio sembriamo gli unici di passaggio nel mezzo di grandissimi insediamenti, nemmeno ci abitassero qui, nei momenti di picco non si può rimanere nello stesso camp/resort per più di 5 giorni, 10 nel campeggio. Fa caldo, si sorpassano i 40° con facilità, tutto un altro mondo dalla mattina in Swaziland. Percorsi 284, in larga parte in ottimo stato.  

21° giorno

Ci svegliamo poco prima dell’alba ma siamo tra gli ultimi, ripieghiamo le tende sul tetto del pick-up e partiamo appena aprono i cancelli per avvistare gli animali (game drive) nelle prime ore di luce quando dovrebbe essere più facile incontrarli. Prendiamo la H1-2 asfaltata ma non per questo vuota da animali, anzi, rinoceronti ed elefanti paiono felici di mettersi in mostra su queste vie ed interrompere il flusso di auto. Un gruppo numerosissimo di elefanti fa impressione, una guida a fianco ci dice di indietreggiare perché secondo lui non sono così tranquilli, ma tutto va per il meglio, prima della deviazione per l’Orpen Dam abbiamo un incontro ravvicinato con una coppia di leoni, ovviamente in totale relax. In questi casi è facile capire come ci siano animali non banali da vedere perché un buon numero di auto si trova concentrato nello stesso posto. Il posto di avvistamento dell’Orpen Dam è sopraelevato rispetto alla pozza d’acqua, non vicino ma con grande visuale, si vedono molte specie distinte di animali, nell’acqua ci sono coccodrilli ed ippopotami, tutte le altre specie bevono con grande circospezione, compresi gli enormi elefanti, figuriamoci i tanti, tantissimi waterbuck. Qui in linea teorica, molto teorica, si potrebbe fare picnic, ma visto che la coppia di leoni in linea d’aria dista 300m preferiamo evitarlo, ripassiamo dai leoni ma proseguiamo per l’area di Tshokwane, anche questa vicina, ma con visuale più libera e presidiata da 2 rangers, anche se uno di questi passa il tempo a noleggiare griglie da inserire sui fornelli a gas, i sudafricani grigliano sempre, anche a colazione, cospargendo tutto di montagne di margarina ed in uscita salse a profusione. Se quest’odore di carne non richiama leoni o leopardi è un dispiacere, sarebbero state foto ultra ravvicinate. Il compito dei rangers notiamo è quello di scacciare le scimmie per nulla impaurite dalla presenza umana, anzi attratte perché sanno bene che significa cibo facile nei paraggi, cibo che provano a sgraffignare con notevole abilità. Da qui continuiamo per la H1-3, poi deviazione sulla S125 e al bivio S36 direzione nord, dove ci imbattiamo in un leone maschio proprio a ridosso della strada, Sgrana i denti, fa impressione, però mantiene fede al suo essere e non si alza per fatiche inutili, la temperatura oltrepassa i 45° e per cercare refrigerio vista la compagnia animalesca dei paraggi facciamo sosta all’area picnic di Muzandzeni, dove possiamo scendere con una certa tranquillità a prenderci un po’ di cibi ma soprattutto liquidi refrigeranti dal preziosissimo frigo. Raggiunta la H7 puntiamo al campsite Orpen dove siamo prenotati, in realtà il campeggio vero e proprio è in luogo satellite a poca distanza nel mezzo del nulla, ma la registrazione va comunque fatta al camp principale. Il campeggio si chiama Maroela, basico ma affascinante perché nel mezzo del bush, con animali che da dietro le reti spiano i presenti, ci sentiamo in gabbia, una bella gabbia comunque. Il caldo la fa da padrone, sappiamo che non è orario per avvistamenti ma un giro lo facciamo comunque, un anello tra la S140-145-106, giusto per vedere una iena da vicino, giraffe, avvoltoi a dividersi una carcassa dall’odore nauseante, alcuni ippo lungo le poche pozze del Timbavati e antilopi di ogni tipo. Nascosta al di sotto della strada c’è pure una iena che si fa un bidè nel fiume, avvistamento possibile perché segnalato da altri viandanti, uscendo dalle vie più battute l’usanza di segnalare presenze di animali incrociandosi è molto utile, al di là di segnalarle sugli appositi pannelli nei campeggi e nelle aree di sosta. Alla sera al campo la temperatura fatica ad abbassarsi, non c’è vento, bene per cucinare ma andiamo a dormire con ogni possibile spiraglio delle tende aperto, non facciamo tardi perché siamo reduci da una sveglia prima dell’alba ed un’altra ci toccherà. Percorsi 247km, su strade asfaltate e non, tutte nel parco e tutte in buono stato.   

22° giorno

Sveglia e partenza lungo la H7, colori intensi ma animali pochi, solo nei pressi della carcassa intravvista il giorno prima scorgo uno strano volatile che mi ricorda qualcosa. Al campeggio vi era un cartello che diceva di segnalare l’eventuale presenza di quest’animale denominato Southern Ground Hornbill (il più grande bucorvo al mondo), ed è proprio quello che pasteggia coi resti di una preda di un qualche felino, rimarrà l’unico animale insolito visto questa prima mattina. Lasciamo l’asfalto per prendere la S40 nei dintorni di Nsemani, dove la pozza d’acqua è secca e di animali non c’è traccia, che percorriamo fino all’area picnic di Timbavari, posta al limitare del promontorio sul Timbavati river, splendido e riparato luogo per sosta, noi con colazione da yogurt, biscotti e caffè, i locali al solito di gradella, carne e verdure belle grigliate per non sbagliare (volendo le noleggiano, 20r). Da qui rientriamo sulla via principale asfaltata H1-4 dove riprendiamo gli avvistamenti d’ippopotami, elefanti, giraffe, nyala, babbuini, coccodrilli, bufali, waterbuck, e antilopi di ogni taglia. Il ponte sull’Olifants river è una sorta di grande punto di avvistamento che mischia vedute della natura ad animali, sosta obbligata da parte di chiunque transiti da qui, poco oltre si accede al N’wamanzi Lookout che non è nulla di particolare al momento ma che ci permette di ricevere una preziosa info da parte di gente proveniente da nord, poco oltre vi staziona una coppia di leoni a bordo strada. Partiamo e sono ancora al posto indicato, incredibilmente vicini, sembrano mansueti gattoni che giocano tra di loro, una femmina sempre sul chi vive ed un maschio molto più rilassato che quando sbadiglia ci fornisce un primo piano dettagliato dei denti aguzzi e robusti. Ora riprendiamo la via per l’Olifants Campsite dove facciamo le registrazioni e ci godiamo la splendida vista sul fiume e il parco intero, il campeggio vero e proprio è più lontano, dall’altra parte del fiume che attraversiamo su di un rudimentale ponte in un’area piena di animali, uccelli giganteschi, nyala e waterbuck. Il Balule è ancora più sperduto del campeggio precedente, con ingresso ben protetto, poi capiremo perché, ci prendiamo una piazzola (non sono assegnate) sotto ad un possente albero e vicino alla rete esterna dove rifocillarci all’ombra vista la temperatura da 45° standard. Ma caldo a parte non abbiamo tempo per fermarci, c’è la possibilità di completare un giro non solo di avvistamento animali, facendo il calcolo dei km possiamo arrivare fin sull’altro versante del fiume Letaba lungo le Lebombo Mountains che segnano il confine col Mozambico. Lungo la S44 si arriva all’Olifants Lookout alla confluenza tra i fiumi Olifants e Letaba nel mezzo di un vasto canyon con i fiumi terreno di caccia di coccodrilli ed ippopotami. Qui si può scendere in tranquillità, anche se un sole che spacca le pietre non permette lunghi passaggi, riprendiamo la via costeggiano il Letaba river, c’è il grande baobab di Von Weilligh e percorso sterrato che sale e scende lungo il fiume. Passata Letaba, tornati sull’asfalto, la H1-6 corre a fianco del fiume, diversi gli attraversamenti di animali, occorre prestare attenzione agli elefanti, giù nel fiume dove le pozze sono più profonde c’è sempre qualcosa da osservare, poi prendiamo a destra la S62 fino al Mutambeni Bird Hide, lato nord del fiume raggiungibile su percorso sterrato. Ai soliti animali da fiume si aggiungono le tartarughe, ad ogni animale il suo spazio, i coccodrilli se ne stanno per lo più sulla riva con la bocca spalancata ad asciugare, visione non tranquillizzante. Il tempo scarseggia, dobbiamo forzatamente rientrare per entrare prima delle 18:30, il cancello chiude ed il luogo è isolato, ma sulla strada gli avvistamenti continuano, alcuni elefanti sventolano le loro gigantesche orecchie a pochi metri dal nostro mezzo ed in seguito un branco di temibili licaoni compare dal nulla. Anche questi andrebbero segnalati alla direzione del parco, ringhiano contro di noi, già non sono graziosi di loro, con un comportamento del genere mettono inquietudine, forse l’animale che meglio ci riesce in tutto il parco. Visti anche questi, ad un passo non proprio da codice ritorniamo al Balule, l’ultimo tratto lungo la S92 lo percorriamo in stile rally, rimanere fuori dal campeggio non è buona cosa, come noteremo una volta entrati e sistemati nel nostro angolo, le iene battono con costanza il perimetro del campeggio alla ricerca di qualcosa da mangiare, il loro muoversi ed il loro grido accompagnerà la notte africana. Ci prepariamo comodamente la cena, non c’è un alito di vento, fa caldo anche a sera inoltrata, quando ci abituiamo alle luci soffuse (nel campeggio non c’è energia elettrica, nei bagni si sono lampade ad olio, così nello spazio della splendida cucina comune) scrutiamo il regolare passaggio di iene, nella speranza che non trovino un buco nel reticolato…Percorsi 256km, tutti nel parco, tutti in buono stato sia su sterrato che asfalto.

23° giorno

Ancora una sveglia all’alba, l’ultimo giorno al Kruger la merita, rifacciamo il percorso in direzione Letaba lungo la H1-5 del giorno precedente, ma qui andiamo ad ovest sulla H9, senza grossi avvistamenti se non una iena con 4 piccoli. La iena non è certo un’animale che si possa definire bello, ma vederla così vicina in atteggiamenti materni è comunque qualcosa di particolare, rimane però uno dei pochi avvistamenti della prima mattina. Prendiamo la deviazione per l’anello di Masorini con colline composte unicamente da giganteschi massi per arrivare al Sable Hide dove predisponiamo la colazione in uno splendido hide che prenotandolo può fungere da rifugio notturno, si trovano circa 10 letti solo da abbassare, all’interno del recito c’è tutto, compreso bagno con fossa e portandosi l’acqua necessaria spazio per doccia. L’attiguo lago richiama più specie di volatili, ma anche antilopi, zebre ed elefanti, che si possono vedere da più vicino prendendo una via in pessimo stato lungo la S51, non segnalata ma intuendo ad occhio dove porterà. Il nostro tempo nel Kruger però è in scadenza, ci appropinquiamo al Phalaborwa gate, dove chiuse le registrazioni e lasciato il foglio di via che viene ritirato all’ultimo campsite usciamo definitivamente dal parco. A dire il vero molte riserve private si trovano anche fuori dal recinto ufficiale, come altre riserve si trovano all’interno, tutte queste riserve sono l’ideale per chi con tanti soldi vuole passare un periodo da sogno nel lusso e nella natura, ma non garantiscono viste aggiuntive di animali, anzi, quelle sono più probabili nella parte pubblica. Il Kruger sudafricano si estende ancora a lungo a nord, ma un po’ per i tempi un po’ perché viene descritto come meno interessante, non perlustriamo quella parte. Una domanda che ho ricevuto più volte in seguito è il confronto tra il Kruger e l’Etosha in Namibia, quale meglio visitare? Per me vanno visitati entrambi, entrambi sono splendidi e pieni di animali, per le mie predilezioni di zone desertiche con forti contrasti l’Etosha è di un’altra categoria, forse anche perché più piccolo, con più parti desertiche che non sono utilizzate dagli animali i quali hanno a disposizione meno spazio utile e di conseguenza occupano una superficie minore, e poi quell’immenso pan bianco abbagliante c’è solo là, ma ripeto, il Kruger resta un parco magnifico. A Pholaborwa ripristiniamo i viveri al primo market (non mancano mai) e da qui prossima tappa il Blyde River Canyon NR, non proprio nei paraggi. Tagliamo lungo la R40, poi R526, R530 ed infine R36 con passaggi in montagna all’Abel Erasmus Pass, splendide le viste dal lato nord, per entrare in zona canyon lungo la R532 con prima sosta allo spettacolare Three Rondavels view point (10r x auto). Alcuni sentieri conducono direttamente sul canyon, nella parte nord proprio sopra al bacino artificiale Blyderiverspoortdam, vista mozzafiato con le tre vette cilindriche attorniate dal canyon verde e lago azzurro. Anche qui l’intensità dei colori è notevole, sarà l’altitudine, siamo circa a 1.800m, la mancanza di nuvole e d’inquinamento, ma l’effetto non è da poco. Nella piazzuola che funge da parcheggio c’è un unico albero che regala ombra, al sole si cuoce, e lo utilizziamo come riparo per un pranzo fugace e tardivo con gli altri turisti che ci guardano curiosi. Qui, ed anche nei posti a seguire del canyon è pieno di banchetti di souvenir, non tanta fantasia ma possibilità di strappare prezzi interessanti. La strada continua lambendo il bordo del canyon per poi farsi più interna e portare ad un’altra sosta assolutamente dovuta in prossimità delle Bourke’s Luck Potholes (30r+20r x auto). Una dell’immagine più conosciute del Sudafrica, quella delle cavità colorate perfettamente lavorate dall’acqua come giganteschi mulinelli, si rimane attoniti nel vedere il lavoro dell’acqua qui nel mezzo delle montagne. Per rendere visitabile con un minimo di sicurezza l’area sono state costruite passerelle e ponti sul canyon, buona idea ma un po’ di fascino se ne va, rimane comunque una visita obbligatoria per chi approccia questa stato. La zona è piena di cascate, montagne e distese verdi senza fine, non possiamo visitarle tutte ma una sosta alla Lisbon Falls la facciamo (10r x auto), come decidiamo di percorrere l’anello lungo la R534 che passa alla Wonder view e da God’s Window (10r x auto), finestra sul verde alla quale si arriva dopo una scalinata attraversando una lussureggiante foresta pluviale, foresta naturale in questo briciolo di altipiano. Tra le particolarità del luogo spicca pure il Pinnacle (10r x auto) una sorta di gigantesco masso a forma di grattacielo che svetta nella foresta, vista che affrontiamo al tramonto, una parte con luce ottimale, la base ahimè già al buio. Una nota, se si percorre quest’anello come nel nostro caso da nord a sud le indicazioni sono solo in afrikaans, mentre da sud a nord in inglese. Cerchiamo una sistemazione nella vecchia cittadina di Pilgrims Rest, dove il tempo si è fermato agli anni ’30, c’è l’enorme campeggio Pilgrims Rest Caravan Park (195r x piazzola) ma senza presenza umana, è aperto e proviamo a trovare qualcuno. Quando stiamo per desistere da una costruzione emerge una coppia che in realtà sarebbero i custodi, dicono che possiamo restare e che vedranno di farci regolarizzare la nostra posizione l’indomani. Il campeggio è enorme, la parte all’esterno ben tenuta, i servizi sono un disastro, fortuna che c’è acqua calda perché qui in mezzo alle montagne fa freddo, ma l’acqua cade ovunque e non drena, i bagni sono da soluzione estrema e la natura è preferibile, fa un po’ specie essere in questo grande luogo completamente soli, ma va bene così, ci rinfreschiamo dopo giornate di caldo intenso, prepariamo la cena e poi è subito tempo di riposo. Percorsi 318km, tutti su strade in buono stato.      

24° giorno

Di mattina il freddo non è così pungente come la sera, subito dopo colazione si presenta un’addetta con tanto di ricevuta del pagamento del campeggio, la quale ci dice che non vi sono turisti causa clima troppo secco al momento, probabilmente invece perché la visita a Pilgrims Rest viene gestita con escursioni in giornata da luoghi che hanno investito maggiormente su questo tipo di turismo ed in servizi. Se il richiamo storico della città fu la corsa all’oro, proviamo a rinverdire questa tradizione e seguiamo la via sterrata per la miniera della TGME, che raggiungiamo dopo un percorso non propriamente agevole. Come prevedibile non è visitabile in quanto operativa, dicono che forse, magari, casomai….registrandoci chissà dove in paese, beh, potrebbe anche darsi che uno di questi giorni un giro sia fattibile…Vabbè, consideriamola un’escursione, l’addetto ci consiglia di proseguire lungo questa via per rientrare in paese, percorriamo in lungo e largo la montagna, quando sfiduciati troviamo una deviazione che ci riporta verso Pilgrims Rest dopo svariati km in malo stato. Arriviamo prima che i pullman scarichino fiumi di turisti, l’unico inconveniente che i “buttadentro” siano tutti per noi. Le abitazioni di una volta, con tanta lamiera ondulata, le pompe di benzina old stile, l’ufficio postale che attende ancora la corrispondenza in arrivo con la diligenza, un ritmo di vita lento divenuto un marchio di fabbrica ed un’entratura economica importante non tolgono però un’idea di piccolo parco giochi, nonostante il paese sia reale e vi vivano oltre 500 persone, ormai tutte dedicate a lasciare quello che c’è come fu. All’uscita dal paese tappa da Diggins, ricostruzione di un campo per cercatori d’oro. Ci spostiamo in zona Sabie, immersa nel verde ed attorniata da cascate, poiché sono comode da raggiungere dedichiamo buona parte della mattina a queste escursioni passandone in rassegna diverse ed iniziando dalla Mac Mac (10r x auto), forse la più suggestiva, il cui nome, senza una grande fantasia, deriva dalla presenza in area di popolazione scozzese. Procediamo successivamente alla Bridal Veil (5r x auto) che si raggiunge dopo 10’ di sentiero in salita, al momento con poca acqua ma con la possibilità di fare il giro attorno alla cascata, scegliendo il tempo giusto non ci si bagna nemmeno troppo. Non lontano da qui si trova l’Horseshoe (5r a testa), la meno interessante, per terminare tappa alla Lone Creek (5r a testa), facile da raggiungere e luogo ideale anche per nuotare. Classico posto da foto sotto alla cascata, tantissima gente perché ideale meta per picnic, sia nei dintorni della cascata sia lungo la strada nell’ombrosa area picnic, dove anche noi ci concediamo una pausa prima della lunga tirata verso Johannesburg. Da Sabie si scende verso l’autostrada lungo la R539, all’imbocco della N4 si può proseguire lungo la R539 che la segue parallela ma non a pagamento unendosi solo dopo il Crossroad Pass, percorso tra le colline in un altipiano che non scende mai sotto ai 1.700m fino alla metà. L’autostrada N4 ha parti a pagamento da qui a Johannesburg passando successivamente sulla N12 paghiamo 125r in più volte, il percorso è monotono, l’unico elemento che cambia la fisionomia è dato dalla presenza di gigantesche centrali per produzione di energia elettrica alimentate a carbone, fossile che qui è ovunque, come si evince dalla presenza di gigantesche miniere. Vorremmo pernottare in un campsite non lontano dall’aeroporto dove l’indomani lasceremo un amico di rientro, soluzione non facile da trovare, ce ne sarebbe uno in splendida e protettissima area dell’Arrowe Park Scout (nell’area si entra solo dopo controllo) ma nonostante gli addetti alla sicurezza ci facciano più volte cercare questo presunto campeggio non ne troviamo traccia. L’area, dietro rete metallica con filo elettrico, alte mura, ingressi sorvegliati con sbarre apribili con consenso della guardia e in simultanea di chi passa schiacciando l’apposito pulsante, denota un livello di vita piuttosto elevato, con club sul lago, vialetti intonsi, insomma qualcosa di molto straniante dalla realtà esterna. E non lontano da qui troviamo un posto che ne rappresenta l’opposto, il Brentwood Caravan Park (200r x piazzola) è un luogo per disperati alla penultima tappa della discesa agli inferi, ma nei pressi della grande città altre alternative non ce ne sono e così dopo aver elemosinato uno spazio tra le infinite roulette dismesse, le casupole cadenti ed abitate permanente e non certo in vacanza, la proprietaria ci trova un posto solo per la provenienza europea, lei è di origine portoghese e sentendoci italiani ci accetta per una sera nel suo luogo di dispiaceri. Ci sarebbe pure una grande piscina, ma non vede acqua da chissà quanto, la gestrice nemmeno ricorda dove siano i servizi igienici, non penso metta piede qui in mezzo da quando bambina girava con la bicicletta, ma per una sera può andare. In effetti raggiungere i servizi igienici (non il top ma nemmeno così male come si poteva immaginare) servirebbe una mappa con indicato dove aggirare casotti in costante espansione, canalette di scolo che causa siccità sono fortunatamente vuote, e vegetazione che non vede una potatura da decenni. Ma nessun disturbo da parte dei pochi presenti, più bianchi che neri, a dimostrazione che la crisi può colpire chiunque e lasciare poche speranze di uscirne. Percorsi 425km, a parte gli iniziali tra le montagne e la miniera, tutti in ottimo stato.   

25° giorno

Passata una notte al caldo, non piove, il cielo è coperto ma sull’altipiano si cuoce, facciamo la solita colazione senza fretta per raggiungere l’aeroporto OR Tambo, il principale del paese dove al terminal dei voli nazionali lasciamo un amico con destinazione Cape Town prima della coincidenza per l’Italia. C’è spazio per la sosta kiss&ride, ma nemmeno il tempo per accompagnarlo al check-in che già un parcheggiatore esige una mezza multa per evitare di elevarci la multa completa che per evitare che cresca in maniera importante andrebbe pagata in un ufficio preposto del comune di Benoni. Accettiamo controvoglia la sua proposta sapendo bene di acuire un sistema errato, ma abbiamo tanta strada davanti e non possiamo perdere ore per chiudere la pratica. Da qui prendendo innumerevoli svolte su vie minori affidandoci in toto al navigatore, tanto non ci sarebbe nel mezzo nulla d’interessante, dopo una sosta ad uno Shoprite (nota, nei market non vorrebbero che si entrasse con gli zainetti, ma se si dice alla vigilanza che si ha all’interno materiale prezioso, fotocamere, obiettivi, ecc…non ne vogliono sapere di quella responsabilità e vi lasciano gli zaini) raggiungiamo la N3 che percorriamo per un tratto a pagamento (40r) fino a Villiers per uscire e immetterci nella R26, una strada normale in ottime condizioni che corre dritta in direzione sud fino a Fouriesburg, ultima città vera e propria prima di prendere la via per il Lesotho. Il posto di confine si trova a Calendospoort, le pratiche di uscita sudafricane sono velocissime, quelle in entrata in Lesotho un po’ meno solo perché tutto viene registrato a mano, si pagano 30r per passare con l’auto, non occorrono documenti particolari per entrare con un mezzo registrato in Sudafrica a Namibia. Due doganieri del Lesotho dovrebbero ispezionare l’auto, ma in realtà vogliono solo far della chiacchiera con degli stranieri non sudafricani visto che sono pochi quelli che entrano, soprattutto da questo passaggio, ci danno qualche consiglio su alcune zona (quelle da dove vengono) e ci segnalano da subito l’emergenza siccità. La linea di confine segna immediatamente una grande differenza tra i luoghi, non come quello con lo Swaziland, entriamo subito in un territorio che pare scavato tra le montagne rocciose, a prima vista molto più povero, l’arrivo al primo paese di Butha Buthe ce lo conferma, qui si fa la fila per l’acqua ai pozzi comuni, tutto si svolge lungo la strada ma la gente è cordialissima, vedendoci passare è sempre una festa. Questa zona è conosciuta perché vi si trovano impronte fossili di dinosauri, il problema è identificare quelle aree perché non ci sono indicazioni, col navigatore ci si fa poco e occorre interpretare il poco riportato sulla LP, che visto a ritroso è perfetto. Il primo luogo lo troviamo prima di Leribe (Hlotse, la doppia denominazione, non sempre riportata nello stesso modo è un altro problema per il navigatore), presso un villaggio un abitante sa di cosa parliamo nominando il Subeng River e i dinosauri, ma non parla inglese. Ferma però 2 signore che parlano inglese, gli spiega la situazione, finiamo per caricarle visto che vanno nella nostra direzione ci fanno sapere quello che il primo personaggio aveva da indicarci, le scarichiamo ad una deviazione passato il letto arido del fiume e ci dicono di proseguire per quel sentiero in pessime condizioni. Dopo circa 500m c’è l’insegna di una scuola ed una bambina arriva di corsa anticipando alcuni suoi compagni. Facciamo una donazione alla scuola (50r, in linea con quanto donato da precedenti avventori, solo una coppia francese da inizio anno), lasciamo il pick-up proprio nel mezzo di un temporale intenso che dura poco e scendiamo nel letto del fiume dove ci vengono mostrare alcune di queste tracce. Lasciamo molto all’immaginazione, la bambina non è che sappia molto, parla di un particolare dinosauro di cui nulla sappiamo e con qualche dubbio (che sarà fugato in futuro in un museo che visiteremo) lasciamo questa zona che però è spettacolare, così decidiamo di esplorarla ancora un po’ fino a qualche abitazione nei dintorni di un campo da basket più unico che raro. Su terra battuta, un palo storto regge un anello storto ed aperto, niente tabellone, per segnare occorre solo ed unicamente talento, la vera essenza del basket alla faccia del basket attuale stile NBA dove l’atletismo è sempre più prioritario a discapito del saper giocare. Grande Lesotho, una lezione di basket che farebbe piacere a Sergio Tavcar, giornalista principe nel denunciare questo modo malato di intendere la palla nel cesto, o nell’anello. Da qui rientriamo sulla via principale A1, passiamo Leribe e al villaggio di Tsikoane chiediamo lumi per raggiungere un altro posto di avvistamento impronte di dinosauro. Occorre arrivare alla locale missione cattolica, quella più o meno indicata, all’arrivo uno stuolo di ragazzini ci accerchia per portarci sulla montagna alla ricerca delle impronte, gestire la situazione non sarebbe facile, fortunatamente una ragazza del posto si trova qui per le vacanze (studia all’università a Johannesburg) e gestisce la situazione. Trattiamo con lei la cifra per l’escursione (40r, che dividerà in parti uguali tra i bambini che ci accompagnano) e saliamo, il percorso non è agevole ma molto bello, quando arriviamo alla grotta posta quasi in vetta la vista è spettacolare, canyon e formazioni rocciose ovunque, ma anche le impronte fossilizzate sono numerose e ben visibili. Si trovano nella parte alta esterna della grotta, datate milioni di anni fa, i sommovimenti tellurici le portarono in alto ma protette, per questo ancora oggi sono così ben conservate e visibili, poi la leggenda della grotta in cui vivevano i dinosauri lascia il tempo che trova ma l’importante è che i ragazzini siano contenti di questo. Scesi, anche questo non così agevole, riprendiamo il cammino dopo innumerevoli saluti, lungo l’A1 andiamo verso ovest nella speranza di incontrare un campeggio, ma anche dopo aver chiesto a più persone non c’è traccia né speranza. Prima di entrare a Teyateyaneng scorgiamo un piccolo cartello di B&B presso una bella casa in muratura. Tentiamo la sorte, un addetto ci accoglie, c’è posto (400r a camera) e dopo aver sentito la proprietaria ci conferma che la colazione sarebbe meglio non averla, ma possiamo usare la cucina, situazione ideale per noi così predisponiamo anche la cena in autonomia. Fuori si alza un vento forte, la polvere è ovunque e girando vorticosamente in ogni dove regala un tramonto esaltante, il giallo-rosso viene portato ovunque, noi rimaniamo ad ammirare questo spettacolo, gli abitanti invece sono ben più preoccupati perché non piove mai e le risorse idriche si stanno esaurendo. Ci dicono che possiamo usare l’acqua sempre, ma non dobbiamo sprecarla, hanno un bizzarro modo di lavare le pentole, capiamo in un secondo tempo il suo utilizzo dettato dal fatto di non buttare nemmeno una goccia. Nonostante spray antizanzare spruzzati a lungo, queste sono padrone della notte. Percorsi 438km, quasi tutti su strade in ottimo stato.       

26° giorno

Ci prepariamo la colazione in cucina, roba da lusso per noi, dopo una nottata di lotta con le zanzare. Fa caldo sull’altipiano, partiamo subito immettendoci sull’A1 verso la capitale, Maseru, con un traffico da giorni di festa. La città, alquanto disordinata, sorge metà verso la collina e l’altra parte verso sud da dove si dipanano le poche strade di questo piccolo e montuoso stato, prendiamo la strada interna ora asfaltata per Thaba-Bosiu, montagna simbolo della nazione che nei paraggi ha alcune scenari tra i più affascinanti. Passato appunto la piatta montagna lungo vie sterrate si accede ad alcuni minuscoli villaggi tra i quali Qiloane, e proprio lì si annidano alcune montagne sculture uniche, una delle quale leggenda narra, ha dato l’origine al copricapo simbolo del Lesotho, ed effettivamente la similitudine c’è. Al di là di quest’aspetto la vista tra queste montagne è super, canyon tra canyon, pare di stare in un film di John Ford aspettando una diligenza attaccata dagli apache. Da qui tagliano verso sud destinazione Roma, la cittadina di suo ha ben poco di caratteristico se non trovarsi tra canyon, se già non è male quello che si attraversa arrivando, quello all’uscita è spettacolare ed alla sinistra, prima di giungere al passo, se ne apre uno ancora più incredibile. Che meraviglia questo Lesotho di cui poco si conosce, lungo la strada s’incontrano auto ma anche molta gente che gira a cavallo. Proprio in centro a Roma un bel campo da basket con un gigantesco albero a fare ombra fin sopra ad un canestro. Da qui ritorniamo verso Maseru ma prendiamo la deviazione a sud prima dell’aeroporto che taglia per il villaggio di Mokema, un ulteriore taglio spezza questa piana dove praticamente nel nulla andiamo orizzontandoci più a sentimento che ascoltando il navigatore che segnala vie che o non ci sono o non sono battute da tempo. Andiamo di pastore in mandriano, tutti con i loro copricapo simbolo, quello che nella città più sviluppate nessuno più utilizza qui invece è un riparo quanto mai utile sotto ad un sole pesante, peccato che trovare uno di questi copricapo sia impossibile (magari in capitale, chissà), per tornare sulla statale A2 recentemente asfaltata che sale e scende tra canyon senza soluzione di continuità ed estensione dai colori intensi. Facciamo tappa a Morija, piccolo villaggio ben conservato dove visitiamo il locale museo che è pure il museo nazionale del Lesotho, dove si possono recuperare molte informazioni sulla storia e sugli animali, qui apprendiamo dell’esistenza del dinosauro Lesothosauro, un erbivoro di non oltre 2m cui abbinare buona parte delle impronte scorte a Tsikoane. Qui in zona troviamo un posto all’ombra per rifocillarci in vista di un pomeriggio impegnativo. L’A2 ad un certo punto va abbandonata per prendere a sx dove termina l’asfalto, la strada per il paradiso è lastricata di buche e massi in ogni senso, perché se raggiungere il passo Gate Of Paradise (2.001m) non è nemmeno così complesso, la discesa verso Malealea è di ben altro tipo. Siamo nel cuore della nazione diretti ad un’antica stazione commerciale originaria dell’inizio del 1.900 fondata da un cercatore di diamanti. Ora questa stazione è stata trasformata nel Malealea lodge (110r, causa siccità acqua solo dalle 17 alle 19 e dalle 6 alle 8) con splendide piazzole per campeggio, ma prima di arrivare occorre guadagnarsi quest’accesso, pochi km distano dal passo (direi 5) ma impieghiamo quasi 45’, compresa doverosa sosta ad un incrocio che segnala indicazioni per tutto il mondo…All’arrivo siamo accolti ottimamente dai gestori, il figlio che ora ha in carico la struttura e che utilizza molti abitanti del posto nello sviluppo e nel servizio di guide ci mostra tutte le piazzole a disposizione, ci fornisce tantissime indicazioni per esplorazioni in autonomia col nostro mezzo, per chi vuole ci sono giri a cavallo, trekking di più giorni, caverne con incisioni rupestri san, ma anche l’opposto, relax con sosta in piscina, ristorante elegante, wi-fi (10r) e passaggi interni con animali da aia che vivono qui all’interno. Partiamo subito per l’escursione alle Botso’ela Waterfall, che al di là delle cascate in se (difficilmente troveremo acqua ci avvisano subito) rappresenta una bella vista degli altipiani centrali, in pratica oltrepassiamo il canyon su cui si affaccia il lodge, ma per farlo impieghiamo tra andata e ritorno oltre 3 ore, il percorso è veramente ostico, 4x4 quasi sempre inserito, passaggi da ridotte, ma tutto molto spettacolare, come la vista poco prima del tramonto dal versante opposto al lodge col canyon rotondo che lo cinge. Ma prima di questo affrontiamo la strada con l’unica indicazione trovata, tenete a destra ad ogni bivio. Qui non esiste nessuna indicazione, pochi villaggi, più sparuti gruppi di baracche che altro, alle fonti tanta gente armata di qualsiasi contenitore possibile per procurasi acqua, passato un gruppo di case alcuni ragazzini vogliono assolutamente portarci alle cascate, noi non saremo subito così interessati, ma in pratica ci fanno deviare ed iniziano a correre a perdifiato lungo la discesa. Impiegano molto meno tempo loro abili nell’impresa e a conoscenza di ogni taglio del percorso che noi in pick-up, quando arriviamo al fondo della valle, arida e senza un briciolo di verde, la ragazza più grande che parla un po’ d’inglese ci introduce in un sentiero ovviamente non segnalato che porta alle cascate, ma tutta l’area è completamente secca, lo scenario è di tutto rispetto ma la cascata non c’è. A quel punto non ci resta che risalire, non ce la sentiamo di lasciare tutti quei bambini quaggiù e li carichiamo tutti, pigiati all’ennesima potenza risaliamo il sentiero in un silenzio dato dalla loro incredulità del passaggio ricevuto, la ragazza ha almeno la voce per dire dove lasciarli oltre a ringraziare continuamente. Probabilmente sono abituati a questa scampagnata per recuperare qualche rand, cosa che nel nostro caso col favore ricevuto potrebbe non essergli venuta in mente di chiedere. Gli offriamo anche qualcosa da bere e da mangiare ma son diventati così timorosi che non accettano. Riprendiamo il cammino del ritorno con doverosa sosta al cartello che annuncia la direzione di Cape Town e Johannesburg, oltre a Tokio, Oslo, Rio, Amsterdam ecc.., che viste da qui appaiono più lontane della luna. Rientriamo al lodge giusto in tempo per avere ancora un po’ d’acqua per la doccia, mentre nel patio antistante al ristorante si sta esibendo il coro del villaggio, nel bar-ristorante si può tentare di utilizzare il wi-fi per le necessità basilari (10r per il tempo che si vuole ma 10MB massimo di traffico). Verso sera il lodge si anima, chiunque passi da queste parti deve fare forzatamente tappa qui, se nella parte inferiore c’è un gruppo in festa nella parte superiore pian piano sorge una piccola cittadella creata da un numeroso gruppo di turisti di Nomad, buona parte dei quali namibiani sorpresi nel vedere una loro auto proprio qui, peccato che la nostra auto sia sì targata Windhoek ma a parte quello di namibiano non vi sia altro. Buona scusa comunque per scambiare un po’ d’impressioni. Cena senza grandi problemi, non è freddo, non tira vento, unico inconveniente non poter lavare le stoviglie e dover rimandare il tutto all’indomani mattina. Percorsi 226km, strade di vario tipo, buon asfalto e pessimo sterrato.       

27° giorno

Sveglia di buon mattino in modo da sfruttare il breve periodo con acqua corrente, terminata colazione ed il lavaggio completo delle stoviglie lasciamo, a malavoglia va detto, Malealea via passo Porta del Paradiso. Una volta rientrati sulla B25 invece di rifare la strada del giorno precedente optiamo per allungare la permanenza in Lesotho e puntiamo a sud-ovest, notando che dopo poche centinaia di metri l’asfalto appena riconquistato termini. L’idea è di percorrere questi splendidi luoghi fino a Mohales Hoek, non abbiamo però fatto i conti con la strada che non ha nulla della B25 del giorno prima. Saliamo e scendiamo canyon senza mai scorgere la fine, spettacolari ma strada in condizione pessima, saranno quasi 70km durissimi, attraversando minuscoli gruppi di baracche con molta gente al pozzo municipale a recuperare acqua, mentre altra è elegantemente vestita per la giornata di festa. In questo caso la tipica coperta che portano addosso viene riposta, non sempre il cappello simbolo fa mostra di se, ma c’è molta più eleganza anche in chi incontriamo a piedi nel bel mezzo del nulla senza che si capisca dove possano andare. Durante un tratto in discesa buchiamo nuovamente, questa volta però la foratura non ci permette di continuare e dobbiamo sostituire la gomma. Chiunque ci veda si ferma e ci da una mano, così l’operazione diventa meno complicata e faticosa e si trasforma in una festa, anche se nessuno riesca a capire da dove proveniamo, l’Italia qui rimane qualcosa di sconosciuto. Per l’aiuto non vogliono nulla, nemmeno una birra, al massimo qualcuno chiede una sigaretta, quando ripartiamo c’è ancora una parte di sterrato ma il peggio è alle spalle, ritroviamo l’asfalto dell’A2 dopo aver passato Mohales Hoek, ed ora andiamo verso nord a Mafeteng per raggiungere il passaggio di frontiera lungo l’A20 di Van Rooyensnek Gate. Pratiche di uscita veloci al solito tutto scritto manualmente, quelle d’ingresso in Sudafrica sono più lunghe solo perché l’addetta leggendo la nostra provenienza ci chiede un sacco di cose sull’Italia che sogna di visitare. C’è da dire che da qui passano pochi avventori, nel periodo in cui siamo stati presenti noi non abbiamo incrociano nessuno. Caldo, decisamente molto caldo pure qui. Prendiamo direzione Bloemsfontein, la capitale giudiziaria, percorrendo la R702, non un’autostrada ma almeno 100km senza una curva e senza traffico, in seguito aggiriamo la città dove svettano un grande carcere e la tristemente nota township di Manguang per immetterci nella N8 destinazione Kimberley, con sosta alla prima area alberata incontrata. Arriviamo nella capitale dei diamanti in una domenica pomeriggio caldissima, sarà per il caldo o per la festività ma tutto è immobile, non c’è anima viva per le strade, i vecchi pub che resistono dal tempo che fu dei cercatori di diamanti sono tutti chiusi, qui è più deserto di un deserto vero e proprio, di aperto c’è solo la grande miniera che però vogliamo visitare in condizioni più idonee la mattina seguente. Passiamo così per la City Hall, per il monumento a Cecil Rhodes comprendendo fin da subito come questa sia terra a dominanza boera, chi altri terrebbe in città un monumento simile? L’ordinato campeggio Open Mine Caravan Park è aperto ma non presidiato, ci sono gli annaffiatoi funzionanti, i bagni sono impeccabili ma sarà possibile rimanere? Nel dubbio stiamo perché dopo esserci informati non troviamo un’alternativa e l’addetto al parcheggio del Big Hole Complex ci dice che possiamo rimanere, anche se una coppia australiana soggiunta in seguito preferisce non fermarsi. Preso posto rigorosamente sotto agli alberi per non finire al forno col caldo che fa, ci prendiamo un po’ di relax mentre di fronte si sentono i rumori del locale skate-park, frequentato dai pochi giovani che sfidano il sole. Fa caldo anche di sera quando dopo aver visto svariate auto entrare nel campsite più per trovare un angolo appartato che per pernottarci, incontriamo un addetto alla vigilanza che ci tranquillizza sulla possibilità di restare qui, regolarizzando il tutto l’indomani quando arriverà l’addetta (55r a persona + 80r x auto/tenda). A tarda ora si presenteranno anche altri avventori, non saremo gli unici come invece accaduto a Pilgrims Rest. Percorsi 419km, la parte sterrata in Lesotho pessima, il resto in ottimo stato.  

28° giorno

Forte vento di mattina, scaldarsi un caffè un’impresa ma ci riusciamo, arrivata l’addetta regolarizziamo la nostra presenza per spostarci appena fuori nel parcheggio del Big Hole Complex (90r, pagabili anche con carta), la più grande buca mai scavata a mano del mondo, da dove è stata estratta la più grande quantità di diamanti di sempre, oltre 14 milioni di carati. Penso che chiunque abbia sentito parlare di diamanti abbia accostato questi alla De Beers che fu di Cecil Rhodes, che proprio qui fece la sua fortuna. Ora il complesso non è più attivo ma lo si può visitare anche se la gigantesca buca (1,6km di circonferenza) in buona parte è piena d’acqua. S’inizia da un filmato che ripropone la storia ed i vari passaggi di proprietà della miniera, le dure condizioni di vita ma anche la corsa alla caccia di diamanti che portò un numero impressionante di gente in questo posto lontano da tutto, si prosegue camminando su di una passerella sospesa nel vuoto sopra della buca per entrare in seguito nelle viscere della terra con una ricostruzione della miniera e sbucare in seguito nel museo dove, sorvegliati, si entra in un caveau dove tra i vari pezzi pregiati fa bella mostra anche il più grande diamante del mondo. Kimberley lega la sua storia ai diamanti, tutto esisteva in questa funzione e pure ora molto gravita agganciato a questa storia, come gli storici pub dove è permesso entrare a cavallo. Nel complesso è stata spostata buona parte del paese che fu, si può così girare tra botteghe, ristoranti e pub dell’era gloriosa, ai ristoranti ora funzionanti si può accedere senza dover pagare il biglietto d’accesso. Finita questa visita l’interesse per Kimberley è terminato così dopo aver fatto spesa, riparato la gomma da un gommista vero e proprio (tanta tecnologia nell’operazione per i soliti miseri 35r) e ripristinato il carburante prendiamo la N12 verso sud-ovest iniziando ad attraversare spazi namibiani, nel bel mezzo di un uragano che ci costringe a rallentare vistosamente fino a fermarci. Usciti dalla tormenta ne approfittiamo per una sosta pranzo tra Strydenburg e Britstown, dividendo la piazzola con gli autisti di un camion che vedendo il mal tempo arrivare sistemano al meglio il carico dopo aver appreso da noi le pessime condizioni che dovranno affrontare. Il cielo rimane coperto ed il vento fortissimo, buon per noi perché spazza le nuvole e quando lasciamo il Norther Cape per entrare nel Western Cape lungo la N1 il sole ha ripreso possesso del territorio e ci accompagna alla prossima meta che troviamo uscendo da Beaufort West dove l’autostrada passa per il paese tanto da approfittarne per rabboccare il gas della bombola da cucina (78r). Deviamo a destra per l’ingresso del Karoo NP (160r) dove troviamo posto nello splendido campeggio interno (piazzola 305r fino a 6 persone + 125r a testa, piscina, niente wi-fi) con presenza di tartarughe giganti, mentre gli animali più grandi non possono entrare perché tutto attorniato da reti di protezione con fili elettrici. La vista sulle montagne stile Table Mountain con cielo blu intenso è fantastica, anche qui mancano solo gli indiani pronti a partire alla carica. Ci godiamo il tramonto quando il vento inizia ad alzarsi impetuoso tanto da renderci problematico cucinare, fortuna che ogni piazzola è dotata di una struttura robusta per il barbecue, di bidoni con ampi coperchi, tutto diventa utile per proteggere la debole fiamma dal vento. Dobbiamo utilizzare al meglio tutti i tiranti della tenda per evitare che sbatta eccessivamente durante la notte lasciando al contempo aperte le feritoie perché nonostante il vento fa caldo. Percorsi 500km, tutti su strade asfaltate in ottimo stato.  

29° giorno

Il vento si è placato, lo si percepisce dal canto multiplo di un’infinità di specie di uccelli, terminata colazione partiamo nell’esplorazione del parco salendo subito lungo lo spettacolare scenario del Klipspringerpas. Questa prima parte è percorribile con qualsiasi mezzo, ma dopo l’area di picnic di Doornhoek spazio solo ai 4x4, meglio se robusti. Gli animali sono pochi e paurosi, iniziamo a vedere gli orici che fino ad ora non avevano dato traccia di presenza, la zona seppur tra le montagne inizia a presentarsi come predesertica, le formazioni rocciose sono quanto di meglio il parco possa regalare e così decidiamo di dedicare più tempo del previsto per visitarlo fino alla remota area del Klipplaatsfontein, avventura pura in un parco praticamente vuoto. Poche le indicazioni, preziosissima la mappa fornita all’ingresso che nel dubbio riporta le coordinate di tutti i bivi. Percorriamo poca strada ma impieghiamo quasi 5 ore per completare il periplo del parco, rientriamo al campeggio dove facciamo sosta per goderci un’ultima visione delle montagne addentando uno a caso degli scarsi formaggi locali prima di riprendere la marcia per una destinazione insolita, Southerland, la città delle stelle. Sempre lungo la N1 fino all’incrocio di Matjiesfontein dove imbocchiamo la R354 tutta asfaltata ma con lunghi tratti soggetti a lavoro di riasfaltatura per arrivare dopo 110km di piacevoli pianori ed un canyon a Rooikloof nella capitale delle stelle, di nuovo nel Northern Cape. Southerland, situata lontana da ogni più remota cittadina si trova in mezzo alle montagne, su di un altipiano in una zona dove in inverno la neve cade ogni anno. Il cielo terso, la mancanza di umidità, la rendono un luogo ideale per osservare le stelle, di conseguenza c’è gente che le dedica una visita, passando per un centro città che spazzato dal vento pare il set di un film western abbandonato da tempo. Il riferimento del paese è un emigrato tedesco, Jurg Wagener, che ha fatto della sua passione una sorta di attività assieme alla fattoria che porta avanti. Ci riceve lui in persona per presentare il suo piccolo ma ottimo campeggio (100r, con wi-fi presso la reception, bagni fantastici ed un piccolo cane che ci adotta e non ci abbandona più) e per proporci l’attività prioritaria, la visione notturna delle stelle utilizzando i suoi potenti telescopi. Appuntamento alle ore 20, tempo per riprendere contatto con la realtà e per una doccia, poi puntuali si presenta un buon numero di avventori per iniziare la serata (100r). La prima parte è dedicata all’illustrazione in sala di cosa si potrà vedere per capire meglio stelle, buchi neri e galassie, poi passiamo alla pratica nella parte all’aperto dove conserva 5 telescopi che guida a seconda del tempo e di quanto vuole illustrarci o la gente richiede. Possiede anche un incredibile puntatore laser che spara diretto fino alle stelle, chissà che danni potrebbe fare un malintenzionato con uno strumento del genere. La serata purtroppo vede l’arrivo di qualche nuvola di troppo così alcune stelle o galassie non sono visibili, spettacolo interessante anche se agli occhi di un totale inesperto come me potrebbe dirmi qualsiasi nome che non farei differenze. Il vento è intenso e inizia a far freddo, l’escursione termica in queste giornate elevatissima, finiremo la serata cenando coperti con felpe nel silenzio più totale col fido cane sempre in nostra compagnia. Fatichiamo ad utilizzare a dovere il fuoco causa vento anche se le piazzole sono tutte attorniate da alberi che ne limitano la forza, ma ci permette di passare una nottata fresca dopo aver percorso 452km tutti in ottime condizioni a parte quelli nel parco.    

30° giorno

Sveglia più tardi del solito e colazione in stile sudamericano, la prima visita di giornata non può avvenire prima delle 10, quindi relax. Lasciamo Southerland per dirigerci lungo la R356 al SAAO dove si trova il telescopio SALT, posto su di un’altura dove si trovano svariati telescopi compreso il secondo telescopio più grande al mondo, dotato di una lente di 11m di diametro composta da 91 singole celle orizzontabili singolarmente. La visita andrebbe prenotata ma nessun problema ad unirci ad altre persone già presenti (60r, durata 1:30h), partiamo con una parte didattica in aula ed al museo per poi salire sulla montagna dove sono posti i vari telescopi, molti dei quali in gestione a nazioni straniere (U.S.A., Russia, G.B., India) e controllati da remoto. Visitiamo il più vecchio in uso al Sudafrica del 1962 per passare infine al SALT. Qui stanno installando la parte principale dello SKA, quello che diventerà il più grande radiotelescopio del mondo. Non accediamo al telescopio vero e proprio, o meglio lo facciamo solo al primo, ma vediamo immagini solo sui computer, ci viene detto che ormai nessuno osserva il cielo direttamente dalle lenti come siamo abituati a pensare, terminato questo sopraluogo lasciamo l’area godendoci viste che spaziano a 360° con una profondità senza fine. Si scorge molto bene anche il più grande vulcano della nazione, il Salpeterkop, ultimo ad essersi estinto anche se parliamo di un numero elevatissimo di anni, ancora interamente coperto di lava solidificata. Qui al centro ci dicono come arrivarci ma anche che per visitarlo occorre un permesso, troppo tempo per noi, ci basta osservarlo da questa posizione perché in seguito dalla strada principale di ritorno non si scorgerà più. La destinazione di giornata è Paternoster nel Cape Columbine, promontorio della Western Coast sull’oceano Atlantico, ma raggiungerlo lungo le strade asfaltate solite è banale e poco interessante, così decidiamo di tagliare per vie meno battute. Imboccata la R354 passato il canyon la lasciamo poco dopo per un lungo tratto di sterrato nel nulla, l’infinito come compagnia di ventura. Da qui fino a Ceres lungo la R356 non c’è nulla, l’immagine tipo sono i pozzi d’acqua con mulinello che gira e qualche rudere dove se un mandriano si perde all’inseguimento di pecore o mucche può alla meno peggio passare la notte. Il sole è cocente, troviamo un albero dopo tanti km sotto al quale ripararci per una sosta di cibo ma soprattutto liquidi, in questi ultimi giorni di grande caldo anche senza muoversi molto a piedi il corpo richiede numerosi litri d’acqua. Arrivati a Ceres ritorna la civiltà, affrontiamo il Michell’s Pass già su asfalto, le valli si riempiono di vigneti, il nuovo eldorado dell’area, poi passata anche questa zona sempre per percorsi minori di nuovo non asfaltati puntiamo a nord-ovest affiancando coltivazioni di grano spezzate solo da centinaia di pale eoliche. Il vento è fortissimo, quando giungiamo nella caratteristica Paternoster anche solo scendere per una bella foto della costa con la bassa marea, le barche ferme sulla sabbia e le case bianche dei pescatori sullo sfondo è un’impresa, ma niente ancora rispetto a quanto dovremo affrontare. Scegliamo di fermarci all’interno della Cape Columbine NR precisamente al campeggio di Tieties Bay (141r x mezzo, no energia elettrica, acqua calda fin quando batte il sole), un parco sabbioso direttamente sull’oceano. Più che un campeggio vero e proprio sono spazi tra le dune e le onde con qualche servizio in qua e là. Noi optiamo per la terza piazzola, il fascino del luogo selvaggio trascende il luogo ed è realtà vera e propria, il vento spazza via qualsiasi cosa e gli schizzi delle enormi onde che s’infrangono contro gli scogli arrivano alle tende, ma è parte del bello del posto. Salire alle dune significa ricevere pugni in faccia dal vento, ma lo spettacolo lo merita, dopo aver recuperato una bella doccia calda (occorre andare ai bagni della seconda spianata incontrata) cerchiamo di creare una protezione attorno al pick-up dove sistemare la bombola del gas per preparaci la cena, ma anche così l’impresa è dura, ci accontentiamo del meno peggio che possiamo ottenere. Il rumore costante delle onde ci accompagna come una dolce ninna nanna, cullati dall’oceano possiamo raccontare. Per arrivare può bastare anche un mezzo 2 ruote motrici, l’importante è non addentarsi nei solchi più profondi lasciati nella sabbia da chi è già passato, ma un 4x4 è caldamente consigliato. Percorsi 406km, su strade miste, con passaggi altamente affascinanti.    

31° giorno

Vento, vento e vento, prepararci la colazione è impossibile, sistemiamo le tende e prendiamo per Paternoster, uscendo dalla riserva paghiamo il biglietto (17r) che all’andata non ci avevano chiesto perché ridotto per chi passa qui la notte. In paese, che notiamo in grande espansione ma con costruzioni sempre identiche alle originali tutte bianche, facciamo colazione al Timeless Caffee (caffè Lavazza o cappuccio 15r, wi-fi) e pianifichiamo le visite al promontorio. Tagliamo la montagna in direzione di Stompneus Bay con bella vista dal passo, il paese però ha accesso al mare solo all’interno di quartieri privati, così andiamo verso St. Helena Bay, situazione analoga e se serve chiarire solo indicazioni in afrikaans, a quel punto puntiamo a sud passando Saldanha (la cittadina più grande) e Langebaan per entrare nel West Coast NP (45r) che corre attorno alla laguna divisa in tre parti distinte. La vista dal Seeberg View Point, dove c’è una piccola costruzione che funge da museo minimale, è spettacolare, la laguna è di tre colori diversi secondo la distanza dal mare, avendo tempo pernottare su di una chiatta nel mezzo della laguna o al termine del promontorio a Kraalbaai è altamente consigliato, noi non possiamo farlo ma visitiamo comunque il parco facendo tappa al Visitor Center per un veloce spuntino al termine del quale lasciamo tutti gli alimenti in più al custode che non termina di ringraziarci. Ultima escursione sempre nel parco all’Atlantic View Point da dove si vede sia la parte interna della laguna sia in lontananza la Table Mountain che sovrasta Cape Town, qui sempre indicata come Kaapstad. Usciamo dal parco dal West Coast Gate per dirigerci lungo al R27 all’aeroporto di Cape Town agli uffici della Britz dove riconsegniamo il pick-up solo dopo aver fatto rifornimento ad un distributore attiguo. Le pratiche sono velocissime, sarà che abbiamo le coperture assicurative complete, ma controllano ben poco, poi un addetto ci accompagna in centro città dove scegliamo un backpackers diverso da quello dell’andata, il Blue Mountain (430r una doppia con bagno in comune, wi-fi, caffè libero con reception aperta, terrazza panoramica) sempre in Long Street. Lo stabile è una dei più pregevoli della via, azzurro e bianco, stile liberty, quasi un monumento da questi lidi. Per cena finiamo nel vicino Dubliner (150r, musica dal vivo e wi-fi) che offre a prezzi irrisori un gigantesco filetto di manzo, avendo ordinato anche altre specialità come antipasto facciamo perfino fatica a finire il tutto. A Cape Town continua ad imperversare il vento, non è così forte come a Paternoster ma si fa sentire, passate le feste c’è molta meno gente in giro e la musica termina prima, si può dormire senza attendere mattina. Percorsi 240km, quasi tutti su asfalto, ma anche lo sterrato in buone condizioni. KM totali 8.490, consumo medio di gasolio 9,8kmx litro, che raffrontato ad un mezzo analogo usato l’anno prima in Namibia ma a benzina è stato un consumo molto parco.   

32° giorno

Ultima sveglia sudafricana del viaggio, approfittando del wi-fi ci mettiamo avanti col check-in on-line poi colazione da Yours Truly (36r) e a seguire escursione cittadina rigorosamente a piedi, in una mattina che fortunatamente è sì ventosa ma non come il giorno precedente. Prima tappa al celebre quartiere dei malesi del capo, Bo-Kaap, sicuramente la parte più caratteristica di questa splendida città. Questa denominazione arriva dal fatto che nel XVIII gli olandesi importarono schiavi dall’India e dall’Indonesia (in realtà quasi nessuno dalla Malesia, ma forse quel nome fa più esotico), è la parte musulmana della città contraddistinta da basse case coloratissime nell’adiacenza della salita a Signal Hill. Rimangono ancora piccoli tratti di percorsi acciottolati, ma ormai è come cercare il pavé alla Parigi-Roubaix. A parte questo fatto la zona è effettivamente molto caratteristica e non a caso è meta di folte visite soprattutto da appassionati fotografi. Andiamo a zonzo casualmente mentre ci appropinquiamo alla collina del Noon Gun, il cannone che durante la settimana (no domenica) suona il mezzodì (fare attenzione se si è qui a mezzogiorno, il tuono del cannone può causare problemi). Da Bo-Kaap non c’è una strada diretta, occorre tagliare tra le abitazioni ed in seguito prendere un sentiero segnato giusto dal passaggio di altri avventori per arrivare alla strada che porta fino in cima dove tutto pare abbandonato. La vista però è molto bella, la città sullo sfondo con le zone più facili da identificare come il V&A Waterfront, Green Point ed il nuovo enorme stadio, in lontananza Robben Island oggi ben visibile. Però una volta giungi fin qui la voglia di salire fino a Signal Hill (350m di altitudine, 45’ a piedi) ci fa cercare un passaggio nella collina, tagliando appena fuori dalla recinzione del Noon Gun arriviamo al sentiero vero e proprio che congiunge la strada per la cima della collina, lassù tra pullman ed auto c’è molto più gente ma si capisce il perché, la vista su Cape Town è a 360°, in un’immagine unica si va dal mare a Lion’s Head, passando dalla città per arrivare alla Table Mountain e di nuovo alla città col porto, mentre il dramma denominato Robben Island non ci abbandona mai. Più facile capire da qui come mai la Table Mountain sia stata votata tra le 7 nuove meraviglie naturali del mondo. Riscendiamo lungo i percorsi a piedi fatti in precedenza, siamo gli unici ma ci godiamo uno splendido paesaggio più a lungo, per attraversare nuovamente Bo-Kaap nell’attimo in cui tuona il cannone ed arrivare su Long Street dove approfittare di un fish&chips con possibilità di scegliersi il tipo di pesce ed il trancio preferito, Revelas Fisheries (31r per calamari e bibita), e dedicare il minimo tempo necessario ad acquisti di ricordi del viaggio. Ci sono alcune gallerie con all’interno più negozi, i prodotti son sempre molto simili, con pazienza c’è la possibilità di contrattare, ma dire che d’imperdibile ci sia ben poco non è sbagliato. Rientriamo al backpackers dove riprendiamo gli zaini lasciati in custodia alla mattina, ci sistemiamo godendoci un caffè sulla terrazza sempre frequentata per poi scendere e prendere un taxi dalla stazione proprio all’angolo. Trattiamo il prezzo prima di partire, ci restano 190r e quelli possiamo offrire che poi sarebbe quanto pagato all’andata, un taxista fa qualche storia ma poi accetta. Appena usciti dal centro l’autostrada verso l’aeroporto è trafficata, ma impieghiamo non più di 30’ per raggiungere il Cape Town International Airport (il tassametro segnava 230r), dove grazie al check on-line la fila per imbarcare il bagaglio è velocissima a differenza di quella per il controllo passaporti. C’è la possibilità registrandosi di sfruttare 30’ di wi-fi gratuito, il volo Emirates è puntuale ed in breve tempo siamo già decollati su di un aereo provvisto pure di servizio wi-fi, oltre ovviamente a tutto quanto già in dotazione nei precedenti, con in più il kit conforto visto che sarà un volo notturno. Appena in quota viene servita la cena a spizzichi e bocconi date le turbolenze ed il pericolo di trovarsi col vassoio dall’altro capo dell’aereo. Riusciamo comunque nell’impresa ed in seguito le luci si abbassano, si riesce a dormire abbastanza tranquillamente, per chi non prende sonno il bar è sempre aperto.        

33° giorno

Ci svegliamo per colazione poco prima di atterrare a Dubai, al solito un lunghissimo giro in bus per arrivare ad un velocissimo controllo bagagli a mano e passaporto, questa volta l’attesa non è lunga, meno di 3h, tempo di trasferirci al gate ed approfittare di una parte dell’ora di wi-fi concessa gratuitamente (se vi siete registrati all’andata vale ancora quella) che siamo già pronti per l’imbarco. Il volo Emirates per Bologna non ha in dotazione il kit confort, ma ovviamente mi son preso quello precedente a dimostrazione del gradimento del servizio, e nemmeno il wi-fi, il resto invece non manca, dai 500 film, ai giochi, alle telecamere per controllare il volo e via così, ci servono il pranzo ed a seguire il gelato. Atterriamo in perfetto orario a Bologna, anzi con un po’ di anticipo, tempo che perdiamo però nella lunga fila al controllo passaporti, nonostante questo tempo quando arriviamo al ritiro bagagli occorre nuovamente attendere, ma un’attesa che ci restituisce lo zaino non pesa più di tanto. A Bologna piombo nell’unico fine settimana di gelo invernale, fortuna che i 40° e passa dei giorni precedenti erano stati mitigati da alcune ventose giornate lungo la west coast così da non subire uno shock troppo eccessivo, a quello ci penserà il ritorno al lavoro…

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