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ZIMBABWE-SUDAFRICA-BOTSWANA 2017


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Le Orlando Towers a Soweto, Sudafrica

Il viaggio si è svolto tra dicembre e gennaio, all’inizio della stagione delle piogge, puntuale come non mai quest’anno a differenza dei precedenti. Temperature alte ma non elevate, nelle montagne dello Zimbabwe si abbassano decisamente di notte ma di freddo non c’è traccia. Scrosci d’acqua intensi ed in alcuni casi prolungati quasi quotidiani, giornate nuvolose soventi, ma il sole sbuca sempre, soprattutto in Botswana e Sudafrica. In Sudafrica per un € servivano indicativamente 14,5rand, il carburante è sempre acquistabile con carta di credito, gli ATM sono ovunque. In Zimbabwe non esiste più una propria valuta, di fatto lo stato economicamente è fallito, si paga tutto in $, meglio arrivare con questa valuta già a disposizione, in alcuni casi si può pagare in rand o cambiarli nei pochi uffici bancari che s’incontrano, ma difficilmente più di 50$ per volta con pratiche burocratiche da sfinimento. Quasi mai si può pagare con carte di credito se non nei centri commerciali presso le maggiori città o a Victoria Falls, quindi sempre in $. In Botswana si paga regolarmente con la valuta correte, pula, per un € ne servivano indicativamente 11. ATM quasi ovunque, il carburante si paga sempre con carta di credito, utilizzabile anche per parchi e camping, oltre ovviamente a qualsiasi supermarket. Tutti i costi riportati sono da intendersi a persona quando non specificato. I cellulari funzionano regolarmente, ma quando si entra nei parchi la copertura spesso scompare, il wi-fi in Zimbabwe latita, a volte nei camping c’è ma la lentezza è esasperante, più volte non funziona semplicemente perché manca l’energia elettrica. Altre volte il titolare del camping ha fatto da hot spot col suo cellulare personale, questo avviene però solo nei piccoli campeggi. L’inglese sulla carta è la lingua ufficiale nei 3 paesi ma in realtà nessuna la parla come prima lingua, in Zimbabwe in ogni caso è “biascicata” in modo da renderla di difficile comprensione, in Sudafrica i bianchi vi si rivolgeranno sempre in afrikaans, poi per pietà tradurranno, ma con poca voglia…Meglio far scorta di cibo prima di entrare in Zimbabwe, non tanto perché manchino scorte ma per i prezzi esorbitanti di tutto ciò che non proviene dalla terra, e quello che proviene è poco e non facile reperirlo. Il carburante, nel nostro caso gasolio (il pick-up poteva essere alimentato sia con quello 50ppm sia quello a 100ppm, verificate prima dell’ingresso in Zimbabwe) costava da 1,12 a 1,2$ al litro in Zimbabwe, 0,65€ in Botswana e 0,8€ in Sudafrica, rete distributiva amplia ovunque, tenendo conto che il nostro mezzo, Ford Ranger, aveva un’autonomia di 1.500km. Per entrare è sufficiente il passaporto valido per 6 mesi, in Zimbabwe occorre il visto ottenibile in frontiera, 35$ per quello ad ingresso singolo, 40$ ingresso doppio. Ne esiste anche uno ad ingresso multiplo, costa 60$ ma va richiesto in anticipo. L’unico posto di confine Sudafrica/Zimbabwe è un girone dantesco che vi sconsiglio caldamente di affrontare, quanto letto sulla guida mi pareva letteratura invece si trattava di realtà. Meglio affrontare 500km in più. Come guide abbiamo utilizzato quelle in versione EDT della Lonely Planet per Sudafrica e Botswana, oltre a quella in inglese della Bratd per Zimbabwe, versione fresca di stampa e veramente attendibilissima. In pratica questa è l’unica guida reperibile ed attendibile di questo luogo per chi intende muoversi in totale autonomia. Come mappe avevamo a disposizione South Africa 25th Edition e Zimbabwe 1st Edition di MapStudio oltre al navigatore satellitare Be-On-Road Navigation, un open source particolarmente adatto per le parti in fuoristrada. Per affrontare il viaggio avevamo definito il noleggio di un pick-up 4X4 completamente attrezzato per poter essere indipendenti ovunque, tenda sul tetto, pannello fotovoltaico a ricoprirla, 160 litri di serbatoio, 90+20 litri di serbatoio per acqua, frigo, pala per scavare, cavo di traino, qualsiasi accessorio immaginabile per la cucina, fornello inserito sulla ribalta posteriore e collegato alla bombola del gas (sufficiente per tutto il viaggio), oltre ad una dotazione distinta per poter accedere alla rete stradale dello Zimbabwe, doppio triangolo, doppio giubbotto riflettente, strisce fosforescenti sul retro e sui lati, estintore, tutte cose che nelle centinaia di posti di blocco sono chiesti, mai tutti, ma uno ad ogni stop sì. Il mezzo consegnatoci da Avis (circa 2.500€ per un mese, ai quali vanno aggiunti 60€ per pulizie e forfait autostrade nei dintorni di Johannesburg, da ora Joburg, e Pretoria) era in condizioni talmente ideali che più volte siamo stati fermati solo per mostrare il nostro mezzo ad altri viandanti che non rispettavano le indicazioni del codice della strada locale. Che poi il 90% dei loro mezzi non fosse a norma è altro discorso. Altra regola, i mezzi devono essere puliti, è un’offesa personale girare con un mezzo che sia sporco, spiegare che si esce da un parco in condizioni impossibili e che non si trovino aree di sosta attrezzate per pulirli pare non essere situazione contemplata. Ma in ogni caso, anche quando qualche poliziotto ha provato a fare il grosso, non sono mai andati oltre ad una raccomandazione, nessuno ha chiesto soldi per soprassedere, giusto in Botswana ai check-point veterinari per non dire nulla su alcuni cibi conservati e sulla carta proibiti la richiesta è arrivata al massimo ad una birra.

Una leonessa allo Hwange N.P. Zimbabwe

1° giorno

Arrivo con buon anticipo all’aeroporto di Bologna per il check-in del volo Iberia destinazione Madrid poiché il check on-line non è stato possibile, non veniva accettata la destinazione finale di Joburg con questa procedura. Poco male, non c’è nessuno, le pratiche sono velocissime, meno la coda al controllo dei bagagli, ma tutto sommato non c’è da lamentarsi, volo puntuale sia in partenza sia in arrivo. A Madrid, senza bagagli che viaggiano a destinazione, prendiamo le metropolitane per il centro città (8,4€) ed in 40’ dopo un cambio a Nuevos Ministerios ci troviamo non distanti dalla Gran Via. Cielo plumbeo, ci immergiamo nella capitale spagnola passando in Plaza Puerta del Sol dal simbolo dell’orso che bacia il corbezzolo con ben salda l’idea di una sosta al Museo del Jamon in Carrera de San Jeronimo dove si mangia alla barra a prezzi irrisori. C’è la promozione dei bocadillos a 1€, come non approfittarne? All’uscita Giove Pluvio detta legge, raggiungiamo Plaza Mayor piena di bancarelle in preparazione del natale approfittando dei portici, cosa che condividiamo con una moltitudine di turisti e di indigeni. Quando la pioggia scema e conosciamo ogni vetrina e piastrella della piazza proseguiamo verso il Palacio Real che con le luci della sera ed i riflessi della pioggia regala viste preziose. Da Plaza de España riprendiamo la Gran Via che illuminata da proprio l’impressione di essere una grandissima via e da qui alla fermata della metro per rientrare in aeroporto. Dal terminal T4 prendiamo la metro interna verso il T4S (dopo aver recuperato la carta d’imbarco lasciata nella vaschetta del controllo bagagli, gentilissimi e simpatici gli inservienti) dove attendiamo il volo per Joburg potendo sfruttare o la rete wi-fi gratuita x un’ora o alcuni dei pc a disposizione. Il volo di quasi 10h parte puntuale, dopo 1h viene servita la cena (discreta), per chi vuole ci si può dilettare con numerosi film (un centinaio doppiati in italiano), giochi ed intrattenimenti vari, volendo anche quanto si ha a disposizione sul proprio smartphone collegabile allo schermo personale, c’è anche il wi-fi, ma non avendolo provato non ho ritorni da fornire. Le luci si abbassano, chi vuole può dormire, da segnalare che nonostante si tratti di un volo notturno non è fornito il kit confort ma solo le cuffie audio.

- Villaggio lunga la Karoi-Binga, Zimbabwe

2° giorno

Sveglia per colazione circa un’ora prima di atterrare con leggero anticipo, svolte le pratiche d’ingresso ai numerosi posti di controllo ci incontriamo col taxista inviatoci dalla GH prenotata via booking ma prima di partire facciamo scorta di rand ad uno dei tantissimi ATM presenti in aeroporto. Il passaggio in auto a prezzo concordato (200r) dura 40’, il G-Lodge sorge nei dintorni del celebre Ellis Park, lo stadio del rugby per antonomasia. Questo però non significa che la zona sia serena, anzi, l’hotel è protetto da filo spinato sulla cinta muraria di 4 metri dove svetta la torretta della guardia armata che apre e chiude l’ingresso anche di 30 secondi del taxi. Il G-Lodge fa parte di una catena di più strutture presenti in città, con la prenotazione anticipata si sta sui 15€ a testa a notte, wi-fi funzionante bene nei dintorni della reception, meno nelle camere e personale gentile e disponibile. Ci dicono subito che fuori a piedi non si va, quindi capiamo che per ogni spostamento occorre chiamare un taxi, cosa che facciamo immediatamente per andare all’Apartheid Museum (80r) situato nella zona sud della città proprio di fronte ad una delle nuove attrazioni cittadine, il Golden Reef City Theme Park, la storia della corsa all’oro. Noi questa cittadella la saltiamo (rammento a chi proprio fosse così interessato che la vera visita del Sudafrica la feci l’anno precedente, con sosta a Kimberly la capitale della corsa all’oro) per immergerci nel museo, visita ad altissimo impatto emotivo. Il biglietto definisce la porta d’ingresso come avveniva un tempo in base al colore della pelle ma anche all’origine vera e propria della persona, tra spazi all’aperto e molteplici sale interne scorre la storia tra oggetti, fotografie veramente strepitose, mezzi di repressione, video, manifesti ed altro, una visita che in questo periodo porta in dote anche una mostra temporanea su Nelson “Madiba” Mandela, una ciliegina sulla torta di questo museo. Impieghiamo oltre 2 ore per visitarlo, all’uscita sempre in taxi decidiamo di far tappa in quello che si potrebbe definire centro. X 100r ci facciamo scaricare in Mary Fitzgerald Square, scoprendo ben presto che un centro vero e proprio non esiste. Percorrendo Miriam Makeba street arriviamo in Albertina Sisilu road, d’interessante proprio nulla, alcuni edifici storici non riportano nemmeno una targa a segnalare quanto accadde, altri sono in ristrutturazione, non ci resta che salire al Top of Africa, il grattacielo più alto da dove vedersi il panorama della città, che poi si rivela l’unione di tante piccole città in un corpo unico e poco unito. L’ascensore va scovato all’interno del KFC Carlton Center, poco indicato, 150r per salire all’ultimo piano e visionare il panorama nei quattro lati. Lasciato andare, il luogo è poco visitato anche se la vista dal 50° piano merita, peccato che non si possa uscire all’esterno ed i vetri siano poco puliti, ma il posto pare in decadenza ed aver vissuto il suo splendore molti anni prima. Una volta discesi, notando che tutto attorno c’è poco d’interessante, anzi, ceniamo in uno dei 1.000 locali che sono la vera attrattiva per la gente del posto, bianchi e neri, la differenza principale qui in città la fa non il colore ma i soldi. Sono in pratica tutte catene internazionali, optiamo per uno Spur (170r) dalle porzioni abbondanti, poi rientriamo in hotel sempre in taxi, che sostano proprio all’angolo del Carlton Center (100r). Di fronte all’hotel c’è un mini market, prima di entrare faccio un salto a prendere una bottiglietta d’acqua (6,5r) con la guardia armata che mi controlla dall’alto preoccupatissimo. La camera è enorme e tutto funziona come si deve, peccato solo la posizione che ci rende non autonomi negli spostamenti.  

Vista dall'alto del Gonarezhou N.P. Zimbabwe

3° giorno

La nostra richiesta di dove poter andare a far colazione nei paraggi al responsabile dell’hotel è accolta con un immediato “ve la preparo io senza costi aggiuntivi”, ottimo. Con un taxista che lui conosce partiamo per l’escursione a Soweto (1.000r) situata a sud-ovest di Joburg, raggiungibile in 30’. Le prime visite, quasi obbligate direi, si svolgono lungo Vilakazi street in prossimità del Mandela House Museum e della casa dell’arcivescovo Desmond Tutu. La prima, al celebre 8115 di Orlando street (60r con guida), si trova all’interno dell’abitazione di Nelson Mandela dove visse negli anni ’50 con la prima moglie Evelyn e a seguire con la seconda, la celebre Winnie fino all’arresto nel 1962. Quando fu liberato passò 11 giorni in questa piccola e modesta casa prima di spostarsi in un altro luogo sempre a Soweto, acronimo di SOuth-WEst-TOnwship. A circa 100 metri da qui, raggiungibile passando tra bar e ristoranti posh ai massimi livelli e poco in tono con la storia del luogo si trova la casa di Desmond Tutu che però non è visitabile. La visita che più illumina nei paraggi è all’Hector Pieterson Museum (30r), dove vengono raccolti e narrati gli aspetti della rivolta del 1976. Il nome del ragazzo a cui è intitolato il museo, di soli 13 anni, rappresenta il primo assassinato in una violenta giornata di sangue dove a lui ne seguirono dai 200 ai 500 a seconda dei mezzi di stampa che si leggono. Da qui in avanti partiranno scontri continui per togliere di fatto l’apartheid dal Sudafrica iniziando col togliere l’insegnamento in lingua afrikaans dalle scuole. Tra le tante cose esposte, al di là di fotografie strepitose che esplodono al mondo in maniera profondissima i fatti del giorno, da notare i possenti mezzi dell’esercito usanti per andare incontro a tutto, anche persone. All’uscita un salto al playground della scuola è quasi un obbligo, per chi ama vedere i tanti e piccoli campetti da basket in giro per il mondo questo porta con sé una valenza inarrivabile per tutti gli altri. Facciamo tappa in altri luoghi simbolo della storia del luogo come la Regina Mundi Church (sul muro sono ancora ben visibili i fori dei proiettili durante i riots), il Walter Sisilu Square of Dedication con nel mezzo il Freedom Charter Monument Museum mentre il Kliptown Open Air Museum è chiuso (e direi poco conosciuto visto che solo per rintracciarlo occorre chiedere info a tante persone). Nei paraggi sorge un bel mercato, poi continuiamo l’escursione andando a zonzo in auto anche se aspetti di quella Soweto tanto nota ai più non ne scorgo, rammento situazioni di degrado molto peggiori in alcune township viste lo scorso anno passando per le periferie di Cape Town o Bloemfontein. Una tappa alle Orlando Towers splendidamente dipinte non può mancare anche se non ci lanciamo col bungee jumping, ora attività principale cui le ex torri della centrale elettrica sono destinate. Pian piano prendiamo la via della città con tappa a Soccer City che si trova a mezza via, in realtà costituita dal solo gigantesco stadio arancione a forma di zucca costruito per i mondiali di calcio del 2010. Sorge nel mezzo del nulla, dietro ad una collina e quindi nemmeno troppo invasivo, pare ad oggi un’astronave aliena nel deserto. Per terminare la giornata ci facciamo portare nella zona di Melville, segnata come la più tranquilla ed aperta, il regno degli hippie e dei giramondo. L’area è però piccola, sorge su di una collina e gravita tutta attorno a 7th street, in pratica bar, ristoranti, guest house e qualche negozio di seconda mano, un’aria da tempo che si è fermato, quasi tutti bianchi con camicioni hawaiani e ritmi lenti, lentissimi. Anche qui stanno arrivando a prendere possesso delle attività più redditizie alcuni stranieri, e nel caso dei musulmani capita che non vendano alcoli, cosa che fa la fortuna di altri locali come il Buzz 9 (wi-fi free) dove ammazziamo un tardo pomeriggio piuttosto caldo. Tentiamo di visitare Melville, ma in realtà da vedere c’è ben poco, luogo da vivere come una piccola comunità peace&love fuori dal tempo, così ci fermiamo fino a cena, che qui inizia prestissimo, al Nuno’s (95r). Rientriamo in taxi (140r) imparando che le tariffe sarebbero standard, quando applicate agli stranieri però, visto che un vero e proprio tassametro non c’è. In serata Melville diviene il ritrovo di tutti quelli che vogliono uscire a divertirsi con qualche soldo nel portafoglio, accettata quella condizione il colore della pelle poco importa in una città che a differenza di Cape Town presenta un’integrazione praticamente inesistente. 

Zambesi River a nord prima delle Victoria Falls, Zimbabwe

 

4° giorno

Colazione di nuovo in hotel gentilmente offerta, alle 9 in punto un addetto Avis Safari Rent ci preleva per portarci al punto di noleggio dei mezzi per grandi escursioni, nei paraggi dell’aeroporto. Le pratiche di domenica mattina sono velocissime, Kevin ci illustra il tutto, il pick-up Ford Ranger che per 4 settimane fungerà da casa è di livello certamente superiore a quanto usato negli anni passati tra questi luoghi, il tutto dovuto alle problematiche dello Zimbabwe, dove tra alimentazioni particolari, restrizioni sui mezzi e così via non tutti possono circolare liberamente ed ufficialmente. Serve pure una liberatoria della banca che ad oggi non ha da consegnarci, la recupereremo via mail nei giorni a venire. Spese 2 ore ad imparare come utilizzare le tende, il pannello fotovoltaico, come riporre l’incredibile quantità di attrezzi ed utensili al seguito, il comodo fornello a gas, fatto scorta di acqua e anticipato l’addebito su carta di credito dei costi di cauzione (riporto subito, prontamente rimborsati una volta rientrati e controllato il mezzo, per via di una piccola caduta del rand il gioco ha pure reso qualche eurino…) siamo pronti per partire. La prima tappa, su consiglio di Kevin è all’Irene Mall, uno di quei mall che funge da città per gli abitanti benestanti del luogo. In effetti nei giorni precedenti raramente avevamo visto bianchi in città e ci chiedevamo dove fossero. Risposta trovata, in pratica vivono nei giorni di festa in questi luoghi da mattino a sera, più che centri commerciali piccole città ad ingresso ristretto però, col parcheggio a pagamento (7r x 2h). Comprato tutto quanto necessitiamo per essere completamente autonomi (acqua e cibo, ma anche il completamente della vita da campeggio come mollette e filo da stendere, asciugapiatti e spugne) partiamo verso la prima meta di giornata, la Cradle of Humankind, denominata in questo modo poichè si tratta di una delle più importanti aree paleontologiche del mondo, celebre per gli ominidi di Sterkfontein. Qui nel complesso principale di Maropeng, accolti da una gigantesca scultura a forma di DNA entriamo in un corposo museo (120r) adatto a grandi e bambini, dove dopo aver visionato fossili di dinosauri si gioca lungo un percorso acquatico dell’era glaciale e si entra in un buco nero, per tornare presto seri sull’evoluzione del mondo. Ha una valenza a sè pure lo strano edificio in cui tutto questo è ospitato, dalla sommità la vista spazia lontano, e lontano dobbiamo andare per trovare il primo campeggio del viaggio nel Krugersdorp GR (240r fino a 4 persone per piazzola, acqua calda e collegamento volante per energia elettrica, non chiedete wi-fi, meglio un cancello che tenga lontani i molti animali che stazionano nei paraggi). Prima cena da campo dopo una buona doccia nelle strutture del campeggio lontano dalla reception in un bel parco dove stazionando per la notte è compresa nella tariffa la visita l’indomani. Percorsi 183km, tutti in ottimo stato, la maggior parte su grandi autostrade a pagamento.        

 

Victoria Falls, Zimbabwe

     

5° giorno

Prima colazione da campo, sistemate tenda (rapidissima, all’interno si possono lasciare sacco a pelo, cuscino, abiti, è dotata di luci a led per leggere consumando praticamente nulla), sedie, tavole e suppellettili partiamo alla visita della GR dove abbiamo sostato. L’animale più presente è il waterbuck, ma gnu, zebre, struzzi non mancano. Peccato solo l’invasione di mosche, poi usciamo per dirigerci alla Sterkfontein Caves (165r, visita solo guidata in inglese, dotati di casco di protezione, consigliabile portarsi una torcia se non uno smartphone con led per illuminare) dove visitiamo le grotte, luogo di ritrovamenti degli ominidi che dal luogo traggono il nome. Questa visita assieme a quella di Maropeng se fatta nella medesima giornata ha un biglietto scontato. La visita delle grotte è più interessante per l’escursione in se che per quanto si possa vedere, i ritrovamenti non sono ovviamente lasciati nelle grotte, ed esse stesse hanno pochi tratti spettacolari a parte il grande lago che riflette gli archi naturali che lo sovrastano. Usciti pare che il sole accechi, il caldo è molto intenso, ci sono alcuni scavi da visitare per poi tornare in autonomia verso il punto di partenza. Prossima tappa il celebre parco Pilanesberg NR, il luogo più prossimo alle grandi città dove avvistare i grandi animali africani, parco che si trova all’interno di un grande e spento cratere. Prendiamo posto nel campeggio del Golden Leopard all’interno del Manyane resort (330r x piazzola fino a 4 persone, uso elettricità, volendo piscina del resort, niente wi-fi) per partire immediatamente nella perlustrazione del parco (40r x auto, + 110r a persona) iniziando dalla parte nord. Non serve un 4x4, i percorsi fuori dalla via centrale non sono asfaltati ma in buono stato, di animali però pochi, sarà anche l’orario non proprio ideale, è pomeriggio e fa caldo. In effetti più l’orario avanza più si scorgono rinoceronti bianchi, giraffe, antilopi di vari tipi, zebre a non finire, insomma il parco si anima e regala grandi visioni. Nella zona centrale attorno al Mankwe Lake c’è ressa, quasi tutte antilopi e gnu, prendiamo i sentieri più limitrofi al lago per rientrare sulla via principale dove avviene la sorpresa di giornata. Una fila di auto ferme ci costringe a metterci anche noi in coda, un leone maschio sta arrivando di corsa, inizia a zigzagare tra le auto poi placidamente si defila passando a 5 metri dal mio finestrino. Già questa sarebbe una vista mirabile, ma mentre prendiamo l’uscita si palesano numerosi elefanti che fanno rallentare di molto l’andatura, ci preoccupiamo perché stiamo passando l’orario di chiusura, ma facendo tappa nel camping del parco non siamo redarguiti e così c’è pure tempo per qualche rinoceronte bianco a passo lento e waterbuck curiosi. Non conto i soliti impala, che qui sono come i cani a guinzaglio nelle nostre città. Rientrati nella piazzola assegnataci, dopo una doccia corroborante è tempo di prepararci la cena quando inizia a piovere, e così sperimentiamo il buon uso del grande tendone che cinge il pick-up sul retro e sul lato sx (montaggio in 30”), inserito per proteggere dal sole cocente si rivela salvifico anche con la pioggia che non ci abbandona per quasi tutta la notte. Altra constatazione molto positiva, la tenda sul tetto velocissima da aprire (con possibilità di 2 ingressi con scala posizionabile sul resto o sul lato dx, tanto che quella a terra non la useremo mai) non solo ha dimensioni ottime (ci si può stare in piedi) ma dimostra una tenuta alla pioggia invidiabile. Percorsi 217km, alternativamente tra asfalto e sterrato, entrambi in buone condizioni.                      

Situazione complessa a Mana Pools N.P. Zimbabwe

6° giorno

Colazione col sole e rientro al Pilanesberg per girarci la parte centro e sud, niente felini ma tantissime antilopi, poi rinoceronti ed elefanti, oltre ad un numero elevatissimo di uccelli, grandi e piccoli dai molteplici colori. Il Pilanesberg non delude, complice anche la sua particolare configurazione, non pensate ad un unico cratere stile cartone animato però, ma il posto è piacevole pure senza gli animali. Usciamo e ci dirigiamo verso nord al Marakele NP (140r+50r x auto, 330r x piazzola fino a 4 persone) dove iniziamo immediata l’escursione. Il parco è diviso in 2 parti separate, la più prossima all’entrata, lato ovest, è quella piana dove scorrazzano giraffe e antilopi, prendendo un sottopasso e gestendosi apertura e chiusura dei cancelli si entra nel lato nord-est dove son presenti anche felini oltre a montagne imponenti. Di animali pochi, il panorama però è molto bello con un sentiero non banale che porta ad oltre 2.100m al Lenong View Point. Se non avete paura di percorrere un sentiero non asfaltato, stretto, ripido a precipizio su di un burrone di oltre 500m allora questo posto fa per voi. Lassù si domina non solo il parco ma una larga fetta di Sudafrica, coi grifoni del campo che volano tutti attorno a queste rupi. Seppur siano una specie protetta in via d’estinzione, qui se ne vedono centinaia, perfetti nello sfruttare le correnti ascensionali, di una velocità incredibile. Quassù in zona ripetitori, servono come riferimento per capire fin da subito dove si dovrà arrivare, di gente ben poca, una pace assoluta. Scendendo visitiamo il lato nord del parco, animali sempre pochi, le montagne ancora molto belle, poi pian piano rientriamo al campeggio che sorge nei pressi dell’uscita. Tempo per un’ottima doccia e per prepararci alla cena con un cielo stellato a farci da compagnia, una compagnia che come spesso ci accadrà porterà con sé intense piogge nella notte, la tenda continua nel suo splendido lavoro isolandoci completamente dalle intemperie esterne. Percorsi 215km, strade asfaltate negli spostamenti, sterrati nei parchi, nel Marakele definirli in buono stato non è facile.       

           Gruppo d'impala nel Chobe Riverfront, Botswana

7° giorno

Piove, colazione sotto al provvidenziale tendone, fortunatamente il sole in poco tempo diventa intenso e riusciamo a ripiegare il tutto senza troppa acqua. Usciamo dal parco e lo tagliamo in verticale lungo una strada perfettamente dritta sterrata a piena di pozzanghere, comprendendo che il 4x4 ha un suo senso. L’area del Waterberg è una preziosa biosfera di un verde intenso ben poco frequentata, terminata proseguiamo verso il confine col Botswana e lo costeggiamo a lungo su strade che raramente conoscono avventori, caldo intenso con prima sosta a Lephalale per cercarci un’internet point dove scaricare il documento per l’auto e stamparlo (mostrare un pdf alla frontiera di Mr. Mugabe è come mostrare la maglia di Danilovic ad un fortitudino e sperare che ringrazi…). Ma purtroppo il documento non è ancora arrivato, abbiamo perso parecchio tempo per nulla, trovare un servizio internet funzionante con una stampante non è stata impresa facile in questo luogo dove comunque i negozi sono tantissimi. Riprendiamo il cammino con sosta all’ingresso di Swartwater sulla R572, asfaltata ma non sempre in buono stato, qui sotto ad un grande albero ci prendiamo un break con alcuni passanti del posto curiosi della nostra sosta. La meta finale della giornata sarebbe il Mapungubwe NP, un piccolo ma interessante parco nel centro dei 3 confini, Sudafrica, Botswana e Zimbabwe, solo che quando arriviamo non troviamo posto nel camping. Qui attorno non c’è nulla, lo scenario però si mostra già spettacolare, dobbiamo riprendere la via d’accesso e deviare verso il posto di confine di Pontdrift (al momento chiuso perché il fiume è troppo grosso), prima di raggiungerlo si svolta a sx in direzione Ratho, che dista circa 14km dalla via. Sentiero in buone condizioni, qualche dubbio che un camping possa essere proprio qui ci coglie, ma le indicazioni ci sono, si spera solo che ci sia anche qualche persona. Quando arriviamo al Ratho bush camp nel Rakwena Crocodile Farm incontriamo una ragazza in bicicletta che ci accoglie e ci conferma che il camp esiste e c’è posto, anzi, non c’è nessun altro. E’ una ragazza australiana (dai lineamenti non proprio, ma accontentiamoci del suo grande entusiasmo) alla pari che sta svolgendo il suo compito nella fattoria, felicissima di accogliere avventori (l’ultima registrazione era di circa 2 settimane prima), x 120r possiamo scegliere la piazzola che vogliamo in un piccolo campeggio fuori dalla fattoria, tutto recintato con vista sul bush, piccola piscina con idromassaggio, amache di legno e bagni enormi anche questi tutti di legno cinti. Un luogo singolare da dove godersi una bella vista al tramonto sul bush coi grandi marabù che paiono disegnati sugli imponenti alberi non lontani dal grande fiume Limpopo. Tempo per relax non ne abbiamo visto che per arrivare fin qui abbiamo fatto una lunga tirata, doccia e cena nel buio totale, temperatura elevata anche di sera e zanzare che iniziano a farsi notare. Percorsi 451km, prevalentemente su strade asfaltate non sempre in perfetto stato, sterrate nei parchi o nelle deviazioni come quest’ultima. 

 

          Serval nel De Wildt Cheetah Center, Sudafrica     

8° giorno

Il caldo a colazione è intensissimo già di prima mattina (qui alle 5 c’è già una luce non da poco), ci trasferiamo subito al Mupungubwe NP (176r) iniziando la visita verso ovest. Questo parco oltre che per gli animali è celebre per le viste dall’alto delle rocce sulla confluenza dei fiumi Limpopo e Shashe, proprio dove i confini dei 3 stati s’incontrano. Ammetto che se il Tree Top Walk non sia nulla di eccezionale, il Confluence View Point regala invece una vista mozzafiato. 3 mondi distinti che s’incontrano, elefanti che sostano nella grande piana alberata, un luogo dove i destini di molti nativi potevano essere completamenti distinti per una manciata di metri, anche a questo va il pensiero mentre il caldo si fa opprimente. Continuiamo la passeggiata nel lato interno al Pinnacle deck sulla vallata ovviamente ricolma di pinnacoli di roccia, per intraprendere poi un giro in pick-up fino al bordo del fiume con più attraversamenti di elefanti che un certo timore lo incutono. Seguiamo alcuni sentieri non sempre indicati dalla mappa recuperata alla reception, la parte sul fiume sarebbe protetta da un’alta rete, ma incontriamo più persone che trasportano grandi sacchi in spalla e che in un modo o nell’altro passano il fiume per portare in Zimbabwe quanto trovano in Sudafrica. Lasciato il parco, visita assolutamente da non tralasciare, ci dirigiamo a Musina dove facciamo il primo rifornimento del viaggio notando che i 2 serbatoi non necessitano di un lento travaso come avvenuto in passato. La città è il classico grande mercato di frontiera africano, tutti supermarket assaliti da avventori che arrivano dallo Zimbabwe con ogni mezzo, camion, pulmini stracarichi, taxi o invenzioni di ogni tipo, Al negozio di Engen troviamo un pc ed una stampante dove recuperare la documentazione attestante la fidejussione di copertura del mezzo a nolo, facciamo scorta di ogni cibaria ma dopo aver girato in lungo e largo, chiesto info a chiunque non troviamo un camping per la notte. Optiamo per la Guest House Star (300r x camere doppie, niente colazione ma wi-fi) dopo aver chiesto alla ragazza che sta pulendo il cortile sul fronte ed avendo la possibilità di parcheggiare all’interno il pick-up in modo da utilizzare la cucina. La GH si rivela un covo d’immigrati pakistani, siamo gli unici avventori nati fuori Karachi e dintorni, il responsabile, fratello del titolare che non fa nulla nella GH, prova a portare il discorso sulle nostre religioni, ma fatica a controbattere i vantaggi della sua sulla mia quando impara che non ho una religione e non sono credente, anzi sentendosi dire che la mia religione è la mia vita proprio non sa più che dire. Ci chiede solo di non cucinarci piatti col maiale, proviamo pure a soddisfare la sua richiesta e per oggi niente salame o salsiccia di cui sia dotati in dispensa, ma la busta di riso liofilizzato presa dal mazzo contiene speck, facciamo finta che sia bresaola ed anche lui è accontentato. Prepariamo la cena in un giardino dove letteralmente piovono manghi, alcuni s’incastreranno in posizioni talmente recondite che li troveremo anche una settimana dopo. Il personaggio ne raccoglie numerosi, ce ne offre pure, ma nonostante questo il cortile è coperto. A Musina non c’è nulla da vedere d’interessante, anzi è interessante vedere un’umanità in movimento ed in interscambio tra un posto dove c’è di tutto e di più a prezzi contenuti verso un altro dove poco si trova e molta di questa costa almeno 3 volte tanto. Cenato e sistemate le carte per l’indomani è tempo di dormire sull’unico letto che incroceremo durante il viaggio, fuori dai giorni senza pick-up. Caldo torrido in camera, il condizionatore getta aria solo sulle teste, passiamo svariati minuti nel provare a sistemare le alette del condizionatore, riuscendoci fortunatamente, ma se passate di qua evitate la camera 10, al cui bagno si accede aprendo le ante dell’armadio. Percorsi 174km, su strade sterrate in ottimo stato, mentre all’interno del parco alcune solo da 4x4.            

Ippopotami nello Hwange N.P. Zimbabwe

9° giorno

Ci prepariamo la colazione nel parcheggio della GH, alle 7:30 la temperatura oltrepassa i 30°, si prospetta una giornata calda in tutti i sensi. Lasciamo il covo pakistano dopo vari saluti e la richiesta di dire ad amici e conoscenti la bontà del posto, usciamo da Musina seguendo il flusso in lento movimento verso il posto di confine pronti ad affrontare lunghe trafile che iniziano subito. La coda si forma un km prima di incanalarci verso il primo dei controlli, molta gente prosegue a piedi scendendo da ogni mezzo possibile, brutto segno. Un inserviente devia i mezzi in 2 spazi distinti, noi andiamo in quello più grande proseguendo di fatto diritto, lì ci indicano dove parcheggiare e nient’altro. Iniziando a chiedere capiamo che occorre fermarci sotto una tenda provvisoria dove registrare l’uscita dell’auto dal Sudafrica, pratica velocissima, siamo carichi che le terribili note udite siano solo leggenda. A piedi raggiungiamo un grande magazzino dove occorre registrare i passaporti in uscita, ci sono 5 posti di controllo con lunghe file, e qui la faccenda rallenta, le pratiche sarebbero veloci ma alcune volte tutto si ferma, se poi qualcuno arriva con bambini, allora auguri. Ma anche questa la passiamo, riprendiamo l’auto e ci incanaliamo verso il posto di controllo finale, la fila non procede, da almeno 10 vie d’accesso occorre incrociare chi viene in senso opposto per arrivare ad un passaggio solo, sarebbero ben 2 ma in uno un camion è in panne e non si passa. I controlli a carte ed auto sono quasi inesistenti, è più il traffico che rallenta che altro, almeno sarà che siamo stranieri e verso di noi sono tutti veloci e premurosi. Dopo nemmeno 2:30 siamo fuori dal Sudafrica, il ponte Beithbridge, 300m e c’è il primo stop nella terra di mezzo. Un addetto della polizia turistica ci chiede se vogliamo un aiuto e sale in auto con noi. Elenca velocemente una lunga lista di documentazione da portare con noi ed un’ancora più lunga da ottenere ovviamente in uffici e sportelli uno diverso dall’altro sparando pure una cifra che sulle prime pare alta e più una mancia nei suoi confronti che altro. Ci conferma che avremo una ricevuta per tutto, consulto alla velocità della luce la guida Bratd ed in effetti più o meno tutto torna. Iniziamo così la processione d’entrata, partendo dal visto con 2 ingressi (40$), li richiede lui ed un inserviente è lestissimo a rispondere alla chiamata e qui essendo tra i pochi necessitanti del visto la sbrighiamo veloce, poi occorre pagare il ponte percorso in entrata, Beithbridge (9$ x auto), e anche questa non è pratica complessa. Usciamo dal primo ufficio dove ovviamente ben poco è indicato per continuare con altre pratiche. La carbon tax (16$ ad auto), a seguire il famigerato CVG che viene richiesto quasi sempre quando fermati dalla polizia (50$ x auto) ma per averlo poiché non siamo i proprietari dell’auto serve una sorta di fidejussione rilasciata da un’agenzia preposta, di questi agenti è piena l’area, il nostro poliziotto turistico ci chiama il suo contatto che procede per noi ad attivarla davanti ad uno sportello dove decine di persone si spintonano, io devo stare con quest’addetto nella bolgia, mentre guadagnando tempo il poliziotto e l’altro mio compare di viaggio si addentrano all’ufficio per la tassa stradale (10$ x auto). Unite queste ultime carte possiamo finalmente ottenere la tanto agognata CVG, poi con tutta questa carta (che unita a tutto quello che mi porto al seguito pare un volume della Treccani) passiamo all’ufficio della polizia, e lì il nostro addetto ha gioco facile bypassando una lunga fila (gioca in casa qui), per riprendere finalmente l’auto. Finito? No, c’è il controllo carte ed auto, il fardello di documentazione non interessa a parte il piccolo foglietto che ci ha rilasciato la polizia, un addetto qui lo timbra ed un altro a fianco lo ritira. Il controllo dell’auto significa giusto aprire il frigo, non fanno storie di nulla e pare che si possa andare. Vorremmo ringraziare l’addetto della polizia turistica, ci ha fatto un grande servizio in queste ulteriori 2:30 trascorse, ma il più felice pare lui, probabilmente stando con noi tutto questo tempo si è risparmiato servizi ben peggiori. Non vuole nemmeno una birra fresca, giusto una sigaretta. Ora comprendo appieno cosa significhi attraversare un confine africano con mezzo al seguito senza agenzie accomodanti o mance diluite con facilità, va detto che senza l’addetto sarebbe stata impresa non facile visto che le indicazioni sono pochissime, la gente un mare infinito ed ognuno ha le sue priorità da rispettare, a volte urgenze che se non sfiorano il dramma poco ci manca. In ogni caso Welcome to Mugabe, come vien detto da queste parti, visto che l’anziano leader è un tutt’uno con lo stato che ha creato e reso indipendente e dal quale non c’è verso di staccarlo. Prendiamo la A4 e facciamo sosta per riprenderci, carote, mele, una fetta di salame con qualche tuc e l’immancabile caffè ce li siamo meritati. Notiamo subito che i posti di blocco sono numerosissimi, ma non ci fermano mai, evidentemente da queste parti per gli stranieri hanno un occhio di riguardo, la strada sale in buone condizioni verso Ngundo con formazioni rocciose particolari tali da regalare splendidi panorami, il verde è intenso e ovunque, il vecchio nome di giardino d’Africa che fu appioppato alla Rhodesia ci sta tutto. Nota a margine, l’attuale Zimbabwe per i più distratti corrisponde alla Rhodesia del sud, divenuto indipendente nel 1980, a differenza della Rhodesia del Nord, attuale Zambia che conquistò l’indipendenza ben prima, nel 1964. Le formazioni rocciose, come tanti monoliti distribuiti casualmente su questa zona continuano anche quando prendiamo a est sulla A10, l’asfalto è sempre in buone condizioni e lungo la strada, sarà anche per il periodo di festa, c’è tanta gente che si muove verso bar, ristoranti, luoghi all’aperto per ballare e suonare, quasi tutti in perfetto tiro! Ma abbiamo ancora strada da fare, vogliamo passare la notte al camping del Gonarezhou NP, occorre passare il piccolo villaggio di Nandi e s’incontra l’ingresso sulla dx. Alla porta un addetto ci informa che sarebbe già troppo tardi perché chiude alle 18, sono le 17:50 ma all’ingresso del parco vero e proprio mancano 30km, su strada sterrata limite 60km. Prova comunque a sentire, visto che lamentiamo il fatto di non avere alternative su dove passare la notte, pensando pure di farlo qui dove ci sono rudimentali costruzioni che servono per gli addetti alla sicurezza, almeno un “dentro” in cui sostare c’è. Ma ci accettano, procediamo lungo la larga via d’accesso incrociando qualche giraffa, facoceri e pure le sable antilope, non proprio comuni. A metà del percorso c’è un nuovo controllo dove lasciamo un micro biglietto in dotazione dal primo cancello, quando arriviamo all’ingresso vero e proprio un addetto sonnolento ci accoglie, paghiamo il dovuto (8$ ingresso, 17$ il campeggio e 10$ x l’auto, meglio avere i soldi contati, il resto potrebbe arrivare qualche anno dopo…) ma non riceviamo nessuna mappa, solo vaghe indicazioni e raccomandazioni a non starcene troppo in giro visto che gli animali vagano liberi. Non facile capire dove andare, ovvio che qui il navigatore serve poco, in tutto il parco siamo in 3 auto, ma le altre 2 sostano in luogo diverso presso i bungalow. Dopo svariate inversioni troviamo la piazzola che ci è stata assegnata, posizione pessima, visto che non c’è nessuno scegliamo la n° 2, vicina ai bagni ed un attimo più riparta. E’ un caldo impressionante anche di sera, servirebbe una doccia, i bagni ci sono ma l’acqua non arriva, dato che c’è una gigantesca vasca di raccolta prova a trovare un rubinetto, nel lato in fondo a destra c’è, lo apro e in un attimo l’acqua sgorga, non c’è l’illuminazione elettrica ma poco male. Facciamo campo nel nulla, occorre avere tutto al seguito tranne l’acqua (ma x berla va purificata), ovvio che qualsiasi minimo rumore ci allerti, il campeggio non ha reti di protezione, ma dato che girano indisturbati waterbuck e kudu immaginiamo che di felini non ce ne siano. Terminata la cena il caldo è ancora elevato e gli insetti più fitti della nebbia tra Ferrara e Rovigo, una tappa sul fiume Chiredzi la stoppiamo subito, un passo fuori dalla piazzola e gli ippopotami dichiarano di chi sia quella terra. Meglio prendere la via della tenda e prepararsi per l’indomani. Percorsi 373km, quasi tutti su strade asfaltate in buono stato.      

Lungo i sentieri di Mana Pools, Zimbabwe

10° giorno

Alle 6 in tenda fa già molto caldo, quindi colazione quando il termometro scrive 33° e dopo aver scorto qualche ippopotamo nel vicino fiume partiamo all’escursione del parco, che è la parte in Zimbabwe del celebre Kruger sudafricano. Il sentiero sale e dalla sommità la vista spazia sulla foresta imperiosa, forte impatto anche se di animali non c’è traccia. Nel periodo delle piogge possiamo proseguire solo fino alle Chilojo Cliffs, ma raggiungere questo luogo non è cosa semplice. Nella stagione secca si può provare a guadare il fiume a nord andando in direzione Chivira Falls e uscire da lì, ora occorre ritornare sulla via già percorsa. Il sentiero è pessimo, non c’è traccia di piogge recenti, in ogni caso alcuni passaggi sono ostici ed in generale occorre procedere molto lentamente, i 30km si percorrono in oltre 1:30, è talmente caldo che ci muoviamo con aria condizionata sempre accesa e finestrini chiusi, cosa che non sopporto durante un game drive ma il termometro tocca i 44° ed allora questo è l’unico rimedio. Arrivati di fronte alle Cliffs in un campeggio dove non c’è traccia di presenza da molto tempo solo affacciarsi sul fiume per rimirarsi la montagna spaccata ed i suoi spettacolari colori sembra di farsi una sauna. Ma non si può certo evitare, poi rientriamo con qualche deviazione lungo il percorso come quella a Runde Gorge. Animali fin qui pochi, in una piccola valle interna c’è una grossa mandria di elefanti non propriamente amici, hanno poca intenzione di farci passare, bello vederli da così vicino, ma qualche preoccupazione la danno, a differenza di giraffe, kudu e waterbuck. Usciamo dal parco (il guardiano del posto intermedio ci da 10$ da consegnare a quello dell’uscita, fiducia al 100%) e sempre lungo la A10 prendiamo direzione nord, solita sosta cibo e relax lungo la strada nella zona di Chibunji, ormai abbiamo familiarizzato con questa pratica e non cerchiamo nemmeno più un luogo appartato, e poi via ancora verso nord. A Kondo, attraversando zone rurali dove la maggior parte della gente è impiegata nell’agricoltura con mezzi rudimentali inizia a piovere, una situazione che nell’area est del paese sarà la prassi. Arriviamo a destinazione a Chimanimani tra le montagne a 1.800m, troviamo una piazzola (la sola a dire la verità) presso il Frog & Farm un complesso turistico costruito dalla signora Jane High in quest’angolo di mondo. In realtà lei offre splendidi bungalow ed una piazzola da campeggio (10$ a piazzola con energia elettrica) con a disposizione pure una costruzione dove poter sostare (ci sarebbero anche 2 letti nel caso, ma li usa per appoggiare vestiti e altro) e cenare o ripararsi. C’è una sorgente d’acqua minerale, la consiglia caldamente e così facciamo scorta di tutte le taniche a nostra disposizione, attiva il suo smartphone come hot spot e riesco pure a connettermi col mondo per capire cosa avvenga a natale a casa, ma senza esagerare giacché non voglio rubarle troppo traffico. Particolare simpatico, quando ci mostra il lavabo ci mostra pure uno scorpione e la sua tana, lo prende nella mano e ci parla come fosse un amico, per lei è importante averlo perché di notte si mangia un numero spropositato di zanzare, qui numerosissime ma mai portatrici di malaria, insomma, non dobbiamo disturbarlo. La pioggia riprende, così ceniamo a tavola nella casupola a disposizione dei campeggiatori, un cenone di natale alternativo, finito il quale Jane ci raggiunge e ci illustra percorsi per l’indomani. Mi spiega che è nata in Zimbabwe, anche se immagino che a quel tempo era ancora Rhodedia, si è trasferita quassù nel ’90 quando nelle città la vita per i bianchi si fece difficile ed ora ha creato un piccolo e splendido mondo, è pure la responsabile turistica della piccola cittadina, insomma si è rigenerata da queste parti dove è sicuramente meglio stare per non farsi troppo notare. Tra le montagne di notte la temperatura precipita, l’escursione della giornata elevatissima. Percorsi 336km, fuori dal parco su strada asfaltata ma in pessimo stato, quelli nel parco veramente scomodi.     

                      Gtu coronate al Nate Bird Sanctuary, Botswana

11° giorno

Il natale porta con sé la pioggia, dopo una notte intera non si ferma nemmeno di mattina così riutilizziamo il capanno per colazione. Sistemiamo il pick-up dopo essere passati a salutare Jane nella sua misteriosa casa costruita tra gli alberi, stivata quanta più acqua sorgiva possibile ci spostiamo fino al centro di Chimanimani dove diamo un’occhiata a questo buen retiro di montagna e ne approfittiamo per verificare le forniture degli shop locali. A parte che ci guardano tutti incuriositi, non devono passare molti stranieri da qui, allo shop sono però estremamente gentili con noi, anzi ogni richiesta viene accolta precedendo i locali, notiamo che le paure diffuse anni fa siano falsi miti, c’è tutto quello che può servire nei negozi (cambiano pure i vuoti delle bottiglie di birra comprate in Sudafrica), preferibile avere contante poiché le carte di credito raramente sono accettate, unica nota i prezzi sono estremamente alti, una bottiglia si succo di frutta costa 3 volte quanto la si paga in Sudafrica, ora capisco meglio perché gli zimbabwiani facciano avanti ed indietro dal confine per stivare all’inverosimile ogni mezzo a loro disposizione con qualsiasi prodotto, cibo o bere che sia. Tutto si paga in $, sovente arrotondato a cifra pari, poi si sono inventati una banconota da 2$ chiamata bond notes che i più vecchi possono assimilare ai miniassegni anni ’70 italiani. Ci sono anche monete divise in centesimi, ovviamente tutte queste non hanno valore fuori dallo Zimbabwe, liberatevene prima di uscire. Chimanimani non è che abbia molto da mostrare se non le verdissime montagne che la circondano, allora su indicazione di Jane partiamo verso Corner lungo la Cashel Scenic Route. La strada asfaltata ci abbandona dopo poche curve, ma poco male visto ieri come si trovava in più punti, inizia a salire e a peggiorare (altitudine massima 1.900m), percorriamo un sentiero sempre peggiore tagliando le montagne, ha smesso di piovere per fortuna ma le nuvole avvolgono le cime. Più volte chiediamo lumi ai passanti, sempre cordialissimi, nonostante il navigatore ci guida spesso ci chiediamo come possa avere le vie corrette qui in mezzo dove alcuni passaggi sono interrotti e le deviazioni sembra conducano alla fine del mondo. Passiamo più che piccoli villaggi giusto gruppi di case, oggi quasi nessuno lavora, è festa anche per loro, anzi si vedono gruppi di persone vestiti eleganti magari con stivali di gomma in mezzo al fango, ma la forma è rispettata. Lambiamo più volte il confine col Mozambico, va prestata attenzione visto che più volte i guerriglieri antigovernativi utilizzano questi angoli remoti di paese come basi logistiche e si spingono oltre confine per spostamenti sicuri e per cacciare animali in forma di sostentamento, ma non abbiamo di questi problemi. Arriviamo all’incrocio con la 441 in zona Cashel, la strada migliora (per peggiorare avrebbe dovuto cadere nel burrone sottostante…) e lì facciamo tappa per una sosta cibo, temperatura che ha ripreso a salire, in precedenza anche affrontare una sosta per foto in maglietta era scomodo, ripartiamo per raggiungere la zona delle Vumba Mountains, sempre nella regione del Manicaland, prima lungo la A9, poi A10. Per salire quassù occorre entrare appena a Mutare, una delle grandi città di questa nazione, ci arriviamo durante una specie di tifone, vie completamente allagate, pare di navigare più che viaggiare in auto, il Prince of Wales view point non solo non ha vista ma non lo si nota nemmeno, così continuiamo per il centro delle montagne. Entriamo al Vumba Botanic Garden and Reserve (10$) e da qui dopo un lungo e tortuoso percorso giungiamo ad un primordiale camping (9$ x piazzola). La vista spazierebbe sulla vallata e tutto attorno sulle montagne, siamo nel mezzo delle nuvole e non si vede oltre 5 metri, anche arrivare ai bagni è più un’escursione che un passaggio. I bagni poi non sono dotati di acqua calda né di luce, arriva un addetto ma non riesce ad accendere il fuoco per riscaldare l’acqua (nei campeggi questo è sempre il sistema, non pratico ma l’acqua scaldata con la legna regala sensazioni che un moderno boiler si dimentica), così questa sera per non prendersi una polmonite niente doccia, fortuna che non si è sudato nulla. Anche solo per prepararsi la cena occorrono pile e k-way, siamo in montagna, non lo vediamo ma ce ne accorgiamo ugualmente. Per cena una sostanziosa e calda pasta e fagioli, presa appositamente per serate come questa. Spente le nostre luci ed unici nel camping, siamo attorniati dal buio totale, se ci mettiamo pure le nubi muoversi porta alla mente il nonno di Amarcord (Giuseppe Ianigro), solo che lui era nella nebbia totale di giorno, qui ci aggiungiamo pure la notte. Vabbè, cosa di meglio di leggersi per qualche ora serale un buon libro? Percorsi 286km, molti dei quali in pessime condizioni, quelli su sterrato più sentieri che strade.  

           Nello Nxai Pan, Botswana

12° giorno

Piove tutta notte, fortuna che all’alba smette e possiamo fare colazione muovendoci anche fuori dall’area coperta dal tendone, rimaniamo comunque sempre al freddo attorniati dalle nuvole e di vedere il giardino botanico non c’è possibilità. Prendiamo la via d’uscita sia dal giardino sia dalle Vumba Mountains, le nuvole si alzano ed al Prince of Wales view point almeno riusciamo a buttare uno sguardo all’area dove abbiamo sostato. Le strade sono tutte asfaltate, è luogo per escursioni da fine settimana degli abitanti di Mutare e dintorni, molto traffico su strade piene di curve ma ben tenute. Rientrati in città proviamo il primo rifornimento e notiamo come non ci sia nessun problema di sorta, almeno in questa stazione di rifornimento di una grande catena internazionale si trova ogni tipo di alimentazione, attenendosi però al pagamento in $ e basta. Probabilmente forzando la mano i rand potrebbero essere accettati ma di carte di credito non c’è traccia. Da considerare che il gasolio per noi è la spesa maggiore da affrontare, immettere sui 150 litri x 1,12/1,2$ litro in contanti è una spesa pari a qualche giorno di permanenza. Da Mutare saliamo a nord destinazione Nyanga NP seguendo la A15, in buono stato. Da Juliasdale si prende la A14 e l’ingresso del parco, ben segnalato dista pochi km. Anche questo è meta di passaggi giornalieri, la Mutare vip sembra tutta attorno alla reception, ma pochi stazionano la notte. Il Nyanga NP (4$ ingresso, 10$ x auto, 9$ camping, si può pagare con carta di credito) sorge presso la montagna più alta della nazione in zona di numerose cascate, anche questo lungo il confine col Mozambico. Preso posto in una piazzola del camping, poco segnalato ma immerso nel verde e con un addetto praticamente a nostra disposizione (acqua calda scaldata a legna, alimentazione elettrica con adattatore inglese portato in seguito dall’addetto x sistemare le nostre prese di tipo sudafricano, wi-fi sconosciuto come connessione telefonica) e fatta veloce sosta per cibo, partiamo subito in escursione alle Nyangombe Falls, sul lato ovest, per raggiungerle occorre uscire da questa parte di parco per entrare nel settore opposto e riregistrati (portate con voi la ricevuta del pagamento) prima di avanzare su di un sentiero in pessimo condizioni (solo 4x4 alti da terra) al termine del quale un parcheggio custodito da guardia armata segna la fine della via. Da qui si scende a piedi per circa 10’ verso le cascate, non altissime, formate da più salti ma decisamente coreografiche poiché si aprono sul verde assoluto della foresta ai suoi piedi. Divelte le protezioni in passato e non sistemate si può andare ovunque, un gruppo familiare locale vedendomi mi chiede di entrare con loro in 1000 fotografie, forse di bianchi qui ne arrivano pochi, gentilissimi ed entusiasti, per loro sentir parlare che si arriva dall’Italia è poco diverso che dalla Luna! Ritorniamo sui nostri passi per andare in direzione opposta, meta ad est sul confine dove si eleva il Mt. Nyangani (2.592m) la vetta più alta dello Zimbabwe. Il percorso per arrivarci passa per la Mare Dam, un lago artificiale e resti di alcuni forti, quando sale diventa di dubbia percorrenza, avendo tutte le assicurazioni del caso sul pick-up procediamo ugualmente, usciti dalla foresta la vallata che da sul gruppo delle montagne è particolarmente suggestiva, al posto di parcheggio c’è un punto di controllo presidiato da guardaparco e doganieri. Questi sostano quassù a 2.140m per 2 settimane a fila, ci sono i servizi igienici ma per il resto devono essere autonomi di tutto, si procurano il legno per il fuoco girando avanti ed indietro nel controllare che i guerriglieri mozambicani non facciano fuori troppi animali. Alla vetta si può salire senza troppe difficoltà, serve solo avere a disposizione 5 ore e che il clima sia benevolo, come possiamo vedere pure noi il vento è fortissimo e le nuvole vanno e vengono che è un piacere pure in una giornata limpida come quella odierna. Ci facciamo un caffè anche qui, ormai è il nostro marchio di fabbrica, assieme ai guardaparco e poi riprendiamo la via del rientro, ci consigliano però di prendere al primo bivio quella a dx, più lunga ma in migliori condizioni nella parte iniziale (non viene segnalata in senso contrario per salire) guadagnando un po’ di tempo che investiamo nella sosta a Pit Structures, sorta di arcaico villaggio al tempo del Great Zimbabwe dove vivevano in perfetta comunione d’intenti indigeni locali ed animali. Piccole costruzioni a mo’ di trulli incavati nel terreno, parte centrale dedita al bestiame che poteva uscire solo da un lungo e interrato tunnel, questo proprio a protezione del bene maggiore che avevano i locali. Cena al camping, c’è solo un altro gruppo presente, dedito ad alcol e ovvia grigliata di carne, ma di buon ora spengono tutto e nessun rumore si sente nel parco che pare abbandonato, solo le stelle che ci regalano una nottata serena. Percorsi 174km, fuori dal parco in buono stato, all’interno male se non malissimo.     

    Ritrovo di giraffe al Chobe Riverfront, Botswana

13° giorno

Uno scroscio di pioggia non ci viene mai negato, fortuna che all’ora della colazione il sole fa già capolino, continuiamo a visitare il parco con destinazione Fort Chawomera. Fino a Brighton Beach, sorta di piscina naturale sul fiume il sentiero non è male, dopo diviene niente di più che 2 solchi tra l’erba, la deviazione per il forte giusto da immaginare. Del forte, come ci avevano detto, ben pochi resti, è piuttosto la posizione a rendere bella la vista in una giornata di sole, anche se qualche nuvola già compare. Usciamo da questo lato di parco per andare nella zona di Pungwe, non raggiungibile internamente. Dalla A14 prendiamo l’indicazione della Pungwe Scenic Drive, questa dopo 4km svolta a dx e da lì parlare di strada, scenic per di più, non ha senso. Praticamente abbandonata da tempo, con solchi, precipizi, pozze che paiono laghi, fango, rami, insomma il peggio che ci possa essere, impieghiamo oltre 1h x meno di 10km, col pick-up che deve dare il massimo di se stesso per uscire da molte situazioni scomode, intanto ha iniziato a piovere e le nuvole ci avvolgono. Dal Pungwe View Point non vediamo oltre 2m, la cascata per esserci c’è, sentiamo il rumore, ma non si vede e quindi continuiamo in direzione del Far &Wide, un resort con maneggio in un posto che dire dimenticato dal mondo è poco. Oltre c’è l’Honde View Point, facciamo l’ennesima deviazione ma ancora nulla, nuvole ovunque. Non desistiamo, vogliamo arrivare fino alla fine della via dove sono segnate le Mtarazi Falls, una delle cascate più alte al mondo, 762m. Il percorso ora non è nemmeno pessimo, peccato che il tempo non migliori, giungiamo al parcheggio e punto finale della via dove una guardia armata ci spiega come raggiungere i view point sulle cascate. Ci illude dicendo che le cascate si riescono a vedere, ci pare incredibile, ma giunti fin qui perché rinunciare? In 10’ a piedi in leggere discesa giungiamo sul bordo del canyon e magicamente le nuvole si aprono, vanno e vengono ma sì, le cascate si vedono. O meglio, i getti d’acqua che possiamo scorgere sono in 2 punti distinti, è impressionante perché son sì piccoli ma sembra non abbiano fine. Vedere il punto più in basso è impossibile, occorre sporgersi nel vuoto, qui non c’è la minima infrastruttura atta al caso, ci si mette sulle rocce più esposte e si prova a guardare in basso, chi soffre di vertigini meglio che non giunga qua. Lo spettacolo con le nuvole che vanno e vengono scoprendo alternativamente cascate, canyon, foresta è veramente spettacolare, la natura al suo massimo splendore, non vorrei sembrare blasfemo, ma mi ha colpito più questa esigua ma infinita cascatella verso il nulla che le Victoria Falls che vedrò in seguito. Rientriamo ed usciamo definitivamente dal Nyanga NP, A14 fino a Rusape e da lì A3, buone condizioni ma grande traffico. Sosta lungo la via e poi puntiamo in direzione della capitale Harare, pioggia torrenziale che lascia spazio al sole di continuo, tanti incidenti anche con auto capovolte, una volta in città facciamo tappa ad uno dei primi e grandi Mall di Pick’n’Pay (gigantesco, pieno di prodotti ma poca gente, prezzi stellari) dove si può pagare in $, rand e carte di credito, c’è pure il liquor store. Diamo un occhio alla città girando per le vie del centro, ma la vecchia Salisbury (questo il nome al tempo della Rhodesia) si manifesta come una città grigia, costruzioni come periferia di Praga anni ’60, pure il centro non svetta. Abbandoniamo quindi l’idea di passare la notte in città e ci cerchiamo un camping nei paraggi, cosa non facile, il traffico è congestionato e le uniche opportunità si trovano verso i laghi nella parte opposta da dove proveniamo noi, lungo la A5. Quando arriviamo ad un’indicazione che mi segnala il navigatore verso il Lake Manyame significa farsi 14km in una strada di campagna già al buio, chiediamo lumi ad alcune persone ferme alla fermata dei bus, uno di questi ci conferma l’esistenza del campeggio, sta rientrando verso casa proprio in quella direzione e ci chiede se possiamo dargli un passaggio, cosa che facciamo più che volentieri. Ci indica dove deviare per arrivare al camping e che questo si trova dentro ad un complesso produttivo senza indicazioni, una volta sceso, 12 km dalla strada principale e chissà dove vivrà (ma soprattutto quest’avventura ogni giorno…) proseguiamo a sx per 2 km, le indicazioni non rispettano né i cartelli né il navigatore ma da qualche parte arriviamo. Sono le 20 e pare notte fonda, al cancello varie persone sembra facciano festa, chiediamo del camping, ci fanno passare e ci dicono di procedere, occorre passare tutto questo complesso e prendere prima della fine una deviazione a dx, si giungerà così all’Hideaway Lodge (10$, niente elettricità). All’ingresso però un addetto non c’è più, giusto le guardie, ci fanno comunque passare, il posto è sicuramente bello (splendida piscina con gigantesco bar, tutto chiuso però) ma non attendendo nessuno non sanno che fare (ci portano in lungo e largo attraversando pure il campo da calcio in auto), alla fine trattiamo un posto tra gli alberi e l’uso del bagno comune, non c’è però una doccia così ci attivano quella della piscina, all’aperto anche se riparata e con acqua calda. Anche oggi rimediamo un posto, le aspettative ad un certo punto erano scemate ma ce l’abbiamo fatta. Cena in relax dopo 383km, quelli su asfalto in buone condizioni, nello sterrato molto meno, per essere buoni.                  

Campo da basket regolamentare a Gaborone, Botswana

14° giorno

Colazione e vista lago, cosa che la sera precedente nemmeno lo avevamo notato, da qui ci sarebbero spedizioni di pesca, ma gli avventori del lodge sono quasi inesistenti (una coppia anziana dedita al relax y nada mas), noi ripartiamo cercando una via che ci eviti ti tornare in città. Un percorso sterrato ma in buone condizioni esiste, passa verso la Lilifordia School ed i suoi bei campi da basket nel verde, ci immettiamo quindi dopo circa 30km sulla A1, meta di giornata Mana Pools NP. C’è meno traffico oggi anche perché siamo in uscita dalla capitale, attraversiamo alcune cittadine molto ben tenute, Chinhoyi pare la più sviluppata e viva, con code interminabili ad ogni bancomat presente, le feste recenti avranno prosciugato le finanze dei più. Non occorre scendere dall’auto per fare compere, non solo agli incroci ma un po’ ovunque i venditori di qualsiasi cosa son presenti, mai invasivi però, occorre chiamarli. Ovvio che il flusso del traffico ne risulti rallentato, ma poco male. Per accedere al parco occorre registrarsi molto anticipatamente sul cammino presso lo Zim Parks&Wildlife Office di Marongora dove si possono fare le ultime compere ove necessario, nel parco non c’è nulla. Qui viene rilasciato il pass, poi si continua fino al passo, la vista spazio sull’infinita foresta che si estende sopra e sotto al fiume Zambesi, confine naturale con lo Zambia. La discesa a precipizio tra alcuni tornati è rallentata dai tanti camion che fanno avanti ed indietro tra i 2 stati, prima del primo accesso al parco c’è un posto di controllo (non ci fermano) e sulla dx si prende la strada per Mana Pools NP. Al controllo si esibisce il permesso e nient’altro, seguiranno 30km su strada sterrata in discreto stato, animali pochi. Ad un incrocio a T ulteriore posto di controllo, si prende a sx per altri 45km, anche questi tutti dritti nella foresta, qualche elefante attraversa, ovvio che abbia la precedenza, qualche antilope s’intravvede, percorso ancora in buone condizioni, anche se larghe pozzanghere ci sono già. Prima dell’ingresso alla reception ci sono alcuni pan dove i primi animali a gruppi fanno capolino, ma di felini non troviamo traccia. Alla reception si paga il conto salatissimo, non c’è una logica sui posti camping, alcuni si pagano a piazzola altri a persona, a noi assegnano una piazzola nel Nyamepi Camp con costo a persona visto che è la soluzione più economica, il tutto vuole dire 10$ a macchina, 20$ x l’ingresso e 23$ x il camping, questo a testa (auto unica esclusa) e al giorno (non c’è copertura telefonica per chi necessita di roaming, il wi-fi forse, può essere, forse si paga, mah, vediamo, alla fine si desiste perché se anche ci fosse occorrerebbe tornare al Park HQ di sera al buio 2km …). Vabbè, fermiamoci un giorno, prendiamo possesso della nostra piazzola, vicino al fiume ed a un bagno in orribili condizioni, sotto ad un albero abitato da scimmie poco amiche. La natura padrona dello spazio, non serve lamentarci, questo cercavamo. Partiamo a visitare il parco, le regole del luogo permettono pure di girarlo a piedi, la compagnia degli animali ci scoraggia, proseguiamo in auto con destinazione est alla confluenza tra il grande Zambesi e il Mana, posto denominato non a caso Mana Mouth. C’è chi scende con casse di viveri e canne da pesca se ne va giustappunto a pescare proprio qui, gli ippopotami sono in acqua numerosissimi e particolarmente vicini, ma molti sguazzano pure sulla terra ferma. Waterbuck e kudu sono le antilopi più numerose, impala a centinaia, di felini ancora nulla, ce ne saremmo aspettati poiché le guide dicono mirabilie di questo luogo. Ma sarà la stagione delle piogge a portare qui pochi animali, possono trovare acqua comodamente ovunque e le grandi aspettative vengono in parte deluse. Non che avere di fronte a qualche metro decine d’ippopotami sia situazione disprezzabile, ma già in larga parte vissuta. E così dopo aver girato e capito che l’area non sia così facile (ci avvisano di far bene i conti sui possibili guadi che affrontiamo) rientriamo alla piazzola e per trovare una doccia decente occorre fare qualche centinaio di metri a piedi con luce calante, rumori di animali a fianco, niente illuminazione nel complesso delle abluzioni, non proprio il massimo per quanto pagato. Affrontiamo la cena al gran caldo con una concentrazione d’insetti elevatissima, almeno tutti questi si pappano le zanzare. Dal fiume litigi tra ippo arrivano sia di sera sia di notte, felici di dormire sul tetto del pick-up e non nella tenda sul terreno. Percorsi 412km, in buone condizioni, pure lo sterrato non si è rivelato male.             

Un saluto da un elefante nello Makgadikgadi Pan G.R., Botswana

15° giorno

Colazione al caldo e in litigio con le scimmie, dispettosissime, riescono a depredarci alcuni piccoli sacchetti dei rifiuti, poco male se non fosse che poi spargono il contenuto ovunque. Per oggi abbiamo previsto su consiglio dei ranger al HQ l’escursione verso Vundu Point, zona ovest del parco. Non c’è un percorso lungo il fiume si rientra per un km per poi seguire il percorso tra lagune e foresta, il cielo si copre e minaccia pioggia. Seguiamo bene o male una traccia che fa da via, occorre attraversare grandi pozzanghere, ma avventurarsi fuori dalla via può essere a sua volta altrettanto pericoloso. Incontriamo i soliti impala e waterbuck, qualche elefante ogni tanto, ma tutto sommato poca compagnia, una pozza però diventa per noi la fine del viaggio. Rimaniamo incastrati, il fango è talmente tanto sul fondo che pure un potente 4x4 dotato di marce ridotte non esce da lì. Proviamo a recuperare legni e sassi, ma incastrarli sotto alle ruote è impossibile, l’acqua è alta più di mezza ruota e immancabilmente appena si prova a partire finiscono sputati nell’acqua. Siamo a circa 5,5km dal HQ, nessuno è partito nella mattinata in questa direzione, l’unica possibilità che abbiamo per uscire da questa situazione è tornarcene a piedi alla reception, nel parco a piedi è pure permesso girare, non infrangiamo nemmeno le regole! Ci procuriamo un bastone nel caso occorra difendersi da qualche animale (mossa psicologia e nulla più) e partiamo, passati 5’ un tifone si abbatte su Mana Pools, siamo completamente inzuppati, seguire la traccia impossibile, procediamo scavando nel fango, ogni passo è un problema ma almeno con questa pioggia gli animali se ne stanno riparati. Dopo pochi attimi, completamente inzuppati la restante pioggia non è più un problema, fa pure caldo, continuiamo usando il bastone più come stampella che come protezione. Passata poco più di un’ora, percorsi 3,5km sentiamo il rombo di jeep, provengono da un resort privato e vedendoci ci recuperano e notiamo che tutti iniziano a ridere. Sono pure loro italiani e ci spiegano il perché della risata, a loro nel resort non era concesso di fare in autonomia 50m per paura degli animali, noi ce ne andiamo da km a piedi da soli. Al HQ spieghiamo la situazione, nel frattempo la guida del resort ci dice che se vogliamo ci organizza il recupero del mezzo tramite il suo capo ora al resort x 120$. Alternative non ne abbiamo e accettiamo, ma nessuno arriva, allora parlando con gli addetti iniziamo a verificare cosa accada. Loro ne sanno meno di noi, pare che loro avrebbero dovuto chiamare al resort, ma o non lo hanno fatto o non sono riusciti, qui è sempre tutto un forse, almeno ha smesso di piovere e dopo 3h di attesa impiegate nel frattempo a lavarmi alla meno peggio nel bagno di servizio asciugandomi con carta igienica qualcuno si palesa. Sono gli inservienti che con una calma assoluta ci dicono che vanno verso la nostra destinazione e ci accompagnano cercando col loro mezzo di trainarci via. Serve solo una corda, noi ne abbiamo una robusta in dotazione, ma per 30’ scompaiono cercandola, più probabilmente visto l’orario vanno a pranzo. Quando partiamo ci accorgiamo che solo per arrivare al pick-up occorre inventarsi traiettorie di sicurezza, immagazziniamo alcuni passaggi oltre a quello di comprendere come e dove passare nelle pozzanghere non evitabili (dritto per dritto possibilmente su tracce esistenti recenti a velocità sostenuta). Troviamo la nostra Ford Ranger che pare un’isola nel lago, ora c’è da recuperare la fune di traino che ovviamente è situata in posizione non comoda, nel lago si scivola oltremodo, fortuna che il pick-up ha appoggi esterni ed una volta in zona si sale su quelli. Gli addetti fanno tutto loro, ma il primo tirotto va ripetuto più volte, oltre al fango dove ci siamo impantanati la tanta acqua caduta ha peggiorato la situazione. Comunque senza grosse difficoltà ritorniamo in possesso del nostro mezzo, vorremo offrire loro qualcosa ma a parte qualche sigaretta non vogliono nulla. Ed allora grandi saluti, la sicurezza che entro sera sarebbero ripassati da qui, sai mai, e proviamo a fare il percorso inverso. Ci riusciamo senza grossi affanni, poi prendiamo la via d’uscita, solo che la parte sterrata dei primi 45km è in condizioni pessime, laghi veri e propri, affrontiamo a veloce sostenuta con cascate d’acqua ben più alte dell’auto, anche coi tergicristalli alla massima velocità non vediamo nulla, non c’è traffico e l’importante è cercare di tenere il volante sempre dritto. Giungiamo al primo posto di controllo con mezzo in condizione orribile ma felici, qui carichiamo un addetto che deve arrivare sulla via principale, anche il controllo in uscita è una formalità, e una volta sulla via facciamo tappa per un attimo di relax, caffè ovvio! Il controllo in ingresso paese ci porta via poco tempo, ci chiedono di aprire il frigo e niente di più, poi prendiamo la strada per Lake Kariba, A1 fino a Makuti e M15 per Kariba. Cerchiamo di muoverci il più in fretta possibile, abbondonata una Mana Pools altamente adrenalinica c’è molta strada per arrivare alla civiltà. Kariba è una cittadina con un centro nei dintorni della diga e poi tanti piccoli spruzzi di città tra le insenature di questo enorme lago artificiale creato negli anni ’60. La sua formazione ha portato una quantità incredibile di acqua, un bene per molti versi ma un male per altri, la forza dell’acqua ha messo in movimento placche terrestri che si sono sviluppate con terremoti ed anche il clima è di molto cambiato. Ma per noi il lago significa la possibilità di trovare un luogo dove passare la notte, è stazione turista e così dopo averlo cercato in lungo e largo ci registriamo al Warthog Bush Camp (5$ a testa in piccole piazzole, bagno nei dintorni ed inserviente dedicato che predispone il fuoco e funge da guardia armata). Nel bar con vista sul lago c’è una festa, ritrovo dei bianchi possidenti della zona, si beve e si balla, nel frattempo la titolare attiva il suo smartphone come hot spot in modo che possa segnalare al mondo che le bestie di Mana Pools non hanno avuto ragione di me. Con una calma che si sognano anche i più sperduti aymarà boliviani, procediamo a doccia e cena, doccia all’aperto protetti da una struttura di canne ed illuminati da faretti a led, cena condivisa con un grande numero di zanzare che sguazzano con l’autan e si mettono in riga giusto con un arcaico zampirone in fronte. Percorsi 207km, nel parco in condizioni “tragiche”, fuori su strade asfaltate in buono stato.                 

Le Mtazari Falls, Zimbabwe

16° giorno

Un caldo inatteso ci avvolge durante colazione con vista sul grande lago, poi rientriamo in città per visitare la Kariba Dam sul fiume Zambesi, la grande diga che ha formato il lago e che fa da posto di confine Zimbabwe/Zambia. Ci sono lavori in corso per la realizzazione di un tunnel che possa tagliare la città, tutti in mano ad aziende cinesi, comprese le indicazioni stradali bilingui, per accedere occorre registrarsi all’ufficio immigrazione (1$ x proseguire con l’auto, visti i lavori ci è espressamente richiesto di procedere col mezzo), moderno e in ottimo stato, poi il permesso va vidimato da 2 inservienti che stazionano sotto ad una tenda fatiscente tutti presi dalla visione di un film su di un tablet. Avrebbero timbrato qualsiasi cosa…Da qui scendiamo alla diga, opera di per se non esageratamente larga, nemmeno 600m, ma alta 128, terminata nel 1958 (costruita dall’impresa italiana Impresit) e a seguire nel 1960 inaugurata la centrale elettrica alla presenza della Regina Madre britannica, di Rhodesia si parlava al tempo. Parcheggiamo e possiamo attraversarla a piedi. Funge anche da confine con lo Zambia, se non s’intende proseguire non viene richiesto il visto per arrivare fino al lato opposto, non c’è nessun controllo. Da qui il lago pare più un mare, lentamente raggiungiamo il lato nord, alcuni soldati zambiani presidiano l’accesso ma sono del tutto disinteressati a chi passeggia, poi visto che le nuvole improvvisamente coprono l’area torniamo velocemente al pick-up prendendoci la prima parte di tifone. Solo per fermarsi un attimo sulla montagna a fotografare l’intero complesso si finisce fradici, decidiamo quindi di attraversare la zona Height dove nei pressi della chiesa di S. Barbara c’è il view point sul lago. Le nuvole però ci dicono di no, così abbandoniamo Kariba e proseguire verso il Chizarira N.P. La strada asfaltata prevede di rientrare a est sulla A1, da dove siamo giunti ieri, per prendere la famigerata Karoi-Binga, pure questa in larga parte non asfaltata. A questo punto ci affidiamo al navigatore che segnala alcuni sentieri che si dipanano a sud del lago e tagliano la Charare Safari Area, su e giù per le montagne. Effettivamente un viottolo c’è sempre, a volte lo sterrato è pure in buone condizioni, altre meno con avvallamenti di una certa complessità, ma tutto sommato abbiamo visto di peggio. Non s’incontra quasi mai nessuno lunga la via, qualche abitazione c’è e se qualcuno ci vede corre a salutarci, quando giungiamo sulla Karoi-Binga se possibile il percorso peggiora, uniche parti asfaltate in concomitanza dei ponti, alcuni su fiumi al loro massimo di portata e con un’acqua color fango che rivaleggia giusto col nostro pick-up ormai interamente ricoperto di fango. Poichè non passa mai nessuno facciamo tappa sul ponte del fiume Sanyati, forse il più spettacolare, per oltre 20’ di relax non c’è traccia di vita, poi pian piano l’area si popola ed i villaggi sono numerosi, costringendoci a viaggiare ad una velocità molto limitata, in strada ora si sussegue di tutto, gente a piedi o in bicicletta, corriere sgangherate, animali di ogni tipo, ma niente big 5 o simili, più mucche, cavalli ed asini per intenderci. A differenza di quanto osservato nelle aree rurali a sud, qui la povertà è ben più forte, anche per l’isolamento in cui si trovano i villaggi. Sempre sterrato fino alla deviazione a sx per il parco, ovviamente non segnalato, in prossimità di un villaggio di cui non son riuscito a scorgere il nome. La guida riportava però le coordinate del punto esatto di svolta (S17 34.5333 E27 49.0333) e questo ci ha permesso di localizzare il viottolo corretto. Per arrivare al parco ci sono ancora 18km e qui la faccenda si complica. Se la prima parte è pessima ma fattibile con qualsiasi mezzo robusto, pian piano il sentiero scompare e occorre salire e scendere da grandi rocce fino al posto di registrazione. Qui vive un addetto con giusto un tetto sopra la testa, sarebbe già tardi per l’ingresso (chiude alle 17) ma dato che non passa nessuno da 25 giorni non va molto per il sottile. Ci specifica che non troveremo nulla, dobbiamo avere tutto al seguito, ci offre dell’acqua da una grande tanica (unica comodità di cui dispone), ci apre la sbarra indicandoci dove potremo fare campo una volta giunti in cima a questa specie di plateau, ovviamente deducibile sulla nostra mappa alquanto generica, lui non ha nulla da darci. Da qui fino al posto per campeggiare parlare di percorso è eufemistico, occorre scalare il plateau, circa 8km che percorriamo in oltre un’ora col buio che diventa padrone dell’area, elefanti che fanno la voce grossa e situazioni stradali da oltrepassare che è meglio dimenticare. Giunti in cima prendiamo la deviazione indicata per il posto destinato a noi per la notte, Mucheni Viewpoint. Su di un precipizio sorge una piazzola dotata di separé per doccia (se uno ha tutto l’occorrente al seguito) e vano in pietra strettissimo per le funzioni corporali (da paura), per il resto è solo natura. Nel nulla assoluto con solo rumore di animali non classificati ci approntiamo la cena con la temperatura che nel frattempo è crollata e così per la doccia rimandiamo all’indomani. Il contatto con la natura è totale, non ci sono reti di protezione, non c’è presenza umana, ed anche vie di fuga praticamente infattibili in piena notte, ma il luogo mette comunque una tranquillità assoluta, una sorta di ritorno alle origini terapeutico. Che non ci sia campo, wi-fi ecc…mi pare scontato affermarlo. Percorsi 356km, tutti su sterrato, in larga parte in pessime condizioni.   

        Panorama di Johannesbourg dal Top Of Africa, Sufafrica

17° giorno

L’unica spinta ad alzarsi è data dalla presumibile vista sull’infinito che si stacca da quassù. Ed in effetti così è, sotto di noi un mondo verde tra lo spaccato delle montagne da cui ieri siamo saliti. Col sole sempre più alto tutto s’illumina e terminata colazione spendiamo un po’ di tempo davanti a questo spettacolo e nemmeno il burrone non protetto ci allontana. Raggiungiamo anche il viewpoint sul gorge, bello ma meno spettacolare, poi facciamo tappa agli uffici del parco, zona con almeno una decina di costruzioni, qui vivono numerosi inservienti con le famiglie al seguito (questo in teoria, forse nei periodi di punta presumibilmente), e viene da chiedersi a cosa servano visto che nulla viene fatto e nessuno vi accede. Del resto per mantenere il potere così a lungo Mugabe qualcosa alla sua popolazione deve dare, e da qui il moltiplicarsi d’incarichi pubblici tra forze dell’ordine e guardia parchi, anche dove nessuno passerà mai. Le pratiche sono lentissime, solo ricordarsi cosa occorre fare non deve essere operazione quotidiana ma in 20’ riusciamo a pagare 17$ x camping, 4$ x il parco e 10$ a macchina, cifra da capogiro per una sosta in totale autonomia. Hanno una mappa fotocopiata pure male, la recuperiamo e proviamo a decifrarla per visitare il parco, dico subito che tra tentare si seguirla ed andare a caso poco cambia, zone di foresta impervia si alternano a grandi spianate, di animali poche tracce, molti waterbuck, alcuni impala e poco altro. Prendiamo così la via del ritorno, non facile, al posto di controllo l’inserviente ci fa una gran festa ma non ci chiede nulla, si potrebbe tranquillamente visitare il parco senza pagare mi vien da pensare. Sulla statale proseguiamo verso Binga, la strada rimane sterrata e assai frequentata da tutto tranne che auto, numerose le fermate dell’autobus a dimostrazione che la zona sia altamente popolata. Prendiamo la deviazione per Binga che sorge nei paraggi del Lago Kariba, in città si stanno preparando a far festa per capodanno, c’è un mercato ancora operativo di pomeriggio, alcuni market e pure più di un bottle shop. Ci guardano stralunati e ci chiedono pure cosa ci facciamo da queste parti col caldo intenso, ma tutti estremamente cordiali. Purtroppo il lago non è mai accessibile, sempre nascosto da grandi resort che nonostante siano chiusi perché fuori stagione non permettono nessuna vista. Rientriamo sulla statale per dirigerci ancora più ad ovest, è segnalato un camping a Mlibizi ed in effetti così è, lo Zambesi resort ha anche piazzole per campeggiatori (10$ a piazzola, elettricità, piscina con acqua di un verde limaccioso) in un grande complesso utilizzato soprattutto dagli appassionati di pesca, oggi latitanti. I pochi presenti però hanno pescato parecchio, tutto il raccolto è pulito da inservienti nei dintorni della nostra piazzola, un odore d’interiora pestilenziale si spanderà nell’aria lasciandoci nauseati a lungo in tarda serata. Prima però tempo per un po’ di relax e tramonto sul lago, almeno questa volta ho potuto vederlo, cosa mai accaduta in precedenza poiché quasi ovunque gli accessi sono protetti lontano dall’acqua. Alle 22 è già tutto spento, degli avventori visti in precedenza non c’è traccia, feste di passaggio anno dimenticate da chiunque, così un riso ai 4 formaggi con nell’aria pesce puzzolente è quanto ci regala la serata, fortuna che un intenso vento si alza e la nottata ha aria salubre, al termine di un viaggio di 225km, tolti quelli nel parco in condizioni sopportabili, sia la parte sterrata sia quella asfaltata.           

Ippopotami nello Hwange N.P. Zimbabwe

18° giorno

Mentre mi reco ai bagni di prima mattina m’imbatto negli inservienti intenti nella preghiera mattutina, terminata colazione si parte verso il più grande parco della nazione, Hwange N.P. Ci rechiamo subito al Main Camp (10$ ingresso al giorno, 10$ x auto fino a 5 giorni, 17$ camping, ci sarebbe anche una piscina ma quando usarla? Wi-fi rimpallati tra reception, ristorante, zone varie, diciamo che mai funziona e a posto così) e preso possesso di un posto nella grande area verde con un addetto destinato a pochissimi avventori, partiamo nell’escursione verso sud, dividendo le giornate per uscire dal lato nord. La mappa fornita non è che sia il massimo, meglio quella della guida, il parco è molto grande, il limite dei 60km su percorsi in discrete condizioni se non si lascia la strada principale deve far riflettere sui tempi di percorrenza perché i cancelli chiudono senza nessuna deroga alle 18. Ci imbattiamo in piccole aree di sosta dove si potrebbe passare pure la notte, sono molto belle perché piccole ma attrezzate, a quella di Ngweshla facciamo tappa per uno spuntino trovando pure vettovaglie pubbliche ed un addetto sempre intento a pulire e sistemare che passa 15 giorni qui, in pratica il padrone di casa che vede e provvede. Usciamo dal sentiero principale per attraversare alcuni pan, il problema sorge quando gli acquazzoni arrivano improvvisi trasformando il fondo nel famigerato black cotton, sembra una crosta dura ma invece diviene una specie di sabbie mobile. Tra kudu, waterbuck, elefanti e zebre, oltre ad infinite specie di uccelli, di animali se ne scorgono, peccato che manchino i felini, compensa però lo scenario di questa parte di parco, indubbiamente la più suggestiva. Passiamo dai Manga Pan e avvicinandoci al Main Camp abbiamo ancora tempo per un excursus verso il Dom Pan dove incontriamo qualche ippopotamo e rientrando qualche elefante. Se la via principale presenta antichi avanzi di asfalto quelle laterali corrono invece da queste parti nel verde totale e sono male indicate, ma si è vicini al campo principale e perdersi è impossibile. Iniziamo a trarre una conclusione sui parchi e le frequentazioni, chi si avventura è nella quasi totalità dei casi gente bianca e sovente proveniente dal Sudafrica o dall’Europa, questo nonostante le differenze di prezzo siano abnormi, indicativamente un locale pagherebbe un quinto della tariffa di un international, mentre ad un sudafricano viene chiesto un prezzo a metà tra i 2. Il Main camp è minimamente occupato, non ci si litiga certo per un posto nei bagni, tanto che le varie costruzioni sembrano private, anche se in pessimo stato, fortuna che l’acqua calda non manca. Il campeggio è recintato, meglio così, poiché i terribili versi delle iene vivacizzano il tempo della cena che affrontiamo sotto qualche goccia dell’immancabile pioggia quotidiana, che con sé porta qualche zanzara di troppo. Percorsi 281km, tutto sommato in buono stato, fuori dal parco quasi tutti su strade asfaltate ben tenute.             

Struzzo nel Pilanesberg, Sudafrica

19° giorno

Durante la notte l’umidità ricopre ogni cosa, fortuna che all’alba il sole sorge imperioso e tutto si sistema permettendoci dopo colazione di risistemare tutto nella maniera migliore. Oggi giornata interamente all’interno del parco, ci sposteremo verso il camp di Simanatella visitando la zona. Appena usciti dal Main Camp il primo incontro proprio sulla via asfaltata è con un cobra che si muove solo quando il pick-up lo sfiora, immagine bella ma non certo rassicurante. La via che utilizziamo di prima mattina è la principale che passa lungo Guvalala e Shumba Pans, entrambe piene d’acqua ma vuote di animali. Proseguiamo verso Masuma Dam, forse la pozza più grande vista nel parco, coccodrilli e ippopotami lo abitano, fuori sempre poco, soliti waterbuck e impala, il posto si presta anche per passare la notte, anche questo col senno di poi molto spettacolare. Proseguiamo con tappa alla Mandavu Dam, questo un vero e proprio lago, paradiso dei pescatori. Per raggiungere il posto del camping o picnic si prende un sentiero non proprio sistemato, ma l’area è attrezzata e qui facciamo sosta per il momento relax quotidiano. Un’enorme teschio di elefante ci da il benvenuto, nella struttura centrale coperta ma aperta sui lati ci ripariamo durante l’ormai canonico scroscio quotidiano che lascia nel giro di pochi minuti spazio ad un sole potente. Da qui andiamo verso Simanatella prendendo però alcuni loop minori tra cui il Simanatella river loop che prevede il guado del fiume, praticamente senza acqua ma con salita e discesa affrontabili solo con 4x4 molto alti da terra. Lo scenario è meno affascinante di quello a sud del giorno precedente, tante sterpaglie secche, nonostante questo animali pochi pure nelle scarse pozze, una coppia di elefanti, una giraffa e niente più per ore. Raggiungiamo così Simanatella che sorge su di un promontorio nel bel mezzo del parco, nonostante la postazione strategica il camp è vuoto, alla reception (abbiamo pagato tutto al Main Camp, si esibiscono solo le ricevute) ci fanno accomodare nella zona campeggio, la più lontana dal centro, tra qui e ristorante ci dicono che potremmo trovare il wi-fi, in realtà pure qui si viene rimpallati ed alla fine nessun collegamento disponibile, ed allora partiamo per esplorare le zone attorno alla roccia-camp. Caldo e secco, ma sia nel Dombashura sia nel Kashawi loop di animali non c’è traccia, tanto vale rientrare e godersi la vista dall’alto della nostra roccia, una specie di Gibilterra sopra la foresta. Da qui scorgiamo qualche elefante e poco altro, la vista è bella ma in effetti siamo molto in alto e scorgere gli animali non è per nulla semplice. Un addetto ha predisposto il fuoco per scaldare l’acqua delle docce, pure qui gli addetti al parco sono numerosissimi, abitano un grande villaggio nascosto ed hanno ben poco da fare. Oggi i bungalow son tutti tristemente vuoti, nel campeggio ci siamo noi ed una coppia mista sudafricana, cosa non proprio abituale visto fino ad oggi. Quando scende il buio si porta con sé di nuovo la pioggia e le nuvole, non è pioggia intensa ma non smette mai, ceniamo quindi al riparo del tendone e nelle nuvole sempre più avvinghiate alla roccia, di fatto come se fossimo avvolti nella nebbia. Percorsi 159km, tutti nel parco su sterrato, non difficili a parte i passaggi nel Simanatella River Loop.          

Marabu al tramonto, Ratho, Sudafrica

20° giorno

Non piove questa mattina ma il cielo è coperto, la vista purtroppo ne esce penalizzata, dopo colazione prendiamo la via d’uscita dovendo circumnavigare il gate poiché tutto il personale è impegnato nel briefing mattutino. La parte limitrofa l’abbiamo già esplorata il giorno prima, così oggi puntiamo su alcune parti più distanti, Manzichisa e Salt Pan dove ancora di animali pochi per poi tentare una deviazione al Big Tom Hide che non raggiungiamo causa impantanamento lungo il sentiero. Il terribile black cotton ci avvinghia, riusciamo però a districarci dopo innumerevoli manovre senza dover scendere e scavare, l’odore di frizione bruciata ci fa pensare che di escursioni a rischio non sia più il caso, così prendiamo la via d’uscita non nascondendo una certa delusione. Passiamo il Robins Camp, il camp principale per chi proviene da nord, ovvero dalle Victoria Falls, e poco prima della deviazione per Nantiwich Camp la vista che sconvolge la giornata. Adagiate sotto ad un albero a fianco del sentiero sul lato dx ci sono 5 leonesse, sosta immediata e foto ad iosa, una sesta è poco lontana. Veloce osservazione dal mio lato, il sx, e poiché non mi pare di scorgere nulla non riesco a rimanere dentro all’abitacolo e mi sporgo fuori dal finestrino per fotografare con vista ben migliore. Sono guardinghe ed annusano l’aria, in teoria pronte a cacciare, una di queste si alza, ci passa dietro e si mette in cerca di prede, osservando meglio mi accorgo che nella boscaglia a fianco strada, diciamo 2 metri dal mio finestrino da dove sono sporto c’è la settima leonessa, evidentemente non affamata. Riesco a fotografare pure i dettagli della lingua mentre sbadiglia, fortuna che colazione è già passata da tempo e non è ancora giunta l’ora del pranzo…Incontro ravvicinato, anzi ravvicinatissimo, bello da raccontare, altrimenti una nota su di un quotidiano italiano su turista sbranato in Zimbabwe non sarebbe di certo mancata! Con questa ultima grande emozione lasciamo il Hwange N.P., occorre attraversare la Matesi Safari Area per ritornare sulla via maestra, attraversamento su sterrato nel mezzo di 1.000 pozzanghere tali da rendere il pick-up irriconoscibile. Incontriamo l’asfalto al bivio della A8, lì si va in direzione nord verso la meta simbolo dello stato, le Victoria Falls. I posti di blocco si susseguono, più volte ci contestano le condizioni di sporcizia del mezzo, spieghiamo che provino loro ad uscire dal parco puliti ed intonsi, dicono (ma non ho modo di verificarlo) che un mezzo sporco è un’infrazione al codice della strada, un oltraggio alla nazione, costerebbe pure 20$ di multa. Rispieghiamo la nostra provenienza e di fronte al nostro diniego ad ogni presunta infrazione, oltre al fatto che non trovano nulla di non conforme al codice della strada, riusciamo a giungere al paese di Victoria Falls. Appena entrati nella città costruita appositamente come base di visita alle cascate, primo stop all’OK supermarket dove si può pagare in $, rand o carte di credito, rifornimento (questo solo in $) e ricerca di un posto per passare le prossime 2 notti. Tra i tanti optiamo per il grande Victoria Falls Rest camp & Lodge (10$ a piazzola, energia elettrica, wi-fi alla reception o ristorante con scheda da 1GB x 5$) dove si sistemano anche grossi gruppi di escursionisti, pure in moto, nonostante le moto abbiano grandi limitazioni nel viaggiare da queste parti, ovvero non poter entrare nei parchi perché attaccabili dai grandi animali o dai felini. Il wi-fi funziona ma ad una lentezza esasperante, dalla reception al campeggio ci sono circa 500m, occorre scegliere bene i tempi per evitare le piogge che arrivano più volte nel tardo pomeriggio anche se non così forti come prevedibile. Queste portano ahimè con sé una quantità di zanzare impressionante, ed essendo in luogo civile mancano tutti quei grandi insetti che se ne cibavano, così mentre nuotano nell’autan come un orso nel miele occorre coprirsi ed attivare zampironi in ogni dove. Questa sera cena con carne d’impala, la più banale nei market, fatica a strappare una mesta sufficienza. Percorsi 185km, molti dei quali nei parchi su strade non buone ed in pessime condizioni.            

Leonesse al Hwange N.P. Zimbabwe

21° giorno

Già di prima mattina mentre prepariamo la colazione il rombo degli aerei è una costante, la visita alle cascate per i più abbienti avviene appunto da questo punto di vista. Prima di uscire ne approfittiamo per lavare l’auto, nei dintorni dei bagni ci sono più gomme inserite in idranti a disposizione, così non costituiremo un’offesa alla nazione. Da qui il visitor center si raggiunge velocemente, poco più di un km, c’è di fronte un parcheggio gratuito dove oltre alla solita paccottiglia da souvenir vanno a ruba le mantelle parapioggia. Riprendo dallo zaino il mio k-way tecnico pensando che sia la soluzione ideale, pagato il salato biglietto d’ingresso (30$ al giorno) si parte alla visione di una delle 7 meraviglie moderne del mondo. Il rombo della caduta dell’acqua è percepibile pure da qui, prima ancora di attraversare il tratto di foresta che ci separa, primo stop alla statua di Livingstone, primo non indigeno a giungere fin qui risalendo il corso del fiume e trovandosi una barriera naturale non oltrepassabile. Qui al Devil’s Cataract comprendiamo da subito che non c’è protezione dall’acqua che serva, data anche la temperatura elevata e l’umidità se si procede completamente chiusi nelle protezioni più estreme (ma col fronte incredibile di acqua che arriva ho paura che nulla resista) si finisce per sudare all’ennesima potenza, così meglio fregarsene, prendere tutta l’acqua possibile, sandali, pantaloni corti e t-shirt, tanto usciti dal fronte della cascata ci si asciuga in un attimo. C’è ovviamente molta gente, mai vista nei precedenti giorni in giro per lo Zimbabwe, tutti arrivano vedono e ripartono in aereo (aeroporto situato circa 20km a sud della città), seguiamo così il percorso che entra ed esce dalla foresta portandoci più volte di fronte alla cascata che in questo periodo di acqua non al massimo ma comunque crescente significa più cascate. Onestamente mi aspettavo uno spettacolo più emozionante od esaltante, sarà che il canyon della parte ovest non permette di rendersi conto della profondità della caduta (non si superano i 108 metri) ma l’unico vero punto spettacolare è il Danger Point e devo ammettere che gli addetti al parco lasciano goderselo al massimo. Nessuna protezione, si sale e scende sulle rocce che affiorano regalando la vista che spazia di fronte verso le Rainbow Falls, sulla parte est che sarebbe quella dello Zambia ed anche sul gorge che si crea in uscita dove è possibile risalire via rafting, difficile farlo con uno scenario più emozionante. Sono completamente lavato in ogni dove, per girarsi questa punta in effetti potenzialmente pericolosa meglio avere suole aderenti (ho sandali di basso livello ma con suole in vibram e non ho avuto problemi), si può rimanere quanto si vuole, qui la cascata dell’acqua non è nemmeno così intensa come in altri punti tipo di fronte alla Main Falls o alla Horseshoe Falls, ma in ogni caso l’acqua è talmente tanta che la mia fida fotocamera Lumix termina il suo lavoro affogata, ritornando in uso solo 3 giorni dopo e con evidenti macchie su display e sensore. Se le prime viste mi avevano deluso, forse causa di aspettative eccessive, da Danger Point esco con un’impressione ben differente, si continua fino alla vista sul VF Brigde, il passaggio di confine che sorvola la gola. Per accederci ed arrivare nella parte dello Zambia occorre farsi rilasciare il Bridge Pass, gratuito al posto di frontiera evitando così la necessità di un visto con doppia entrata (si risparmiamo 5$, non penso che abbia così senso azzardare un visto ad entrata singola), e percorrere la via intasata dai camion che trasportano di tutto tra le 2 nazioni. Ci sono molti venditori di souvenir o passaggi auto, ma non disturbano più di tanto, sul ponte proprio a metà il gabbiotto dove fare bungee jumping, esclusiva location direi. Proseguiamo al termine del ponte già in Zambia dove la vista della gola e delle Armchoir Falls in concomitanza finalmente di un minimo di sole e cielo blu regala ulteriore spettacolo. Col sole arrivano anche un caldo ed un’umidità incredibile, ogni passo una sofferenza, ma poco male. Dopo aver girato anche questa parte rientriamo sui nostri passi, recuperiamo la Ford Ranger per salire a monte del fiume Zambesi, allo Zambesi N.P. (15$ + 10$ x auto), parco che costeggia il fiume quasi fino al confine col Botswana, al momento però visitabile solo nella prima parte e solo lungo i sentieri a bordo fiume, impraticabile quelli interni. Si accede ai tanti siti definiti picnic, non raggiungibili nemmeno i camping ed i resort interni, optiamo per fermarci al n° 15, vista splendida sul grande fiume che a pochi km si butterà nelle cascate. Non c’è nessuna protezione che possa tenere alla larga gli animali, fortuna (o sfortuna, dipende dall’obiettivo finale) che di felini non ci sia traccia, ma rimaniamo sempre vigili mentre ci prepariamo un veloce spuntino, le scimmie son sempre minacciose, ed il passaggio di un elefante o giraffa mai piacevole data la loro mole. Appena termina la zona dei picnic magicamente il parco si anima di animali, giraffe, kudu, impala, waterbuck, pare tutto esaurito solo che il sentiero diventa un black cotton da cui usciamo a fatica dopo pochi metri. Rientriamo così al camp, ci scegliamo una nuova piazzola e dopo un tifone che si è abbattuto sull’area avendo trasformato il camp in acquitrino provo un salto alla reception per recuperare info sul passaggio di frontiera e sulle possibili visite del periodo in Botswana. Il wi-fi, come il giorno precedente è lentissimo, recuperate le info e confermato che il gasolio costi quasi la metà che qui rientro alla piazzola, dopo doccia e cena ci viene pure regalato uno spettacolino indigeno che sarebbe a servizio di un gruppo inglese dedito all’alcol già di pomeriggio. Queste rappresentazioni mettono però tristezza, gente che ci maschera per l’occorrenza, potrebbero farlo qui come a domicilio degli alcolizzati, poco cambia, contenti loro. Durante questi tempi arriva una gigantesca comitiva di ragazzi sudafricani, una specie di boyscout band, si tratta di un gruppo di giovani afrikaans in gita, queste escursioni sono organizzate proprio per rinsaldare la fede nella loro supremazia e spingerli ad essere un forte gruppo unico itinerante. C’è il capetto ed il capo, manca solo che arrivi il gran mogol vestito come nei fumetti di Topolino, solo che qui si parla di ragazzi già sui 20 anni che credono ciecamente a questa versione dell’africanizzazione, piccoli Eugene Terre’Blanche crescono, purtroppo. Percorsi 51km, nel parco su pessima via, fuori su asfalto ben tenuto.       

22° giorno

Un’umidità elevatissima ci fa compagnia per colazione, poi dopo un ultimo giro per Victoria Falls prendiamo la M10 verso il passaggio di frontiera di Kazungula. Ci si arriva tagliando lo Zambesi N.P. dove non è necessario pagare l’ingresso, in realtà non si vede nulla di particolare, vietato prendere strade che entrino nel parco. Al varco di frontiera non c’è nessuno, le pratiche in uscita sono veloci, stessa cosa per quelle in ingresso in Botswana dove nemmeno serve il visto, giusto il pagamento di 140p x il permesso stradale. Un minimo più dettagliato il controllo della vettura e passaggio con disinfestazione scarpe, un addetto insiste nel volere una mancia per farci passare alcuni prodotti di carne che in quest’area sarebbero proibiti, ce la caviamo con una bottiglia di birra e subito siamo sulla via per Kasane, il centro di riferimento dell’area nord-orientale. La cittadina è il punto di partenza per le escursioni al celebre Chobe Riverfont e N.P., luogo certamente turistico e di ben altro genere rispetto a quanto visto negli ultimi 15 giorni. Cambiare soldi non è un problema, anzi abitanti del luogo ci indicano più che una delle tante banche (con relativi ATM) un ufficio cambio più conveniente. Unico inconveniente, le stazioni di rifornimento in città sono tutte sprovviste di gasolio, oggi solo benzina. Così torniamo all’Engen situato all’incrocio della A33 con la strada proveniente dal confine zona Kuzungula, circa 12km prima, sistemata questa questione siamo pronti per visitare il Chobe Riverfront, ingresso di Sedudo lungo la A33 appena passata Kasane. I costi del camping interno sono di alta fascia (42$ a testa) come quelli dei meravigliosi resort (non ho dati esatti ma indicativamente 500$ a testa al giorno compresi i game drive però…) ed allora optiamo per la visita giornaliera (120p + 50p x auto) che intraprendiamo immediatamente. Si utilizza la river road lungo il fiume Chobe, indicazioni scarse ma proseguendo ad occhio cerchiamo sempre di rimanere il più vicino al fiume senza entrare in passaggi delicati, unica cosa chiara fin da subito, qui gli animali sono migliaia! Già, nella prima parte gruppi d’impala da oltre 100 animali a gruppo, che corrono e saltano come solo sui documentari si è visto, elefanti che corrono al fiume travolgendo di tutto e di più, insomma un autentico paradiso dove l’impresa è cercare di evitare gli animali non trovarli. Siamo già esterrefatti così ma non è ancora nulla, dopo una tappa di relax nei dintorni del Serondela Picnic Spot con scimmie dispettose inizia una parte dove sembra di essere ad un rave party di giraffe. Saranno almeno 100 a ritrovarsi qui, dobbiamo attendere a lungo quando i gruppi attraversano il cammino, poi oltre questo punto la strada inizia a peggiorare e già nei pressi del Ihaha Rest Camp si fa più dura. Noi abbiamo intenzione di uscire al gate di Ngoma e quindi ci facciamo una parte di sentiero che prevede varie deviazioni non sempre semplici, nel frattempo kudu e waterbuck ce li troviamo in pratica in auto, giusto le sable antilope scappano, invece si lascia comodamente fotografare una gigantesca aquila pescatrice africana. Le indicazioni latitano così non ci accorgiamo che l’ultima parte sarebbe chiusa, le condizioni sono pessime e per giunta quando arriviamo all’incrocio sul Ngoma Brigde il cancello è chiuso ed anche forzandolo non si arriverebbe alla via. Dobbiamo rifare questo tratto di parco e salire all’uscita da una via interna messa malissimo. Quando giungiamo al gate l’addetto alla reception ci accoglie sbalordito, la via è chiusa, si scusa dicendo che evidentemente non hanno segnalato in modo corretto la percorrenza. Chiediamo info al posto di blocco, ultimo prima del confine vero e proprio con la Namibia, e ci informano che un camping c’è proprio sulla nuova strada asfaltata per Kavimba, circa 14km dopo l’incrocio. Arrivati all’insegna del Muchenje Safari Lodge pensiamo di aver trovato l’approdo serale, invece il camping sorge più avanti, ma esiste. In realtà si tratta di uno splendido campeggio (in perfetta sintonia con l’addetta alla reception…) immerso nella foresta e sul fiume Chobe, ogni piazzola dispone dell’elettricità, di un lavabo e poco più distante di un servizio abluzioni dedicato, mai vista una cosa del genere (130p, compreso wi-fi nella zona della reception e piscina). Insomma dopo giorni non sempre facili par di essere arrivati in paradiso, anche se in più punti ci hanno già detto che in questo periodo altre escursioni nel Chobe non siano fattibili. Cena in relax senza nemmeno zanzare dopo aver percorso 193km, la parte in asfalto in ottimo stato, nel riverfront sterrato ben tenuto tranne quell’ultima parte che in realtà sarebbe chiusa al passaggio.        

23° giorno

Colazione e ultimi aggiornamenti via wi-fi per verificare se effettivamente le vie interne del Chobe siano impraticabili, come mestamente ci viene confermato. Rientriamo verso Kazungula per la A33 che taglia il parco, percorribile senza necessità di pagare l’ingresso, lì continuiamo sulla stessa via in direzione sud, meta Nata, per fare meno strada nei dintorni di Kasane si può tagliare all’indicazione dell’aeroporto, strada non asfaltata ma in buone condizioni. Nonostante sia l’unica grande arteria nord-sud non è che ci sia particolare traffico, è ben tenuta ma ogni tanto, soprattutto nei dintorni dei villaggi che s’incontrano ci sono squadre di polizia con tele laser, meglio rispettare i limiti, tipo in zona Pandamatenga, da dove proviene la via di un secondo passaggio di frontiera verso lo Zimbabwe. Il cartello stradale di fare attenzione all’attraversamento degli elefanti è da prendere alla lettera, capita più volte di incrociarli. A metà strada l’ennesimo controllo veterinario tutto sommato una pura formalità, una volta giunti a Nata sapendo che il delta dell’omonimo fiume non sia visitabile per la troppa acqua (in Botswana i delta dei fiumi terminano non al mare che qui non c’è ma sottoterra) ci dirigiamo al Nata Bird Sanctuary (55p + 35p x auto) dove non c’è presenza umana sia per il parco sia per il campeggio. Una coppia statunitense che sta girando l’Africa in autostop testa ugualmente il campeggio, noi invece proseguiamo in auto per il sanctuary, sperando che sia visitabile. Seguiamo il navigatore che ha pure queste vaghe vie interne ed in alcuni casi tracce che paiono fresche, non è facile orizzontarsi e nemmeno andare sicuri, alcune pozze sono diventate piccoli laghi, tagliarli incute timore, ma a volte aggirarli è peggio. In un modo o l’altro riusciamo ad arrivare fino alla piattaforma che fa da view point sull’infinto Sua Pan all’interno del Makgadikgadi, dove facciamo tappa forzata pure per un veloce spuntino. Il sole va e viene, quando arriva oltre a scaldare illumina con colori fortissimi tutta l’area, dal rosa dell’acqua al blu del cielo al verde dell’erba al bianco accecante del sale. Sì, proprio bello essere qui nel mezzo, non sarà semplice trovare la via del rientro ma l’idea di natura estrema c’è tutta, con soprattutto volatili mai visti prima, dai colori sgargianti tra cui la gru coronata. Mentre proviamo a trovare la via del rientro ci imbattiamo nella coppia statunitense che a piedi (vabbè i pazzi, ma così no!!!) prova a raggiungere la piattaforma informandosi se c’è un tetto di protezione. Una volta arrivati alla reception incontriamo un’addetta e paghiamo il dovuto per scendere fino ad un punto che s’immette nel mezzo del pan a Sowa. Per arrivare nuovo punto di controllo veterinario e tanta strada asfaltata che affrontiamo sotto un tifone, e lì ci tornano alla mente i 2 a piedi di prima. Vediamo pure i danni causati ad una macchina dall’aver sbattuto contro mucche in attraversamento, auto distrutta e 2 mucche agonizzanti, ma al termine della via nel pieno del pan c’è poco da vedere, l’area appartiene alla Botswana Ash che produce soda, è già molto se ci lasciano circolare senza spararci. Rientrando verso Nata cerchiamo un camping nei dintorni della città, cosa non facile, uno non ha energia elettrica, 2 hanno chiuso, uno pare introvabile e così ritornando verso il Nata Bird Sanctuary tentiamo al Nata Lodge che ospita anche una parte per campeggiatori. Avete mai affrontato un campeggio dove per girare occorre avere un mezzo 4x4? Qui serve, altrimenti non ci si muove, il posto è iperlusso con piscina centrale, bungalow tutti attorno e bel posto pure per il campeggio (85p x piazzola, wi-fi lentissimo zona reception, piscina, elettricità) dove per raggiungere la reception anche a piedi si fa un piccolo trekking. Ma la soluzione si rivela buona, nessuna presenza di zanzare, zona abluzioni splendida, giusto sperduto l’angolo dei lavabo. C’è molta gente qui presente, luogo di passaggio per le grandi attraversate africane, come dimostrano i giganteschi camion con all’interno pure le cuccette per più persone, cena tranquilla nell’attesa di avere un ritorno da casa sull’esito del derby bolognese in programma proprio oggi. Un sms può essere l’unica speranza, il segnale è debole, chissà mai che una ventata non porti con se buone nuove. E così è, Virtus vincente a migliaia di km di distanza, dormire ora è dolcissimo dopo 577km, a parte quelli all’interno del Nata Bird Sanctuary tutti su asfalto in ottimo stato, dovendo però prestare attenzione agli animali che s’impadroniscono della strada.   

24° giorno

Veloce colazione, sfrutto il wi-fi per spulciare qualche info del derby, ma la connessione è talmente lenta che desisto dopo molto tempo e poche notizie, in città spesa da Choppies e via verso Gweta lungo la A3. Dopo Zoroga la strada taglia l’estremità nord del Nwetwe Pan, bello scenario e a prima vista nessun problema d’impraticabilità. Una volta in paese, appena fuori dalla statale e come tutti di bianco-azzurro dipinto un po’ ovunque per festeggiare i 50 anni d’indipendenza caduti proprio nel 2016, apprendiamo alla locale stazione di polizia che l’attraversamento dei pan verso sud è impossibile. Avremmo cercato di raggiungere Kubu island (ci passai anni fa nell’inverno australe e mi pareva di essere in un deserto di sale dove l’acqua era un miraggio stile Atacama) ma è impossibile, sia quell’attraversamento sia quello sulla carta più breve che entra nei pan proprio da Gweta verso Gabatsadi Island. A questo punto optiamo per altri pan visitabili, le info ci vengono fornite al Gweta Lodge, dove ritorneremo in serata per passare la notte. Prendiamo la via del Nxai Pan N.P. che si raggiunge percorrendo la A3 per circa 65km in direzione ovest, nel nulla sorge il gate d’ingresso (120p + 50p x auto) dove ci è fornita una mappa pressoché inutile e le info essenziali. Ci sono camping all’interno, come al solito costano come l’oro ed il più interessante come localizzazione è di difficile accesso. Partiamo con primo obiettivo i Baines’ Baobab all’interno del Kudiakan pan. Si percorre la via per Nxai Pan, dopo circa 15km di strada sabbiosissima (accesso consentito solo a mezzi 4x4) si svolta verso dx (prendere il secondo sentiero dei 2 che s’incontrano quasi nello stesso posto) e si prosegue in mezzo ad arbusti che lasciano scoperte solo le 2 tracce a terra. Qui c’è meno sabbia ma si procede comunque molto lentamente, lontano s’inizia a scorgere il bosco dei baobab celebri perché resi immortali dal pittore ed avventuriero Thomas Baines, inizialmente al seguito della spedizione di David Livingston, poi cacciato e riparato in questi lidi. Dipinse più versione di questi alberi, all’epoca evidentemente sconosciuti in Europa, riacquistando quella buona nomea che perse al seguito di Livingston, cacciato perché ritenuto un ladro, leggenda narra che non fosse vero ma di gelosie interne si trattasse. A parte il mito il luogo è incantevole, gli enormi alberi si aprono sul pan quasi si fosse su di una zattera, ne approfittiamo per una sosta ristoratrice, le pozze d’acqua nel pan prendono mille colori ma si affonda anche solo appoggiando delicatamente un piede. Ovvio che raggiungere il campsite situato sull’isola di fronte (ok, l’acqua non c’è ma come chiamare il promontorio erboso di fronte nel mezzo del pan?) sia impossibile, giungono qua anche altri avventori tedeschi e si pongono la medesima domanda, avendo pure pagato per passarci la notte. Sui baobab si può camminare, alcuni hanno preso forme orizzontali, percorrendoli ci s’imbatte in viste particolari del luogo. Rientriamo da questo posto per arrivare a Nxai, la strada continua ad essere sabbiosa, qualche giraffa da schivare sulla via e alla fine dei circa 30km che separano il gate dall’ingresso vero e proprio si sale al pan in corrispondenza del South Camp, che a occhio pare disabitato. Certo che per chi vuole passare la notte nel parco non è facile capire dove stazionare. Iniziamo quindi la visita, veramente affascinante, il grande pan è pieno di animali che vanno di pozza in pozza, tranquilli ed i più al momento coi piccoli. Siamo in pochi avventori, quindi il disturbo arrecato è limitato e gli animali paiono comprenderlo, seguire le vie riportate nella mappa non è semplice perché mancano sovente le indicazioni, la cosa più facile al di là dei navigatori che per forza di cose non possono avere tutti i sentieri tracciati visto che cambiano a seconda delle precipitazioni, è farsi un’idea in base ai punti cardinali e seguire i sentieri tenendo a mente dove sia geograficamente l’uscita. Perdersi quindi in questo grande e multiforme pan è uno spettacolo, sono centinaia gli animali che ci avvicinano curiosi quanto noi, nessun predatore vero, ma poco male. Prendiamo la strada d’uscita per fare in modo di essere al gate entro le 18 quando le porte si chiudono, arriviamo al Gweta Lodge dopo le 19, lungo la statale c’è un brulicare di elefanti che induce a limitare la velocità, che già deve essere limitata ai 60kmh per tutto il tratto di A3 che taglia i parchi. Nel lodge (piazzola 80p, niente wi-fi perché il segnale è interrotto, piscina e rivendita di artigianato non banale, elettricità, zampirone nel bagno col suo perché) ci sono pochi avventori, sia i proprietari sia gli addetti sono estremamente gentili, poiché nei bagni del campeggio non c’è acqua calda ci predispongono il bagno di un bungalow per noi, un addetto passa più volte a verificare che tutto sia a posto, insomma ospiti trattati con tutti i riguardi del caso, pure bibita offerta a bordo piscina per scusarsi del wi-fi non funzionante. Unico inconveniente la presenza delle zanzare, non così incombenti come a Victoria Falls ma scomode ed il caldo del posto. Percorsi 374km, fuori dal parco su strada asfaltata in ottime condizioni, nel parco sterrati male in arnese.      

25° giorno

Notte particolarmente calda, rallegrata da uccelli canterini, dopo colazione e dopo aver pagato il campeggio (estremo relax qui, nessuna fretta, chiacchiere su cosa si fa e come muoversi, bel posto) riprendiamo la A3 in direzione ovest per entrare al Makgadikgadi Pan G.R. (120p + 50p x auto) dal Phuduhudo gate che pare chiuso. Apriamo il cancello e dai bungalow degli addetti arriva un bambino che ci anticipa l’arrivo della madre, addetta all’ingresso ma ancora in casa, da qui ultimamente non passa nessuno. Non ha una mappa da lasciarci, ci consiglia di fotografare il grande quadro che funge appunto da cartina, tanto dice è impossibile perdersi andando in direzione Khumanga. Il percorso è sabbioso, necessario un 4x4, nella prima parte la vista spazia lontano ma il pan vero e proprio non si scorge, qualche elefante passa a salutarci, mentre si scende troviamo più sentieri che corrono nei dintorni del fiume Boteri. Lo scenario è bello, qualche elefante, ippopotami, kudu e antilopi varie, passiamo dalle parti del Khumanga Wild Life Camp dalle sembianze di abbandono e ci inoltriamo in percorsi verso sud-est, questi da tempo remoto non battuti. Si passa a fatica, del pan non c’è più traccia, arbusti in ogni dove, il pick-up è assicurato per segni e bozzi, avanziamo giusto perché abbiamo in tasca questa sicurezza, non ci si perde proprio perché i sentieri son quasi tutti con poche svolte, basta tenere sott’occhio la bussola con riferimento ovest, punto ultimo per uscire dal parco. Al gate d’uscita si paga rilasciando il permesso ottenuto a quello d’ingresso, occorre attendere l’addetta che è in cambio turno, espletata quest’operazione ne abbiamo un’ulteriore. In questo periodo il fiume si è ingrossato e non è guadabile, nel passaggio c’è una chiatta ma manca l’addetto, suoniamo ripetutamente come ci avevano detto di fare ma nessuno compare dopo 20’. Ritorniamo al gate e seccata l’addetta ci chiama al telefono il barcaiolo, che essendo a pranzo se ne infischia dei potenziali clienti, arriva dopo un’attesa di circa 45’. In realtà Caronte non muove la sua chiatta ma la usa solo come supporto nel tratto più profondo del fiume, occorre entrare in acqua e salire sulle traversine in modo chirurgico, stessa procedura in discesa, con un’auto non alta da terra la vedo dura fare questo passaggio se Caronte non muove la chiatta. Si può pagare con innumerevoli valute, accetta pula, rand, dollari ed euro, il figlio della globalizzazione offre però al cambio attuale il miglior prezzo per i rand e così con l’iperbolica cifra di 180r ci togliamo via quasi 200km di strada. Nella stagione secca si guada il fiume senza problemi e gratuitamente. Nell’attesa passerella delle splendide jacana africana, un uccello dalle zampe lunghe e coloratissimo, per nulla timoroso. Ora è tutto asfalto, A14 in direzione Rakops dove nella locale stazione di rifornimento c’è solo benzina, così continuiamo fino a Mopipi. Qui facciamo rifornimento (si paga regolarmente con carta di credito) e prossimo passaggio nella città chiusa di Oropa. L’accesso alla città è vietato, ci sono caselli stile autostrada e senza permesso non si va, da qui si entra nell’area dei diamanti, grandissime cave a cielo aperto con montagne che s’innalzano fino a 100m, camion giganteschi sul percorso, per raggiungere la A30 destinazione Francistown si percorre una sorta di circonvallazione esterna che rientra in corrispondenza del casello lato est. Poco più avanti ci sarebbe l’accesso sud per Kubu Island ma non tentiamo la sorte, abbiamo compreso che i pan in questo periodo non sono praticabili, non è una mossa di precauzione ma un rigoroso stop per impossibilità oggettiva di attraversarli. Il percorso prevede ancora molti km nel nulla più totale, quando incrociamo la A3 in concomitanza del locale aeroporto siamo ormai in città, ci affidiamo al navigatore per un camping che ovviamente è nel lato opposto della seconda città del paese, con più deviazioni sul cammino per lavori di costruzione di grandi arterie autostradali. Arriviamo al Tati River Lodge (75p con elettricità, bagni aperti appositamente per noi e pulitissimi, wi-fi in reception lontano dal camping però e pure un pc a disposizione per chi non avesse nessun device al seguito) che è giù buio, ci piazziamo a caso nell’area dedicata e procediamo il più veloce possibile a predisporre il pick-up in attesa che le docce si scaldino, la temperatura che si abbassa notevolmente ed il vento tengono lontane zanzare ed insetti di ogni tipo. Terminata la cena niente di meglio di una passeggiata alla reception per rientrare in contatto col mondo, il wi-fi funziona ottimamente, ci si accomoda su comodissimi divani senza il fresco che ha preso possesso dell’area, volendo acqua minerale a disposizione. Rientriamo in tenda dopo aver percorso 573km, quasi il top in giornata singola, dovuto anche al fatto che a sud dei Makgadikgadi Pans non ci sia nulla per i viandanti, questo principalmente per tenere lontano chiunque dalla preziosissima area diamantifera. Fuori dal parco tutti su ottimo asfalto.       

26° giorno

Freddo pure di mattina e vento intenso, dopo una frettolosa colazione facciamo tappa allo Shoprite del centro per la spesa degli ultimi giorni. Il grande mall si trova nella zona della stazione dove l’ampio parcheggio trabocca di taxi in ogni dove, visto anche l’afflusso di persone immagino che restino senza lavoro ben poco tempo. Prossima tappa le Lepokole Hills, situate nell’angolo più a est del paese, praticamente una punta infilata nello Zimbabwe. Per raggiungere l’area prendiamo la strada asfaltata per Madzilobge, quasi al confine, da qui si scende a sud su sterrato, che alterna tratti buoni ad altri meno. Si segue la linea di confine ma invece di prendere l’indicazione per Seleni-Phikwe poco dopo il passaggio sullo Shashe river giriamo a sx in una strada senza nessuna indicazione, il navigatore la riporta come la più corta per Bobonong, niente più di questo. S’incrocia un villaggio quando la strada gira verso sud, lì d’indicazioni per il Lepokole N.P. non ce ne sono, chiediamo in giro e troviamo alcuni ragazzi che ci dicono di seguirli, ma anche loro chiedono in giro. Alla fine c’è un anziano che ha sentito parlare di questo parco e ci indica un sentiero, ovviamente sterrato e in pessimo stato, indicazione est/nord-est e con poca fiducia lo percorriamo. Ad un certo tratto un ragazzo in bicicletta si fa da parte, chiediamo conferma a lui e ci dice che non solo il parco esiste ma lui è una delle guide. Ci dice di seguirlo, gli offriamo un posto in auto ma non vuole abbandonare la bicicletta, così a passo lentissimo giungiamo dopo circa 8km dal villaggio all’ingresso (30p) dove increduli in tantissimi addetti sono tutti attorno a noi. Per giungere ai dipinti rupestri e relative suppellettili occorre avere una guida con sé, con noi vengono in 2, si sale su queste montagne di granito immerse nel verde, senza guida è impossibile capire dove andare. Lasciata l’auto intraprendiamo un percorso circolare e dopo circa 30’ giungiamo nel luogo della più importante pittura rupestre del paese risalente all’età della pietra. Più significative che belle in sè per sè, molto più suggestiva l’ubicazione. Se il tratto in auto era di difficile orientamento, quello a piedi è assolutamente infattibile senza una guida che conosca come le sue tasche ogni remoto passaggio, soprattutto quello che da qui porta ad una grotta dove fa ancora bella mostra un antico forno del XVIII secolo. Continuiamo il percorso camminando da una roccia all’altra, quando si giunge in cima si vedono montagne in ogni dove, lo sguardo spazia nel verde infinito di colline. Facciamo tappa anche ad una fortificazione del tempo dello Great Zimbabwe, un granaio di cui però rimangono solo pochi muri a secco. Rientrati alla base dopo circa 2h di escursione lasciamo il parco e una volta al villaggio prendiamo la strada in direzione sud verso Bobonong dove prima di giungere facciamo tappa per un veloce spuntino. Dal qui si dipana una nuova strada asfaltata verso l’area di Tuli G.R. area privata ma aperta al turismo, così descritta. Poco prima di giungere al fiume Limpopo che fa da confine, all’incrocio a T questa nuova e perfetta strada termina e si dirama la B141, sterrata e nella parte verso est particolarmente sassosa. E’ quella che prendiamo noi per visitare quest’angolo di Africa in direzione del posto di confine di Pontdrif, angolo diviso in 3 stati (in pratica la zona nord del Mupungubwe N.P. che visitammo ad inizio viaggio ancora in Sudafrica) per arrivare al Solomon’s Wall e finire l’esplorazione alle Motlouse Ruins dove viene segnalato un camping. Tra qualche elefante e più specie di antilopi procediamo spediti, solo che dopo circa 13km improvvisamente la via diventa un acquitrino, ci impantaniamo dopo nemmeno 30 metri e la giornata diventa ostica. Testiamo da subito che il black cotton è una superficie dove si sprofonda appena il piede tocca il terreno, ci adoperiamo quindi con la pala, ma scavare serve a poco, l’auto in pratica tocca con tutto il pianale il fango, e le ruote scavano senza presa. Nei dintorni, sprofondando con tutto il piede quando va bene, giriamo a procurarci sassi e legni che mettiamo nei crateri creati dalle ruote, impieghiamo 2 ore per riuscire a far sì che la ruota posteriore sx riesca a far trazione su di un legno così da far uscire le altre dai solchi, su quella piccola spinta è un attimo abbandonare questo mare di fango onnipresente. Attraverso a piedi questi fatidici 30 metri che avevo già considerato come casa per questa notte, nella speranza che qualche disperato l’indomani incrociasse questa via, questo passaggio è una gioia unica a questo punto. Ovvio dire che copertura telefonica qui non esista. Quando ripartiamo, coperti di fango da far invidia agli himba, è già il crepuscolo, ci dirigiamo verso ovest sempre nella Tuli GR, ma col buio gli animali sono attratti dalla luce dei fari e si bloccano lungo il percorso, in più gli elefanti non gradiscono l’intromissione e cercano più volte di attaccarci. Tutto qui? No, ci sono alcune pozzanghere grandi come laghi, abbiamo timore di rimanere bloccati nel mezzo e quindi per passarle occorre prendere visione della situazione, che si fa scendendo e scrutando a piedi l’area. La disperazione ha già toccato il livello massimo quindi non mi faccio molti problemi a condividere lo spazio con gli animali, verifico se la parte esterna delle pozzanghere sia cedevole o meno oppure se ci siano tracce di passaggi anteriori, la via migliore su dove appoggiare le ruote. Tutto ok in almeno 5 passaggi del genere, ci sarebbe anche da trovare un posto dove passare la notte, i resort pullulano solo che son tutti chiusi. Al Limpopo Lodge però un inserviente già a letto ci da comunque udienza spiegando che più avanti c’è un lodge aperto dove far tappa. Non è proprio vicino, i suoi 14km si dilatano ad una ventina, passato pure il posto di confine di Platjan (dove iniziamo a pensare di fermarci, almeno il luogo è illuminato e controllato) siamo già dubbiosi, invece il Terrafou Lodge esiste, non c’è nessuno ma almeno possiamo prendere possesso di una piazzola e non solo, i bagni dei bungalow sono aperti e così una salutare e corroborante doccia ci toglie di dosso chili di fango e stanchezza. Mentre prepariamo la cena ad un orario impensabile per le abitudini locali passa un addetto che tutto felice di vedere avventori nel deserto assoluto del posto ci dice tutto OK!!! Già, ci pare di essere ritornati sul pianeta terra dopo le avventure del giorno. Purtroppo il passaggio sul Moutlotse river, che di solito è secco e praticabile, in questo momento ha fatto diventare la zona delle Solomon’s Wall una specie d’isola interna al Botswana e reso la nostra avventura impossibile. Terminiamo la giornata dopo 322km, strade di ogni tipo, dall’asfalto stile biliardo a quelle a tutti gli effetti impraticabili. E’ già passata mezzanotte quando entro in tenda, mai fatto così tardi in tutti i viaggi da questa parte di continente.

27° giorno

Colazione con in sottofondo ippopotami irritati, finiamo di sistemare e pulire il fango che ancora ci portiamo dietro, intanto un’addetta arriva con la ricevuta del campeggio (150p), non proprio economico ma ancora di salvataggio preziosissimo. Usciamo e riprendiamo la Tuli Reserves Road direzione ovest, passiamo il posto di confine di Zanzibar proseguendo fino al termine della lunga striscia di terra di confine alla R11 proveniente dal posto di confine di Martin’s Drift/Grobbler’s Bridge. Per arrivare si passano più parti private con controlli dove in realtà gli addetti altro non fanno che aprire e chiudere i cancelli. Nella prima parte, quella selvaggia, s’incontrano ancora elefanti, antilopi ed anche qualche sparuta giraffa, entrati nei grandi possedimenti privati invece gli animali diventano molto più comuni, mucche su tutti, perché l’allevamento ha la meglio. La strada continua ad essere pessima, alcuni attraversamenti in questa stagione ancora al limite della praticabilità. Incontrato l’asfalto svoltiamo lungo la A1 verso Mahalapye dove proviamo a cambiare qualche rand in pula, impresa non facile. Veniamo rimbalzati da un cambio ad una banca, da questa all’ufficio di un resort che ci instrada nella banca successiva, nessun problema per cambiare ma burocrazia precisissima nei molteplici documenti da riempire. Prossima meta la Mokolodi N.R. situata a sud della capitale, Gaborone, non così facile come immaginabile da oltrepassare. Che si scelga la via con le rotonde che quella coi semafori le code sono interminabili, questo però ci da modo di ammirare la città, moderna, con bella architettura che incorpora svariati riferimenti all’Africa senza mai divenire pacchiana. Anche l’imitazione del Grand Arche parigino ha il suo perché qui, non ci sono zone degradate percepibili a prima vista e tutto risulta in perfetto ordine, traffico a parte. Aggirata la capitale, 7km a sud si entra nella riserva, dove nei dintorni risiede la Gaborone Vip, splendide ville tra le montagne tra cui il gigante addormentato, Kgale Hill. Al gate ci è fornito il pass, ma tutto va sistemato alla vicina reception (125p x camping compreso accesso alla riserva +50p x auto), poi nei paraggi c’è un ampio ristorante dove poter trovare un wi-fi (che sarebbe solo x chi consuma) ed un negozio per le dimenticanze, rammentate la legna. Le aree campeggio sono lontanissime e di difficile localizzazione, tanto che ci viene assegnato un addetto a farci da guida. Indicativamente 8km verso la montagna, in questo periodo in cui la riserva è completamente vuota senza sarebbe arduo capire dove andare. Una volta sul posto però c’è il primo problema, le belle piazzole sono al momento sprovviste di acqua, dopo innumerevoli tentativi l’addetto chiede aiuto, circa 30’ dopo giunge un secondo addetto che trova il rubinetto incriminato, risolviamo il primo problema ma non quello di come scaldare l’acqua per una doccia che col sole già tramontato avrebbe fatto particolarmente comodo. Mentre alla reception ci avevano detto che tutto era a posto, gli addetti invece fanno notare che avremmo dovuto comprarci della legna adatta al fuoco, ora la reception è chiusa e alternative non ne abbiamo, la legna in zona è tutta bagnata e dopo circa un’ora di tentativi di farle prendere fuoco utilizzando tutta la carta a nostra disposizione data dalle registrazioni di parchi, campeggi ecc… (e vi assicuro che si tratta di una montagna di carta) il risultato è negativo. La carta brucia ma il legno non prende, il fuoco della carta ha almeno dato un tocco tiepido all’acqua, considerando che la doccia è all’aperto e che col buio fa freddo ho provato di meglio, tenendo pure conto che non ci sono protezione per le piazzole e che gli animali si avvicinano curiosi alle luci. Gli addetti passano la notte all’aperto poco lontano da noi, quella è la loro sistemazione, avrebbero un capanno ma non lo sfruttano, ci sta che sia adibito a rimessaggio di attrezzatura. Ceniamo quando la pioggia inizia a cadere fortunatamente molto tenuamente, le piazzole sono attigue ad un fiume ora secco ma non si sa mai. Percorsi 472km, quelli su asfalto in ottimo stato, quelli nel Tuli su sterrato pessimo.   

28° giorno

Dopo una notte di pioggia il vento porta con sé il sole e tiene lontano le scimmie, segnalate come particolarmente dispettose in questa zona del parco. Terminata colazione iniziamo la visita della riserva vagando tra i numerosi sentieri, alcune zone completamente allagate. Ovvio che gli animali non devono andare troppo lontano per trovare acqua e quindi vederne diventa improbo, solite antilopi ma per il resto poca traccia d’altro, i sentieri rimangono ostici in qualsiasi area di questo polmone verde della capitale. Così optiamo per lasciare la riserva e visitare, nell’angolo opposto di Gaborone, l’omonima G.R. segnalata lungo gli assi principali di traffico ma non nei paraggi, nei pressi del Golf Club e del cimitero per intenderci. Qui tutto molto soft come clima (10p + 10p x auto), sarà anche per il caldo intenso, ci forniscono una mappa della quale si può fare anche a meno, gli animali sono numerosi ma mancano i felini o i grandi elefanti, in ogni caso per essere un parco praticamente in città aiuta nel familiarizzare coi tanti animali del continente, magari meglio vedere la riserva come uno dei primi obiettivi di viaggio e non ultimo, come nel nostro caso. Nei dintorni, lungo la Brodhurst dr., una menzione per uno spettacolare campo da basket con palo ed anello, niente di più (solo per talenti purissimi), a fianco va detto di un playground vero e proprio. Facciamo le ultime spese dato il vantaggio dei costi contenuti, così al gigantesco e modernissimo mall di Mowana spesa e rifornimento, un’ultima occhiata alla città che si conferma un bel posto per poi prendere la via Tlokweg piena di semafori per i primi 5km. Ci mettiamo una vita, terminati i robot (come chiamano i semafori in Sudafrica) è un attimo raggiungere il confine Tlokweg/Kopfontein. Le pratiche sono rapidissime, in alcuni casi come per l’auto “fai da te”, timbro veloce sul passaporto in entrambi i lati del confine mentre per il pick up il modulo autocompilato si lascia al passaggio in uscita, tutto qui. Pochi km dopo ne approfittiamo per una sosta cibo veloce e ripartiamo lungo la R49 che costeggia la Madikwe G.R. visitabile solo su prenotazione. Non percorriamo la R49 fino a destinazione, perdendoci su strade minori che tagliano la Pienar N.R. in modo da gustarci panorami di un certo livello. Non c’è indicazione per la riserva e nemmeno s’identifica anche chiedendo a chi abita in zona, ma per la vista poca cambia, uno sterrato in ottimo stato che via Ntsweletsoku e Lehurutshe ci porta alla N4 e da lì siamo a Zeerust in un attimo. Tappa per la notte presso Sha Henne’s (120r x piazzola e 2 persone, elettricità, wi-fi e compagnia di simpatici cani), luogo dove passai circa 6 anni fa sostando però nei bungalow, ancora identico. Qui si parla afrikaans, bandito inglese ma pure lingue tribali (ai viandanti viene concessa la lingua d’Albione ma dopo essersi espressi in afrikaans almeno 2 volte, un angolo di Sudafrica con equilibri lontani dagli accadimenti degli ultimi 20 anni). Cena senza vento ed insetti con cielo stellato, che non sempre significa una nottata serena. Percorsi 377km, fuori dai parchi su ottime strade.  

29° giorno

Come prevedibile di prima mattina qualche goccia di pioggia ci accompagna a colazione, partiamo in direzione est lungo la N4 che ha tratti a pagamento (75r). Fino a Rustenburg i lavori stradali rallentano il cammino, passata la locale township prendiamo vie minori verso Jericho, alcune non asfaltate ma in buono stato per la destinazione di giornata, il Borakalalo N.P. che sorge attorno alla Klipvoor Dam (50p + 10p x auto), uno dei più recenti parchi della nazione. Si può passare la notte nei camping oppure uno stop nella splendida area di sosta proprio sul lago, paradiso dei pescatori oltre che d’infinite specie di volatili da terreni salmastri. Il parco è molto bello anche se di animali ne scorgiamo poco a parte alcuni Klipspringer, la piccola antilope saltarupe, che paiono mettersi in posa volutamente. Visitiamo prima la parte nord-ovest, più impervia e meno battuta, per terminare con quella a sud, costeggiando il lago gli avvistamenti dei caratteristici volatili da palude sono infiniti e poco paurosi permettono scatti ravvicinati. Kudu, impala e waterbuck tra gli animali più comuni, tra i pochi presenti praticamente tutti pescatori, dotati di riserve consistenti di birra. Lasciamo il parco e scendiamo in direzione di Brits, strade asfaltate ma nessuna presenza di campeggi, così tagliamo il Magaliesberg che ci regala preziosissimi tramonti per cercare una sistemazione nei dintorni della Hartbeesport Dam, al di là delle montagne. Viene segnalato un campeggio ma trovarlo è tutt’altro che semplice, seguiamo fiduciosi il navigatore ed effettivamente in un percorso a chiocciola oltrepassato un complesso residenziale, nella parte sud del lago un accesso ad un camping c’è, ma pare più un campo profughi che altro. L’addetta ci conferma che siamo giunti al De Rust (120r a piazzola) che però si trova qualche km più avanti lungo il lago, strada di fatto inesistente, occorre effettivamente costeggiare senza andare troppo vicino all’acqua né troppo all’interno. Quando giungiamo ad un complesso recintato, un cartello ci intima di non entrare se non vogliamo prenderci una fucilata, è tutto chiuso e nessuno si presenta, fortunatamente ci sono dei bagni aperti e così facciamo tappa tra il lago e questi. Manca l’illuminazione e pure l’acqua calda, ma almeno ci si può lavare, così per l’ultima notte all’aperto possiamo dire di essere nel mezzo della natura senza nessun confort in assoluta libertà. Calata la notte sembra di stare su di un lago montano piuttosto che nel mezzo del Sudafrica, la temperatura si abbassa e minaccia pioggia, riusciamo comunque a cenare terminando le ultime provviste in dotazione poco prima che la pioggia ritorni a dettare la propria legge. Sul più bello si accendono le luci e così dopo aver usato le torce per trovare doccia e lavandino sia l’interno sia l’esterno dei bagni dalle 22 sono illuminati. Percorsi 377km, a parte nel parco tutti su ottime strade, sterrati compresi.            

30° giorno

All’alba c’è già un sole intenso e fa caldo, anticipiamo colazione e prima di terminare arriva un’addetta al campeggio, ovvero nella parte interna a noi in serata non accessibile, che ci chiede perché siamo fuori e non dentro. Spiegarle che era tutto chiuso e nessuno aveva risposto ai nostri strombazzamenti del clacson non è semplice, alla fine a lei disturba il fatto di dover pulire quei bagni che nessuno usa e che non pulisce mai. Ma tutto sommato è felice di aver incontrato gente, ritengo che qui in campeggio non passi mai nessuno. Usciti dall’area camping riattraversiamo il lago sul ponte che lo taglia lungo la R512, ora ben visibile mentre la sera precedente il crepuscolo ci aveva occultato la visione per salire lungo la R513 al De Wildt Cheetah Center, un centro di conservazione e cura principalmente per ghepardi ma non solo, istituito nel 1971 da Ann Van Dik per curare all’epoca solo i ghepardi. Ora il centro (240p, visita solo guidata) non si dedica solo a questi splendidi “gattoni” ma anche ad altre specie, i più numerosi sono i famigerati licaoni, ma sono presenti pure alcuni felini non facili da osservare come i caracal ed i piccoli ma aggressivi serval. Gli animali sono qui curati e riadattati alla vita in autonomia, spediti ai parchi che ne fanno richiesta e che presentino adeguate sicurezze sulla vita di questi animali. Una robusta e risoluta responsabile fa anche da guida al mezzo con cui andremo in avanscoperta (casualmente bianca), mentre un addetto (ma toh, nero) ha il compito di entrare nelle gabbie dei licaoni per portare il cibo separandoli uno dall’altro con priorità nel cibarsi di difficile comprensione, diciamo che il più grande può mangiare a piacimento, volendo anche i più piccoli, ma non sempre. Quello che colpisce è proprio la voracità di questi predatori, impressionano, come già mi avevano impressionato vedendoli all’opera in pieno Kruger l’anno passato. I ghepardi sono più mansueti, c’è pure un king cheetah, ovvero un incrocio tra ghepardo e leopardo, ma tutti se ne stanno lontani e nascosti, pochi si affacciano alla ricerca di curiosi, anche se vederli è comunque semplice. Alcune iene invece sono molto più curiose, bello vedere la lentezza e la diffidenza del caracal nell’addentare il cibo, mentre il serval ci accoglie ringhiando a lungo. Quest’animale è in pratica un ghepardo in piccolo, ma sembra sempre alterato, mentre il collega taglia grande sempre sereno, alla fine del tour lungo la montagna dove se ne stanno come sorta di wellness center in attesa di riprendere la via maestra quelli che colpiscono maggiormente sono come già evidenziato i licaoni, di cui è interessantissimo osservare maniere comportamentali e priorità nel branco. La visita dura indicativamente 2h, abbiamo tempo per un excursus motoristico. Nei dintorni sorge uno dei circuiti storici del continente africano, il primo dove F1, MotoGp e SBK abbiano pestato il continente, Kyalami. Sorge alle porte di Joburg, lo raggiungiamo continuando per la R513 e scendendo la R55. Il circuito ha subito 3 grandi stadi di passaggio, del primo originale non c’è in pratica più traccia, chiuse baracca già verso la fine degli ’80, ma pure del secondo usato negli anni ’90 rimane ben poco, anzi su di una parte sorge ora il Kyalami Park, gigantesco mall. L’ingresso alla versione 3.0 del Kyalami Gran Prix Circuit è chiuso, ma sfoggiando la t-shirt del Team Grillini (mondiale SBK), un biglietto da visita del titolare (mio amico, va detto) riesco a far sì che la security contatti il GM in persona e questo ci conceda la visita. Un addetto ci fa percorre la via esterna al percorso dove la SBK corse per l’ultima volta nel 2010, poi tagliati i fondi da parte dello stato non fu più possibile ospitare gare del mondiale. Vista la pista dall’esterno in seguito entriamo nei paddock dove Denis Klopper, il grande capo, ci riceve come ospiti importantissimi, mi spiega mille cose sull’evoluzione della pista, sulle omologazioni, aneddoti sui piloti ed alla fine dopo avermi concesso di entrare in pista per le foto di rito (per l’invidia del Lorenz!!!), chiede di essere contattato appena rientrati per poter inviare le news da questo lontano luogo in modo da rimanere in contatto con addetti del mondiale! Sarà fatto, Denis. Terminata l’esperienza motoristica che mai avrei immaginato così coinvolgente ci fermiamo per l’ultima sosta cibo volante, vuotiamo le ultime scorte lasciandole ad un custode di una fabbrica che a lungo ringrazia per tornare alla base, in altre parole alla riconsegna del nostro Ford Ranger dopo l’ultima sosta carburante e dopo gli ultimi 127km, tutti su asfalto. I controlli li faranno in seguito perché il mezzo andrà lavato (e disinfestato mi vien da pensare…), la pratica è quindi veloce, Kevin sempre molto amichevole ci chiama un taxi per riportarci in città anche se la meta che scegliamo è lontano e dobbiamo integrare la tariffa per Melville (271r) dove arriviamo dopo oltre un’ora, un po’ per la lunghezza del tragitto ma anche per il traffico intenso del venerdì. Ci sistemiamo nello splendido e consigliatissimo Sleepy Geko (700r, doppia con colazione a buffet, wi-fi, piccola piscina, bevande sempre a disposizione, uso cucina, info di ogni tipo, servizio taxi dedicato, un bagno che pare un’abitazione) poco prima che la pioggia ritorni a farci compagnia. Questa volta però non si tratta di un acquazzone ma di una perturbazione di lunga durata. Avevamo optato per Melville per poter girare senza problemi, purtroppo muoverci con la pioggia non è un piacere, usciamo quindi solo per cena tornando da Numo’s (120r), posto riparato sulla strada per vedere il passaggio del venerdì sera dove la maggior parte dei presenti è tiratissima e dove come già notato un mese prima, la differenza non la fa il colore della pelle ma quello dei soldi. Nonostante piova il viavai lungo la 7th è da ingorgo del traffico, chi non vive nei centri commerciali passa da qui, soprattutto nel fine settimana. Ci rifacciamo così in parte gli occhi dopo aver rimirato panorami ed animali, ma di fauna locale agghindatissima ed in alcuni casi praticamente svestita poca traccia, a differenza di qui.

31° giorno

Colazione a buffet, risultato garantito, tutti particolarmente gentili nel posto, sia gli addetti sia gli avventori. Ho il volo in serata così posso farmi un ultimo giro in città, approfitto di uno spostamento altrui verso l’aeroporto per farmi lasciare al Museum Africa (ingresso gratuito, solo registrazione) composto di più sezioni che non hanno nulla in comune le une con le altre. Si parte dall’esposizione geologica sulla storia della terra per andare su di una chicca vera e propria, la documentazione della prima di ogni cosa avvenuta in Sudafrica o a Joburg, mostre d’illustrazioni satiriche per giungere a quelle temporanee tra cui una relativa alle fotografie di Omar Badshe, questa da applausi. C’è anche quella sulla storia della fotografia, per certi aspetti interessante per altri sembra più un magazzino dove riporre oggetti che nessuno vuole più. Uscito da qui proseguo verso Newtown passando tra varie bancarelle dei mercati, ma con ben poco d’interessante. Mi guardano esterrefatti, noto come di bianchi in giro da soli qui proprio non ce ne siano anche se di pericoli non se ne incontrano minimamente. E’ un fiorire di negozi e negozietti che però vendono principalmente prodotti da uso quotidiano, quindi interesse limitato, mentre nei dintorni del Top of Africa largo a catene internazionali con privilegiati i negozi di abbigliamento sportivo, ma di prezzi da affari non c’è traccia. Tra i tantissimi luoghi dedicati al cibo nel Carlton Center dove pare passare la maggior parte degli abitanti pranzo al Sausage Saloon (50p) più perché facile sedersi che per altro. Nei dintorni altri piccole o grandi gallerie commerciali imballate di gente e buttadentro, visto che è già pomeriggio approfitto del fatto che qui ci sia l’area taxi per farmi riportare in GH (150r) così da sistemare le ultime cose e fare un po’ di chiacchiera con alcuni avventori stazionanti a lungo qui. Tra questi una francese con 2 figli, ad uno si rivolge in francese ed all’altra in inglese, che lavora da qui col suo pc e niente di più, usa il wi-fi della GH ma evita così di rientrare in  Francia, meglio evitare l’inverno, no? Il taxi di Mike, servizio in accordo con la GH, puntuale alle 17 mi recupera per portarmi in aeroporto (300r) nella zona opposta della città, circa un’ora in questo momento del giorno. Mike è un immigrato cecoslovacco, lasciò la sua terra già Repubblica Ceca per non precisati motivi, era un ex giocatore di basket e quindi la chiacchiera è fluente, quando poi mi dice che è originario di Brno e mi chiede se conosco la città per via dei circuiti, allora è apoteosi. Mi scarica in aeroporto dopo aver raccontato la sua visione del Sudafrica (troppo lassismo, sarebbe meglio un governo più autoritario stile Botswana, diciamo che si sente afrikaans senza esserlo completamente), si preoccupa che non abbia problemi nell’arrivare al gate, lo tranquillizzo ed entro terminando le pratiche in modo velocissimo. Il check online di Iberia mi permette di lasciare il bagaglio senza nessuna fila, le procedure di controllo sono complesse ma veloci perché gli sportelli numerosissimi, ho pure molto tempo a questo punto per recuperare qualche souvenir, durante tutto il viaggio ero riuscito a non prendere nulla, viaggiando così sempre col minimo al seguito. Imbarco veloce, partenza puntualissima e dopo cena si abbassano le luci per chi vuole dormire, altrimenti wi-fi a disposizione (non provato, non posso relazionare sulla velocità del collegamento a 10.000m), film ed intrattenimenti vari. Io dopo aver come al solito letto parte di un buon libro mi metto avanti col sonno.

32° giorno

Colazione servita 1:30 prima di atterrare in perfetto orario a Madrid, mentre sorvoliamo l’ultima parte dell’Algeria e già sul Mediterraneo, quasi casa in pratica. Atterrati occorre spostarsi via metro interna dal T4S al T4, i controlli sono velocissimi ed attendo poco per il volo di rientro a Bologna dove viene segnalata neve. Il volo di Air Nostrum non è pieno a differenza di tutti i voli presi in precedenza, ma è puntuale e poco male se non servano gratuitamente cibo e bevande. Unica nota, i trolley non sono ammessi a bordo, l’aereo ha cappelliere di piccole dimensioni, così occorre lasciarli alla scaletta di accesso e ritirarli all’uscita, non è un mio problema poiché gli zaini, anche se di dimensioni non contenute, non sono mai fermati. Atterraggio a Bologna di nuovo in orario, di neve non c’è traccia anche se la temperatura è poco distante dallo zero, rientro velocemente a casa dove mi attende un piatto fumante di tortellini e l’imminente partita casalinga della Virtus, così m’immergo nello spirito bolognese in un attimo, in più la Virtus vince pure il miniderby con Imola e quindi tutto OK. Percorsi alla fine del viaggio in pick-up 7.783km, consumati 809,8 litri di gasolio, cifra indicativa di 725€, rispetto a viaggi precedenti devo costatare che la Ford Ranger si è dimostrata di alto livello e più parca nei consumi.

            Per info - fer4768@libero.it

 

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