ETIOPIA - DANCALIA 2009


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Etiopia- In Dancalia, l'inferno sulla terra

 

 

L'infinita carovana del sale che dalla piana della Dancalia raggiunge gli altipiani etiopi.

2 note di commento

Il viaggio si è svolto tra dicembre e gennaio, l’unico periodo possibile per visitare la Dancalia e non morirci. La Dancalia, irreale e assolutamente spettacolare non è una gita da tutti i giorni (non c’è praticamente nessuna guida che ne parli approfondiamente, ma se ricercate qualcosa in rete vi verrà presentata come la porta per l’inferno o l’inferno sulla terra). Al di là delle condizioni climatiche, nella parte nord il confine con l’Eritrea non è ancora definito (ed i caschi blu dell’Onu han pensato bene di tornarsene a casa…), quindi può capitare di tutto, e la presenza della popolazione locale sempre accompagnata da Kalashnikov lo ricorda con continuità. Tutti i costi di seguito riportati sono da intendersi a persona quando non specificato. Un € valeva nell’inverno 2008/09 indicativamente 14birr, mentre un dollaro 10birr. Al di fuori di qualche bancomat ad Addis Abeba (che funzionano solo sul circuito Visa/Mastercard) non c’è possibilità di prelevare contante, lo si può fare solo cambiando euro o dollari. Non occorrono visti particolari per entrare in Etiopia, ma occorre un permesso speciale per la Dancalia (dove si entrerà solo accompagnati da una guida afar e dalla scorta armata). Fuori Addis non è possibile trovare computer in linea per connettersi ad internet, di skype nemmeno idea, i cellulari possono funzionare in qualche città sugli altipiani (sempre che ci sia energia elettrica per alimentari i ripetitori…), in Dancalia mai. Fondamentale una torcia da speleologo con scorta di pile, una montagna di salviette umidificate,gel igenizzanti e prodotti similari, perché per molti giorni l’acqua per lavarsi può non trovarsi (ed il caldo non cala mai), e se si trova potrebbe essere di un torbido preoccupante. Noi avevamo al seguito varie casse di prodotti alimentari da prepararci con una cucina da campo per la parte in Dancalia, occorre far scorta di acqua ad Addis da portarsi al seguito,consigliati almeno 5 litri a testa al giorno (quindi prevedere molto posto nelle jeep solo per l’acqua). Nel caso prevedere scorte di micropur (da comprare in Italia) per poter bere l’acqua dei pozzi disinfettandola con almeno un’ora di anticipo. Poi, prodotti per proteggersi da un sole forte e costante per tutto il viaggio e dalla polvere (almeno naso, bocca ed occhi), ma anche capi pesanti per le notti sugli altipiani, oltre a tutto l’occorrente per mangiare e bere. Per dormire basta una semplicissima tenda, un sacco a pelo/sacco lenzuolo e consigliatissimo un materassino autogonfiante. In Etiopia vige il calendario giuliano, 7 anni e mezzo indietro rispetto a noi con capodanno 11 settembre (sarebbe interessante vederli festeggiare ora in quel giorno), mentre l’orario ufficiale è di 2 ore avanti al nostro, ma usano un orario tutto loro, l’ora zero è al sorgere del sole verso le 6 e riparte da zero alle nostre 18, quindi fatevi sempre specificare l’ora in base a che riferimenti si stiano utilizzando. La religione predominante è quella copta, cristianesimo ortodosso, ma in forte ascesa c’è quella musulmana. Le differenze tra le zone dove è prioritaria una rispetto all’altra sono facilmenti notabili, in Dancalia sono a maggiornaza musulmani ,negli altipiani copti. La lingua ufficiale è l’amharico che non ha caratteri simili ai nostri quindi è impronunciabile ed illeggibile. A parte la guide praticamente nessuno parla inglese, ed anche la nostra guida afar aveva grossi problemi con l’inglese, tanto che la comprensione era possibile in larga parte col francese. I nomi dei luoghi possono essere riportati in due maniere, dipende da come viene traslitterato l’amharico, esempio Auash o Awash, oppure Dallol o Dollol.

1° giorno

Da Bologna in treno con un intercity notte (35€ per 4:40h) raggiungo Roma, dove col Leonardo Express (12€, anche se ufficialmente costa 11€) in 30’ sono all’aereoporto di Fiumicino. Da lì con volo Egyptair in 3:15 arrivo a Il Cairo e con pochi controlli mi trovo all’imbarco per Addis Abeba dove arrivo dopo 3:45. All’aereoporto viene applicato il visto senza nessun problema(17€ o 20$), pratica lunga perché il tutto vien fatto manualmente, mentre si attende la registrazione del passaporto c’è l’opportunità di cambiare soldi a qualsiasi ora e così son quasi le 4 del mattino quando un pulman della Green Land Tour ci porta verso un hotel recuperato all’ultimo dalla Lonely Planet, non troppo lontano (l’aereoporto, una delle uniche costruzioni in condizioni perfette dell’intera Etiopia è praticamente in città). Il Debre Damo ha camere di vario tipo, da 40 a 120 birr (sempre da dividersi per 2) e visto che il sole sta già per sorgere non ci si pensa troppo nel buttarsi nel primo letto incontrato. Nonostante sia estate, di notte il freddo si coglie appieno (6°), i quasi 2400m della capitale rendono molto miti le stagioni.

2° giorno

Sveglia alle 9:30 e colazione in hotel (uova alla maniera che preferite, burro e miele altro non c’è), poi inizia l’esplorazione della città, con sosta presso l’agenzia con la quale viaggeremo per le 3 settimane, a confrontare se abbiamo tutto il necessario per sopravvivere in Dancalia e per un primo controllo delle jeep. In città prima sosta al museo nazionale (10b), famoso per i calchi di Lucy, il primo ominide comparso sulla terra oltre 3 milioni di anni fa. Tutta questa parte legata a Lucy è visibile nel piano interrato, meglio segnalato e custodito, le altre parti paiono un po’ un grande magazzino/deposito.Si continua con la visita della Cattedrale della santissima trinità, dove giace l’imperatore Selassiè, venerato ovunque nel paese. Le messe si susseguono, con prediche infinite, e fanno sempre bella mostra di se i vari sacerdoti inalzanti le croci copte, che diventano familiari con proseguire del viaggio in Etiopia. A fianco della cattedrale sorge il palazzo di Menelik (che qui trasferì la capitale sul finire del 1800), ora sede del primo ministro. Già guardare nella direzione del palazzo è considerato pericoloso, quindi evitate qualsiasi accenno a foto in quella direzione, soldati armati spuntano all’improvviso con modi poco amichevoli. Da qui la prossima tappa è alla Cattedrale di San Giorgio (San Giorgio è il patrono dell’Etiopia, ed anche il nome della birra più diffusa) dove con 30b si può accedere sia alla chiesa che al museo, piccolo ma interessante e visitabile con guida compresa nel prezzo del biglietto. Da ricordare che questa cattedrale fu costruita su volontà di Menelik per ricordare la vittoria etiopie di Adua sugli italiani invasori, ad oggi l’unica vittoria del popolo africano nei confronti di un esercito occidentale che si ricordi nella storia. Poi è tempo per la ricerca più importante del viaggio quella dell’acqua da portarci al seguito in Dancalia. Non si sa con esattezza quanti giorni potremmo rimanere in luoghi con l’impossibilità di conseguire acqua potabile, potrebbero essere anche 10, quindi occorreranno 50 litri d’acqua a testa, e trovarli per tutti ad Addis richiede parecchio tempo. Così quando la ricerca finisce è già tardi e non ci resta che cenare nel ristorante dell’hotel (60b), in maniera tutto sommato positiva.

 

I colori di Dallol, nel mezzo di un vulcano estinto in Dancalia

3° giorno

Colazione di nuovo in hotel, stesso menù del giorno precedente, schivando un terribile succo di mango (che in Etiopia viene riproposto con bella continuità) e poi cercando una logica ben precisa si inizia a stivare nelle jeep tutta la mercanzia per i futuri giorni in Dancalia, facendo in modo che l’acqua sia sempre a portata di mano ma non troppo esposta al sole e che tutte le casse degli alimentari vengano divise ed identificate a seconda che si utilizzeranno per colazione o pranzi (sembra roba da poco ma una volta nell’inferno questa classificazione sarà qualcosa di fondamentale). Ora è tempo di partire verso Awash lungo la bella strada asfaltata che va verso il Gibuti. Questa è praticamente l’unica strada in buone condizioni, del resto tutto ciò che entra ed esce dal Corno d’Africa deve passare dal porto di Gibuti e quindi i collegamenti devono essere buoni. Si notanto però già tanti camion bloccati per problemi meccanici lungo la strada, quando non per incidenti seri. La strada viaggia comunque sempre tra saliscendi e dopo una grande discesa si apre un grande lago bordeggiato da vasche di acqua chiuse da lava, dove si abbeverano gli animali che i locali portano lungo la strada. In questo punto la strada costeggia la ferrovia in via di ristrutturazione sempre in direzione Gibuti. Ci fermiamo a Metahara per pranzare all’ hotel Aseum (hotel per modo di dire, 11b) dove iniziamo a prendere dimestichezza con la base di tutti i piatti etiopi, la injera. Si tratta di una specie di sottopiatto spugnoso che si utilizza spezzandola per far da presa con qualsiasi cosa la si ricopra, solida o semiliquida. Da mangiare da sola non è potabile, accompagnata a certi condimenti (il meglio lo shiro, polvere di ceci che diventa una salsina piccante) non è male. Più la si trova bianca e sottile meglio è come qualità, sembra una stupidata ma ci accorgiamo alla lunga che alcune alte e nere non sono commestibili. Lungo il percorso (dove intanto la temperatura inzia a superare i 30°) che ci porta ad Awash ci imbattiamo in iene (alcune spiaccicate sull’asfalto), scimmie, ed orici, attraversando di già il P.N. dell’Awash. Lasciate le nostre cose presso lo splendido Buffet d’Aoauche andiamo a visitare il parco (50b+10b per ogni mezzo). Deve esserci al seguito almeno una guida armata, nel parco si vedono pochi animali (imbarazzante la visione di un leone in gabbia in piena Africa), qualche scimmia ed un orice proprio nei nostri paraggi, oltre a svariati uccelli che fanno da sfondo al tipico tramonto africano, sole che da giallo diventa una palla rossa in un battito di ciglia e saluta velocemente il giorno. Tra la secca savana spicca una imponente cascata, dove volendo si può fare il bagno. Rientriamo in città presso l’hotel che si trova tra le due parti della vecchia stazione ferroviaria. La depandance in perfeto stile coloniale è un lusso che non mi sarei atteso in questi luoghi, mentre il ristorante propone molti piatti. Scegliendo il Dare Wat, stufato di pollo, mi accorgo che corrisponde al vero il fatto che ogni piatto wat è assai piccante, ma comunque molto buono e soluzione ideale per affogarci l’injera. Come primo giorno percorsi 300km, quasi tutti su ottime strade.

4° giorno

Colazione in hotel (le uova come soluzione obbligata) poi via lungo una strada sempre piena di camion incidentati. Il re delle strade è il Fiat 682, pezzo per noi da collezione, che dettava legge sui nostri percorsi tra i ’60 ed i ’70. Si lascia la strada per Harar per iniziare a salire verso la parte sud della Dancalia. Si iniziano a notare le case costruite coi rami degli alberi e la gente che cammina non col bastone sulle spalle (tipica postura da etiope) ma col kalashnikov. Sulle prime fa impressione, ma avendolo praticamente tutti diventa quasi coreografico, tranne quando fermi per qualche informazioni ti si rivolgono con la canna verso la testa. Attraversiamo il N.P. Yangudi che non presenta nessuna attrattiva ed arriviamo a Logiya in tempo per pranzo e per cercare un pezzo di ricambio per il differenziale di una delle jeep che si è rotto. Menù con poche scelte, injera con shiro e tibs (agnello) in un ristorante di cui non son riuscito a trovare un nome. Molto gentile la popolazione dei dintorni, mentre cercavo un bagno, essendo in condizioni terribili quello del ristorante, mi hanno aperto il loro personale, pulito al momento per me. Dimenticavo, la cucina era a fianco del bagno ed era difficile differenziarli, ma ero ai primi giorni di viaggio osservando ancora piccolezze che poi avrei tranquillamente dimenticato. Continuiamo per la vicina Semera, capoluogo della regione Afar (dal nome della popolazione nativa della Dancalia, gli unici capaci di vivere tutto l’anno in un inferno) dove occorre ritirare i permessi, recuperare la guida afar e accordasi per la scorta armata (che si aggregherà da Efdera, prima di avvicinarci all’ipotetico confine con l’Eritrea). Le procedure durano circa un’ora, poi è tempo di riempire serbatoi e taniche visto che nel tratto di deserto potremmo non trovare rifornimenti ed il chilometraggio non è certo come i consumi (dipendenti da quante volte ci si insabbia e da quante ci si perde). Così il sole cala mentre raggiungiamo Asaita, luogo dimenticato verso il confine con Gibuti (ma senza strade per raggiungerlo, possibile solo via acque del lago Abbe). Ad Asaita arriviamo che è già totalmente buio, e forse è meglio così, altrimenti il paese metterebbe inquitudine a vederlo. A parte tre case colorate, non ne esiste una vera e proprio in mattoni, tutti rami e poco altro. Il nostro hotel non sfugge ai rami, ma ci regalerà qualcosa di fantastico come visione. Al Basha hotel (20b) le camere sono pochissime e già piene, così ci si adatta nel cortile interno oppure sul terrazzo posteriore, con visione strepitosa delle stelle (ma fatevi montare la zanzariera, gli insetti disturbano se il vento cala, e anche per evitare qualche zanzara malarica che magari non si rammenta che ora siamo nella stagione secca…). C’è anche uno spazio chiuso per la doccia (solo fredda ma nessun problema) ed anche uno con buca come gabinetto. Per festeggiare il fatto che ci fermiamo a cena nel loro ristorante ci preparano un agnello al volo (preso e sgozzato mentre me ne andavo in doccia, visione cruda ma occorre abituarsi) ed alla fine della cena ovvia cerimonia del caffè. Qui viene tostato al momento, pestato col mortaio, messo a bollire in un apposito contenitore in infusione su pietre scaldate dal fuoco sottostante mentre si preparano i popcorn. Il caffè è proprio buono (del resto la pianta del caffè è originaria dell’Etiopia), bisognerebbe berne tre tazzine, e la preparazione richiede almeno 30’(ma finito di cenare non c’è nulla da fare). Finita questa splendida operazione ce ne andiamo a dormire sotto le stelle nei letti che intanto ci hanno preparato completi di tutto (e così si evita di togliere dallo zaino sacco a pelo e materassino), dopo aver percorso 460km.    

 

Il vulcano Erta Ale, unico al mondo dove sempre è visibile una caldera col lago di magma

 

5° giorno

La sveglia è superba, ibis, falchi, marabù ed altre tipologie di uccelli che non conosco che mi volano a pochi metri, una scimmietta che mi guarda interdetta al di sotto della zanzariera, mentre dall’alto della terrazza ammiro un panorama spettacolare, con ogni sorta di animale ad abbeverarsi laggiù sul fiume Awash. Togliersi da qui è dura, e solo dopo una lunga fila di scatti fotogragici è tempo di colazione presso l’hotel, poi visita dei luoghi nei dintorni di Asaita. In jeep andiamo verso il Lago Afambo, ma la strada è interrotta ed occorre continuare a piedi (il sole inizia a farsi sentire molto forte). Quando arriviamo al lago, nel trionfo dei coccodrilli che indispettiti dalla nostra presenza si tolgono dalla posizione a bordo lago per rientrare in acqua, ci sarebbe la possibilità di passare sulla sponda opposta salendo su di una rudimentale zattera (i coccodrilli sarebbero al nostro fianco…), ma un personaggio locale inizia a litigare con la nostra guida impedendoci di attraversare. Allora si costeggia il lago, rimirando svariate tipologie di uccelli (nomi improponibili, prononuciati solo in amharico), gli ovvi coccodrilli e qualche ippopotamo che però rimangono sempre lontano dalla riva. Rientrando ci imbattiamo nella popolazione locale che vive nei dintorni dove coltiva la terra, con tende come abitazione permanente e armi sempre al seguito. Ma sono tutti felicissimi di incontrarci, anche se per scambiare anche solo qualche parola occorre sempre passare tramite la guida afar ed il suo francese. Festa grande in una piantagione di cotone che si estende dalla strada verso il confine con Gibuti, la nostra presenza è modo per ottenere una pausa nel mezzo di un caldo che si fa preoccupante. Rientriamo in paese per visitare il centro ed il mercato che si estende lungo le vie, mercato che a parte un po’ di frutta non offre nulla di particolarmente interessante, solo cose di stretta sopravvivenza per la popolazione. Così rientriamo in hotel per un veloce pasto e per una visione sempre spettacolare dalla terrazza rimirando i marabù che distendendo le infinite ali si asciugano al sole, per poi andare verso un villaggio afar lungo la strada che riporta sulla statale in direzione Gibuti. Le tende degli afar sorgono nel mezzo di una pietraia che sulle prime non sembrerebbe vivibile, ma per loro è ordinaria amministrazione. Qui non c’è nulla, per recuperare acqua le donne si fanno un lungo cammino verso le paludi del fiume Awash, mettendola dentro alle pelli di pecora cucite sulle zampe e sul collo ed usate come otri. Nel villaggio solo donne, gli uomini dovrebbero essere in paese a vendere i pochi prodotti che realizzano, ma è probabile che questi che vivono non troppo lontano da Asaita passino il tempo a bere nei bar o lungo le strade. Nel villaggio è in fase di organizzazione un matrimonio per il giorno successivo, i parenti dello sposo arrivano con le vettovaglie, ci chiedono di partecipare ma il nostro programma prevede la partenza presto per il giorno seguente e non saremo della compagnia. Se questo è il primo assaggio di vita afar (una popolazione considerata ancora particolarmente ostica, capace di sopravvivere in luoghi estremi quando non impossibili, in una terra che non si sa nemmeno a chi appartenga), inizio già a farmi un idea di cosa incontreremo in seguito, anche se pensare a viverci quotidianamente mi ritorna come qualcosa di non concepibile. E qui siamo ancora in contatto con la civiltà, con le provviste, l’acqua ed eventualmente medicine e dottori. Cena al ristorante dell’hotel col solito rito del caffè finale e col solito capretto sacrificato per noi, per finire sulla terrazza a dormire sotto le stelle ed i tanti uccelli vocianti. Percorsi 85km.    

6° giorno

Impossibile abituarsi ad un risveglio incredibile come quello di Asaita, ed anche oggi una buona mezzora va dedicata al panorama sottostante e sovrastante, poi dopo colazione si parte immediatamente, ci aspettano molti chilometri. Lungo la strada incontriamo dromedari e genti al solito armate di tutto punto, mentre rimiriamo un villaggio tutto costruito di rami, compreso un altissimo minaretto. Lungo la strada come solito camion con guasti meccanici ed incidentati, quando nel bel mezzo del nulla si apre una strada asfaltata in direzione nord, cuore della Dancalia. Al km 130 c’è un luogo di ristoro, poche scelte, injera e shiro ma bibite fresche (25b), poi dopo poco la strada asfaltata termina (comunque son stati 170km) per lasciar spazio da una pista che più va avanti più peggiora. Prima di arrivare al lago Afera ad una delle jeep cedono sospensione e balestra, la riparazione è impossibile al volo così ci stringiamo per andare tutti nel villaggio di Afdera dove arriviamo col buio, potendoci godere la bella visione del lago sovrastato dal suo imponente vulcano (1.200m) solo in minima parte. Ad Afdera arrivano anche i camion per il trasporto del sale, oltre non è possibile spingersi per loro e la presenza dei camionisti ha sviluppato qualche struttura di ospitalità, ma ben presto ci accorgiamo che sono fatte ad uso e consumo di prostitute locali che cercano di rendere meno dura la vita dei camionisti. I loculi dove si dovrebbe passare la nottata sono in condizioni impossibili, allora meglio montare le tende nello spazio antistante i loculi (uso dello spazio, 30b). I servizi igenici sono una vasca piena d’acqua utilizzabile con un secchio per lavarsi ed una buca già otturata dai bisogni di mille persone. Quindi, come tutti fanno qui, per il bagno basta attendere il calare della notte e cercarsi il proprio angolo preferito. Ma almeno aver trovato un po’ d’acqua per una doccia volante all’aperto è qualcosa di positivo vista la temperatura prossima ai 40° e l’impossibilità di trovare un riparo che non sia il tetto della jeep. Ci troviamo a circa 100m sotto al livello del mare, e questa situazione condiziona il clima in maniera molto forte. Per cena largo alla cucina da campo, al seguito abbiamo anche un cuoco, ma serve soprattutto per preparare il cibo agli autisti ed alle guide (in seguito anche alla scorta), vista la poca dimestichezza con cibi in busta e simili, anche se iniziamo ad apprezzare le sue verdure condite con berberè ed altre spezie di qui. Nel villaggio è operativa una pseudo discoteca che fa rumore a lungo, meglio far serata al bar antistante lo spazio del nostro accampamento, provvisto di bibite fresche (reperibile quello che i camion han portato in giornata, magari solo succo di mango…). Sapevamo di entrare nell’inferno, ed a conti fatti le condizioni sono ancora sopportabili, anche se occorre adattarsi in pochissimo tempo alla situazione, fortunatamente la scorta d’acqua rende tutto più semplice. Percorsi 283km.       

 

Incontri normali sulle vie etiopi, genti e kalashnikov qui vivono in simbiosi

 

7° giorno

Di prima mattina si vanno a visitare le saline che fiancheggiano il lago Afera, il cielo è incredibilmente velato ma la temperatura non cambia. Qui per raccogliere il sale viene portata l’acqua del lago in apposite saline (un tempo la depressione della Dancalia era il fondo del Mar Rosso, una volta ritiratosi non c’è più stata l’acqua ma il sale è rimasto), vi si lavora ancora manualmente ma con mezzi non completamente arcaici come vedremo ad Ahmed Ela, un lavoro duro ma non impossibile, che viene svolto principalmente in inverno. Le saline sono numerose, vengono lavorate una per volta, svuotate con pale che caricano carriole che portano il tutto al di fuori delle saline dove poi il materiale verrà caricato sui camion. Rientriamo ad Afdera, dove ci prepariamo la colazione nell’attesa della riparazione della sospensione della jeep. La cosa va per le lunghe, c’è tempo per rilassarsi al bar locale e per svolgere le pratiche relative alla scorta armata che da qui in poi dovrà essere al nostro fianco. La coppia di poliziotti assegnataci pare Gianni&Pinotto, diciamo che saranno anche loro in escursione ma pensare che questi possano provvedere alla nostra protezione in caso di incursione eritrea pare difficile. Solo nel pomeriggio iniziamo a muoverci, e dopo pochi chilometri la pista non esiste più e si procede dove la sabbia è meno profonda e le rocce più solide. Da qui iniziamo a mangiar sabbia costantemente, aiutano mascherine o veli di protezione ma non è che risolvano qualsiasi problema. Lungo il percorso si vede una enorme roccia che da lontano da l’idea di monolite tipo Ayers Rock, ed i colori, più quelli della terra nei dintorni che quella della roccia, sono un bel vedere, con tutto attorno vulcani. Il famoso Erta Ale è tra i più bassi, ma lo si nota perché sempre sovrastato da una cortina di fumo. Anche se non pare particolarmente lontano arrivarci è un’impresa, ed in giornata per noi resta una chimera. Il percorso è impraticabile, dopo 4:30 abbiamo percorso quasi 90km, è già buio e dobbiamo fermarci vicino ad alcune abitazioni dei locali afar, che dopo qualche trattativa ci permettono di campeggiare (25b a testa), di utilizzare i loro spazi e soprattutto di utilizzare il loro pozzo. Si montano le tende e si prepara il campo, non c’è possibilità di usare acqua per lavarsi (ovvio che qui non sappiano nemmeno cosa sia un bagno, ma c’è tutto lo spazio del mondo per i propri bisogni…), perché la poca che il pozzo fornisce viene usata a scopi alimentari e basta. Gli autisti sono abilissimi nel creare l’illuminazione per cucinare, usando le lampadine delle jeep collegate con lunghi cavi alle batterie e poste su rudimentali pali, così da non dar troppo fastidio alla gente del luogo non abituata alla luce ma permettendo di farci da cena (riso in busta, verdure tirate con berberè, auricchio a volontà e tonno). In lontananza si vede il fuoco che arde dentro al vulcano Erta Ale salire in cielo e arrossare le nubi, primo contatto con questa meraviglia della natura nascosta in questo luogo inospitale. Percorsi 90km.   

8° giorno

Colazione da campo alle prime luci dell’alba, mentre smontiamo le tende che notiamo alzate nel mezzo di un possibile percorso, ma tanto di notte da queste parti nessuno circola, poi sosta al pozzo per recuperare acqua e via verso la base del vulcano. I km sono 18, ma serve 1:30 per arrivare, non parliamo di strada, si va dove la lava permette, incontrando anche un villaggio afar che sorge nel bel mezzo della lava dove non esiste nulla per ripararsi (qui in estate la temperatura varia tra i 60° ed i 65°, ed anche ora di giorno non scende sotto ai 40°…). Arrivati al luogo dove lasciare le jeep dobbiamo attendere fino alle 15:30 per poter salire, altrimenti sole e temperatura ci ucciderebbero. Nel frattempo trattiamo per qualche dromedario che porterà vettovaglie (200b) e guida per indicarci il cammino (150b), notando che l’uomo costa meno che l’animale. Attendiamo la partenza rifugiandoci sotto ad una veranda improvvisata costruita con un telo steso tra 2 jeep a mangiare e far passare il tempo, mentre le guide gradirebbero insegnarci a sparare col kalashnikov. Ok che non si veda nulla in giro, ma il solo sentire gli spari inquieta, ma inquieta anche il fatto che pare se la prendano a male se nessuno si lanci nell’addestramento. Così Oswald decide di assecondare le guide facendo tornare il sorriso sulle loro facce. L’ascesa al vulcano dura dalle 2:30 alle 3h, dipende dal vostro passo, ma le prime 2h sono poco più di una passeggiata, i circa 700m di dislivello sono tutti nell’ultimo tratto (il vulcano è a 612m, ma si parte da circa -100m). Quando si arriva in vetta, al di sotto si apre un piano interamente coperto da lava di vecchie eruzioni, c’è un passaggio non propriamente semplice per scendere che porta alla caldera più particolare di tutto il pianeta. Al suo interno si apre un lago di magma costante e continuo, come se il cuore della terra qui emergesse e non si solidificasse mai, uno spettacolo che lascia senza parole. Il cuore della terra alla portata dei miei occhi, anzi volendo ci potrei finire dentro tanto qui non esistono protezioni, limiti stabili e guide che ti indichino dove andare e dove no. Lo spettacolo osservato sul far della sera è un’emozione enorme, una visione che ripaga di qualsiasi sforzo affrontato per arrivare in questo luogo che definire inospitale è un eufemismo. Non si vorrebbe mai andar via, le esplosioni all’interno della caldera sono continue e le mutazione costanti, il fuoco di pietra fusa regala visione da Venere e non da pianeta Terra, ma ad un certo punto occorre rientrare sul bordo superiore perché dormire quaggiù potrebbe essere a rischio vita. Già, le esalazioni sono tossiche, fino a quando si vedono i fumi puntare sull’altro versante si può star tranquilli, ma se rimanendo a dormire qui non ci si accorge che cambiano verso, il giaciglio che offre la lava potrebbe diventare la propria tomba. Così meglio tornarsene sul bordo principale, non si vede il lago di magma ma il fuoco colora il cielo sovrastante e lo spettacolo continua. Si dorme lì, occorre un sacco a pelo perché di notte la temperatura si abbassa parecchio e qui non si è sotto al livello del mare, poi se non volete rovinarvi la schiena un materassino potrà salvarvi. Per cena non eravamo andati oltre a tonno e simmenthal, col solito auricchio prima disprezzato ed ora amato come specialità sopraffina. Serve acqua, tanta, perché il bisogno di bere che generano la salita, il caldo ed i fumi è molto forte. Una nota sul vulcano col lago di magma, ne esistono 4 al mondo, in Islanda l’Erebus (ma il lago è sotto ad un ghiacciaio), sul Kilauea alle Hawaii e sul Nyragongo in Congo, ma questo in Dancalia è l’unico in cui costantemente è visibile l’occhio di fuoco.

 

Una chiesa di Lalibela mentre fedeli di bianco vestini entrono in visita

 

9° giorno

Sembrerà strano ma quassù c’è un gran via vai di genti e dromedari, fra viaggiatori come noi, studiosi e guide poco silenzio e con l’arrivo della prima luce tantovale alzarsi e tornare in escursione al vulcano. Lo spettacolo col sole nascente è altrettanto splendido, e potendoci vedere si può raggiungere senza problemi anche la seconda caldera, molto più grande ma senza laghi magmatici all’interno. Si riesce a fare il periplo del cratere più interessante, rimirandosi le continue esplosioni, anche se una ventata anomala fa deviare i fumi e ci troviamo quasi immediatamente al limite dello svenimento. Fondamentale aver acqua al seguito per questo periplo, ma non farlo sarebbe da pazzi, poi rientrati sul bordo più alto e fatta colazione alla meno peggio si scende (2:15’) quando ancora il sole non fa la voce grossa. Arrivati alle jeep abbiamo tempo per uno spuntino, ma dobbiamo partire il prima possibile perché le condizioni della strada sono pessime. Troviamo un pozzo dove recuperare un po’ d’acqua (ma in prima battuta alcune donne al nostro arrivo ci tirano sassi), poi nella parte centrale delle depressione (qui altre indicazioni non esistono) risaliamo verso nord in direzione Ahmed Ela. Percorriamo un terreno talmente arso che le crepe sulla terra in alcuni casi possono contenere una piede, poi la situazione migliora, si trova anche un po’ di verde ed iniziamo a cercare un luogo vicino ad alcune tende afar dove passare la notte. Fra guida afar e scorta pare esserci qualche incomprensione, avremmo trovato un luogo tutto sommato nemmeno male, ma la scorta vuole qualcosa di diverso, pare di capire che preferisca arrivare ad un altro villaggio, forse più amico, dove si saranno accordati per farci fermare così da lasciare i nostri avanzi che per loro sono tutte cose favolose (20b). Dopo almeno 4h di jeep abbiamo percorso 70km, ci fermiamo e montiamo il campo, attorniati da tanti bambini che non si capisce da dove possano arrivare. Anche qui acqua zero, ma per bagno spazi infiniti. Per cena è la sera di tortellini ai funghi, che definire immangiabili è poco. Ma questo c’è e questo si mangia, fortuna che con crackers, tonno ed auricchio ci prepariamo tartine prelibate che ci danno una carica incredibile in questo luogo che definire impossibile è poco.     

10° giorno

Colazione al campo, poi si parte nelle mezzo del nulla, lungo un terreno con crepe dove potrebbe infilarsi una gamba . 20km e sosta presso un villaggio in cui veniamo accolti senza paure, lanci di sassi, gente che si nasconde o robe simili. Forse sarà per via della produzione locale e della loro abitudine a commerciare. A 2 km di distanza (che sotto un sole infernale sembrano una maratona) si trova una fabbrica di birra. Una volta sul luogo di produzione vediamo alcune palme tagliate, dove nella parte bassa del fusto viene inserita una foglia che fa cadere un liquido tra il bianco ed il trasparente in un cono non più alto di 15cm. Questa è la produzione locale di birra, di questi contenitori ne troviamo vari ma non oltre i 20, ci vien spiegato che per riempire i coni servono almeno 6 ore, ma alla fine della visita nessun assaggio, evidentemente la produzione del prelibato liquido è talente importante per la sopravvivenza delle genti del villaggio che nemmeno l’amichevole ricevimento può cambiare le abitudini secolari. Continuiamo nel mezzo di una assolata e disabitata depressione, insabbiarsi è cosa normale, mentre cercare di liberare le jeep è pittosto difficoltoso. Ad un certo punto liberarne una diventa impossibile, anche scavando (e a molti tocca farlo a mano) non si arriva che a sabbia su sabbia, non è possibile arrivare vicino al mezzo con un’altra jeep per trainarla vista la paura di insabbiarne una di più, così una volta atteso il ritorno delle prime jeep passate si decide di lasciarla con l’autista nel mezzo del nulla per tornare con mezzi più adeguati. Unica possibilità di sopravvivere per l’autista quella di rimanere sotto la jeep, visto che non c’è ombra da nessuna parte dove l’occhio umano getti la sua visuale. A 40km dal luogo dell’insabbiamento, percorsi viaggiando a caso per cercare di evitare altre insabbiature (oltre 2 h), arriviamo al villaggio di Ahmed Ela, un insediamento di baracche di rami in prossimità della piana del sale. Troviamo alloggio presso una capanna che ha steso alcune stuoie al di sotto di una veranda che da verso nord (4,5b), quindi non invasa dal sole e cerchiamo il bar del posto, dove per qualche ora del giorno pare esserci elettricità, e quindi qualche bibita fresca. Di fresco solo succo di mango, c’è anche aranciata e pepsi, ma calde, nel frigo durante il periodo di elettricità c’era spazio solo per il mango. Scaricati gli zaini e visionato il luogo ci accorgiamo che c’è un posto per docciarsi (se qualcuno procura l’acqua), ma non c’è in tutto il villaggio un bagno, nemmeno la solita buca che si trova un po’ ovunque. Così meglio attendere la notte per trovarsi un proprio luogo. Vicino alla nostra capanna sorge la caserma dell’esercito, qui siamo a ridosso del presunto confine con l’Eritrea e le incursioni “nemiche” sono all’ordine del giorno. Nel pomeriggio dovrebbe passare la carovana del sale, le genti di qui dicono che oggi dovrebbe essercene una importante, stando ai tempi ed ai giorni del loro calendario. In effetti, una volta presa posizione sull’argine di un ipotetico fiume iniziamo a scorgere una fila interminabile dal villaggio alla piana, lentamente arrivano i dromedari ed i muli carichi di piastrelle di sale, accompagnati dai tagliatori e dai portatori che dovranno risalire gli altipiani per portare il sale e barattarlo con tutti quanto servirà per vivere quaggiù nella depressione della Dancalia. Lo spettacalo è fuori dal tempo, non termina mai, la carovana una volta entrata nel villaggio lo attraversa passando dal posto del dazio (dove viene trattenuta una tavoletta di sale a seconda del numero degli animali di ogni capobranco) per poi iniziare la lunga marcia per le montagne. Qui siamo a circa160m sotto il livello del mare, loro dovranno arrivare a circa 2500m, un percorso sfiancante e della durata indicativa di una settimana. Spettacolo incredibile, sembra di assistere ad un documentario invece ci si trova nel mezzo di vita vera, le genti sono molto cordiali anche se non hanno il tempo di fermarsi nemmeno per una bibita da offrigli, un rito che si protrae da tempi immemori e che ad oggi rimane l’unica possibilità di sopravvivenza per la popolazione afar che qui vive. Sono oltre 2000 gli animali che passano questo pomeriggio, lo spettacolo sembra non terminare mai e solo la sera che si fa largo ci va desistire dall’osservare la lenta e lunga marcia. Fortunatamente mentre noi eravamo presi dalla visione primordiale della carovana del sale, gli autisti erano tornati a liberare la jeep insabbiata (usando una lunghissima panca di ferro sbullonata da mettere sotto alle ruote) e nel frattempo avevano fatto sosta ad un pozzo per portarci acqua per le doccie. Gettarsi addosso acqua dopo tanto tempo che non ci si poteva lavare, in un ambiente ostile, caldissimo e salato ovunque, riempito da esalazioni tossiche è qualcosa di paradisiaco, la doccia migliore della vita, anche se fatta riempiendo un secchio e buttando acqua dal fondo di una bottiglia tagliata per far da colino. Poi cena, al solito pasta con tonno e auricchio, con quel po’ di affettati che ancora non si erano fusi al caldo. Col calare delle tenebre è tempo di toilette, ma occorre fare attenzione ai camminamenti delle guardie di confine, anche quando pare essersi nascosti ben bene nel mezzo del nulla al buio qualche sentinella incredibilmente passa, son sempre molto gentili, ma la situazione sulle prime può essere imbarazzante. Notte sotto le stelle, visibili per forza visto che non c’è il tetto dove dormiamo e non esiste una luce nel giro di 100km. Percorsi 70km.     

11° giorno

Colazione da campo, poi via verso la piana del sale che si raggiunge scendendo lungo il letto del fiume e poi attraversando un pantano dove anche le jeep faticano ad avanzare. Ovviamente i lavoratori del sale devono fare questo martirio ogni giorno andata e ritorno (3 ore+3 ore, da aggiungersi al lavoro vero e proprio…). Spettacolo fantastico vedere i dromedari ritornare nel centro della piana di prima mattina controsole, poi raggiungiamo un luogo imprecisato dove abbiamo solo sale alla vista. Bianco ovunque, con le forme saline che fanno bella mostra di se. Si notano anche i tanti militari che ci fanno da protezione, qui non è presente solo la nostra scorta, ma un mezzo esercito armato di fucili ad alta precisione, mitragliatori e strumenti per la visione a lunghissima distanza. Tutti tranquilli e frendly, ma in mezzo a questa pace della natura (ostile quanto si vuole, ma assoluta) la cosa inquieta. Spazi interminabili, luce accecante, sensazione di straneamento fortissima, uno spettacolo che solo il meraviglioso Salar de Uyuni in Bolivia può essere ancora più intenso, ma questo è solo un assaggio delle visioni giornaliere. Si continua verso bastioni che da lontano, fra miraggi ed impressioni paiono le mura di una città, mentre lo strato di sale si colora di nocciola per divenire ocra e giallo. Ci fermiamo al limite di un vulcano bassissimo e coperto di forme saline dagli strani colori per salirne sulla larga sommità. Questo luogo si chiama Dallol, e quello che ci aspetterà non può essere descritto né rappresentato da foto, i colori son talmente intensi, numerosi e la situazione può essere paragonata a quando da piccoli ci veniva descritto il pianeta Venere. La salita corta ma non semplicissima per via dei detriti del sale in forma cristallina, porta in cima ad un pianoro ricoperto da formazioni saline dove piccole solfatare immettono acqua a temperature ustionanti ed emissioni tossiche. Fortunatamente (per lo spettacolo…) vento inesistente e stando accorti non se ne respirano. E’ un susseguirsi di formazioni con piccoli laghetti gialli, ocra, verdi, rossi, azzurri, indicato, insomma qualsiasi colore che ci è dato dalla natura. I piccoli getti di acqua rendono le solfatare bianchissime e permettono a queste formazioni di rispecchiarvisi, non si smetterebbe di osservare il tutto, e per fortuna questo pianoro è talmente grande che si può percorrerlo a lungo senza fermarsi subito e svenire! Ammaliati da questo splendore che non ha eguali, in un luogo senza limiti imposti, dove si può andare ovunque ad osservare quello che più ci piace si perde la cognizione del tempo e l’unica situazione che riporta sulla terra è la grande concentrazione di militari che in ogni dove ci osserva. A loro nulla importa se qualcuno finirà morto per via dei gas tossici od ustionato in una pozza, l’importante è che bande eritree non vi rapiscano. Veniamo poi ad imparare che questa situazione si è verificata 15 giorni prima del nostro passaggio, ostaggi son finiti 4 autist, 2 jeep ed una turista tedesca (ad oggi una jeep e 2 autisti sono ancora in mano nemica). Al rientro, ancora inebetiti da tanta bellezza andiamo a visitare il canyon di sale che da lontano pareva una città. Qui si possono ammirare le tante età del luogo, ogni strato rappresenta un’era ben precisa. Ritorniamo sui nostri passi, osservando come le jeep in lontanaza sembrano viaggiare all’interno di un miraggio, cielo sopra ed acqua sotto, il miraggio è perfetto, visibile e fotografabile. Sosta poi ad una sorgente nel bel mezzo del deserto, e a dimostrazione di quanto la natura sia stata bastarda qui, si osserva che attorno all’acqua giacciono tantissimi cadaveri di uccelli e cavallette. Le acque belle e colorate con effetto idromassaggio sono in realtà sorgenti di acido solforico, mortali, magari adatte a chi abbia voglia in un attimo di cancellarsi le impronte digitali. Certo che saran state la tomba di tanta gente che arrivata qui stremata avrà pensato di ritemprarsi con una bevuta iperdesiderata. Ma al di là di questa terribile situazione, la visione è bellissima, acque colorate, campi salati nei dintorni ed i bastioni di sale sullo sfondo. A chi non verrebbe di citare la mitica frase finale di Blade Runner qui, in mezzo sui bastioni di Orione? Ma le visite non sono ancora finite, passando nel luogo centrale della piana del sale (luogo che ad oggi non è ancora assegnato in maniera ufficiale a nessuno stato) arriviamo nel posto dell’estrazione del sale, chiamato Asse Ale. Temperature che superano abbondantemente i 40° adesso in inverno (in estate si va dai 60° ai 65° e nemmeno gli afar riescono a lavorare), piedi costantemente a mollo nell’acqua salata e mezzi rudimentali per cavare il prezioso minerale, siamo a contatto con uno dei lavori più massacranti del pianeta. Gli ultimi uomini della scala sociale di qui con bastoni spaccano la crosta del sale, poi altri con mazze riducono il tutto a pezzi lavorabili che gli afar più altolocati finiscono col picchetto per farne una mattonella di circa 30X30 da caricare sugli animali. A realizzare il carico perfetto e posarlo sugli animali ci pensano altre persone, ogniuno ha il suo ruolo nel mezzo dell’inferno. Per noi comuni mortali la giornata sta diventando invivibile, servono quantità impressionanti di acqua che viene espulsa col sudore in tempo reale. Ma che spettacolo, e soprattutto che impressione, stando a fianco di gente che nemmeno si lamenta e ti saluta con un gran sorriso sulla bocca. Rientriamo al villaggio dove troviamo un po’ di acqua per docciarci (ma molto meno del giorno precedente ed occorre usarla col bilancino) e dove incontriamo una nuova carovana del sale, ma rispetto a quella del giorno precedente pare una copia mignon. Cena da campo, questa sera tutto quello che si mangia è buonissimo, una giornata del genere porta con se solo sensazioni positive, ed il nome Dallol per me rimarrà qualcosa non solo di incredibilmente bello ma anche di impensabile sul pianeta terra. Questa sera al bar ci vien data anche la possibilità di usare l’energia elettrica per caricare batterie varie (fotocamere e macchine fotografiche, il cellurare qui non serve a nulla) per 20b l’ora. Si va a dormire di nuovo all’aperto, viste le temperature anche di notte si può dormire scoperti senza bisogno di sacco a pelo o sacco lenzuolo. Percorsi 55km,     

 

Un lavoratore del sale nella depressione della Dancalia 
durante uno dei pochi momenti di sollievo

 

12° giorno

Solita colazione da campo (ma sempre abbondante ed iperenergetica), poi raccolti tutti i bagagli si parte per lasciare la Dancalia e salire verso gli altipiani. Non esiste una strada, si improvvisa qualcosa lungo il greto di un fiume, in pratica all’interno di un grande canyon. In un punto incui rimane un po’ di acqua, gli autisti quasi in esaltazione ne approfittano per lavare le jeep e soprattutto per togliere il sale dalle parti meccaniche. Poi iniziando la salita il percorso si fa difficile, più volte occorre scendere a spostare grandi pietre per aprirsi un varco dove passare ed anche cambiare le tante gomme che si bucano. In linea d’aria Dallol-Berahile saranno 70km, ma occorrono almeno 6 ore per arrivarci. Qui ci si riabitua a vedere case (di fango, certo, ma pur sempre case) e gente, tanta gente e tanti bambini ovunque si guardi. C’è possibilità di pranzare in un pseudo ristorante, ma come commiato il nostro cuoco ci lascia un ottimo riso al tonno che ha la meglio sulle specialità del posto. Però qui ritroviamo finalmente bibite e birre fresche, cosa che avevamo a lungo dimenticato. Ma Berehile è a 700m, occorre ancora salire e molto, fortunatamente il percorso migliora anche se di asfalto non c’è traccia. Lungo la strada incontriamo i primi mercati locali dove ovviamente si fa sosta e dove iniziamo a vedere in vendita il sale arrivato dalla Dancalia. Simpatici i fornellini creati dalle latte d’olio con la scritta U.S.A. recuperate dai lanci di materiale a sostentamento umanitario di qualche anno prima, ma molte sono le mercanzie per noi curiose ed interessanti, come i coperchi coprinjera. Moltitudini di genti portano qui le loro cose, la strada diventa quindi un luogo animato, non si incontrano mai auto ma è piena di dromedari, muli, mucche, pecore, cani, capre e bambini che o cercano disperatamente bottiglie vuote o biro. Dopo 135km arriviamo a Wukro (2.200 m.s.l.m.) dove ci congediamo dalla scorta armata, dal cuoco e dalla jeep di supporto per il materiale da campo, temperatura ottima fino a quando il sole non cala, primo incontro con l’asfalto e ricerca di un luogo per dormire. Ci si divide in 2 gruppi, io faccio tappa alla Pension L-Wam (20b), dove la luce elettrica c’è solo dalle 3 alle 6 di sera etipioti (21-24), l’acqua calda non è prevista ed il bagno fa rimpiangere i larghi spazi della Dancalia. Per il nostro calendario sarebbe l’ultimo giorno del 2008, ma non per il calendario etiope, così ogni proposito di festa è da rimandare. Troviamo da cenare presso il Kalabur (40b), ma si mangia quello che può venir cucinato senza ausilio di energia elettrica perché non arriva negli orari previsti. Così, al buio totale ed al freddo (5° di notte e per chi arriva da 40° costanti sembra pure inverno…), senza un posto dove andare ci ritiriamo tutti a dormire quando l’orario direbbe 21:45…Comunque buon anno, dopo aver percorso 143km.

13° giorno

Colazione al Kalbur (intanto era tornata di notte l’energia elettrica), poi via verso nord destinazione Axum. Si passa da Negash, la città santa dei musulmani etiopi, poi si intravedono alcuni paesi di cui rimangono solo macerie, luoghi dove il DERG di Menghistu colpì duramente. La strada, bella sia come fondo che come paesaggi, è sempre un percorso da ostacoli, dove l’unica presenza limitatissima è costituita dalle auto. Prima di arrivare ad Adigrat ci imbattimo in esercitazioni militari con carri armati che sparano colpi verso una montagna vicina, mentre non circoliamo lungo la strada, simpatico! Ad Adrigat prendiamo la via verso l’Eritrea per andare al monastero di Debre Damo il più importante dell’Etiopia. Lungo percorso fuoristrada, senza problemi di percorrenza ma che ci costringe a mangiare un mucchio di polvere. Il monastero si trova al di sopra di una amba (come vengono chiamate le montagne che sorgono nel mezzo degli altipiani di forma pari, senza picchi, quasi una scatola di scarpe nel mezzo del nulla), solo gli uomini possono accedervi e stessa situazione è riservata agli animali (no mucche, sì tori, eccezione per le galline con la scusa che chi ha ali può andare ovunque…). Al termine di una ripida ascesa si ci trova una parete verticale di 15m di salita, per accedere occorre farsi legare ad una corda con un monaco a turno che vi tirerà su. Costo della visita 140b (100 ingresso, 30 corde, 10 guida), visto il mio interesse per la questione religiosa evito di farmi trasportare come sacco di patate impiccato e faccio un giro attorno alla amba, facendomi poi raccontare la visita dagli amici. Rientrati sulla statale per Axum, altra deviazione breve per Yeha. Qui sorge un tempio collocabile tra il VIII ed il VI a.c. ed è ancora in ballo la questione se da qui provenga la cultura sabea o se qui arrivarono i sabei. Per chi come me non è mai stato in Yemen non c’è modo per cogliere le similitudini costruttive, altri invece ne intravvedono le influenze. L’ingresso (50b), dove fa bella mostra di se una signora che pare più anziana della costruzione, permette l’accesso a più strutture, compreso un museo all’interno del quale si può osservare una collezione di manoscritti che all’occorenza un sacerdote potrà cantare nelle 3 lingue che si successero in questo luogo. In un lungo giorno di trasferimento la visita di Yeha merita un sosta, anche se all’arrivo alle rovine verrete presi d’assalto dalla popolazione del piccolo villaggio, che non vedendo praticamente mai nessuno vi considererà una delle rare fonti di reddito facile facile, anche se oltre a qualche sasso non abbiano nulla da offrire. Sul calare del sole iniziamo a rimirare le famose montagne che attorniano Adua (ed in cui nel 1896 le truppe italiche incapparono in una sonora sconfitta nei confronti dell’esercito di Menelik), dove una volta arrivati ci accorgiamo che termina l’asfalto. Il cammino fino a Axum diventa così un inferno notturno, non si vede nulla tra illuminazione inesistente e polvere ovunque, e l’arrivo è per noi un sospiro di sollievo dopo aver rischiato schianti di ogni tipo lungo la strada. Per pernotto Hotel Africa, ottime camere (30b) con doccie dall’acqua calda e non contigentata (prima vera doccia dalla sera ad Awash, dove ricordo una doccia ottima ma fredda). Ceniamo all’hotel per questioni di tempo (42b), dove si possono assaggiare piatti locali (vanno molto i vari wat), ma serve una pazienza infinita nell’attesa. Ci sarebbe anche l’uso di internet, ma la linea pare sempre congestionata. Percorsi 255km.

14° giorno

Colazione in hotel, poi si compra la carta per l’accesso a quasi tutti i monumenti di Axum (40b). Ci accompagna nella visita una guida veramente brava, coinvolgente e capace di parlare un inglese per tutti, cosa importante per la visita di Axum perché il luogo è più una rappresentanza di quello che fu la civiltà axumita che quello ad oggi visibile. Primo stop ai bagni della regina di Saba, utilizzati oggi dalle genti locali per lavari i panni, poi si sale ad un punto panoramico che fa da sfondo alle tombe dei re Kaleb e Gebre Meskel. Le tombe sono raggiungibile con scale ancora in ottimo stato, al di sotto di palazzi dei quali poco è rimasto, importante nel visitarle è saperne prima la storia (è per questo che la guida diventa fondamentale). Scendendo dalla collina dove si può ammirare uno splendido paesaggio sulle montagne di Adua si incontra l’iscrizione di re Ezana poi stop al parco delle stele, ovviamente il complesso a noi più noto per via della celeberrima e discussa stele di Roma (quella razziata e poi restituita). Ora la stele è stata riposizionata nel suo luogo originale, ma veniamo ad imparare che non era stata ricollocata per cattiva volontà o negligenza, ma solo perché il rimetterla nel suo luogo andava a danneggiare tante altre opere non ancora estratte (si dice che solo il 2% delle antiche rovine axumite sia ad oggi visibile, il resto rimane conservato sotto terra). Nel parco si osserva anche la stele più alta la mondo, ma a causa della sua enorme mole non rimase eretta per più di un secondo. Nel parco delle stele settentrionale c’è anche un museo che percorre la storia della civiltà axumita (in amharico ed inglese), che permette di addentrarsi con maggior interesse in questo mondo. Uscendo dalla città si arriva al Dingur, il palazzo della regina di Saba. Non aspettatevi granchè, sono rimaste solo le rovine, ammirabili da una terrazza sopraelevata al bordo nord dell’insediamento. La mattina è già volata e la guida ci consiglia per pranzo il buffet del Hotel Hemera (32b), scelta ottima. Il pomeriggio (temperatura sui 25°, l’altitudine di oltre 2000m aiuta parecchio) è dedicato alla chiesa di Santa Maria di Sion (100b, non compresa nel pacchetto monumenti della città, un prezzo esorbitante per la vita etiope), un complesso che comprende l’antica chiesa, il museo, la nuova orribile chiesa e la famosa cappella che contiene l’Arca dell’alleanza. La chiesa nuova potrebbe anche essere scambiata per un magazzino, evitabilissima, il museo è più interessante ma è un susseguirsi di croci copte a non finire, mentre le parti restanti sono accessibili solo dagli uomini. Ovviamente l’Arca dell’alleanza non è visitabile (anche perché la ragione dice che sarebbe vuota), un guardiano la protegge nottetempo (ma se fosse per il povero vecchio incaricato non sarebbe un problema entrare), mentre merita molto di più la vecchia chiesa. Alla fine della visita rimane tempo per girarsi la Axum non monumentale, una vivace cittadina con negozi, bar e tanti giovani usciti dalle scuole ad animarla. Qui si possono trovare oggetti locali, tante ovviamente le croci copte ed in generale i prezzi sono contenuti. Come nella serata precedente, i tanti posti con scritte di internet point si rivelano non funzionanti, ma almeno qui l’energia elettrica è sempre presente ed anche i distributori di benzina sono funzionanti. Ceniamo al ristorante dell’hotel Abigat (60b) che ci viene caldamente consigliato, ma che si rivela poca cosa. Finalmente è possibile uscire la sera, c’è tanta gente ovunque, ed anche la temperatura serale non scende troppo (basta una felpa). Considerazione finale su Axum : se vi aspettate mirabolanti rovine evitate la visita, qui ora si può ammirare il mito che Axum rappresentò e niente altro, quello visibile al di là delle stele e ben poca cosa, mentre la sua storia è ben differente. Percorsi 25km.  

15° giorno

Colazione in hotel poi riprendiamo la via verso sud, in pratica inizia il percorso di ritorno. Mentre passiamo da Adua facciamo sosta al cippo che ricorda i caduti italiani della battaglia di Adua del 1896, che giustamente si trova in un posto nascosto, cippo che nulla significa per la popolazione etiope attuale, nelle vicinanze del caffè della battaglia dal nome attuale ancora in italiano. Sosta ad Enticcio in un animatissimo mercato, dove si trova ancora il sale, ma si trovano anche personaggi che portano qui la loro macchina da cucire per aggiustare i capi che le genti non possono più utilizzare. Sosta ad Adigrat, dove dal bar nella piazza centrale ci si fa un bello spaccato delle genti locali. Come quasi ovunque negli altipiani la popolazione è copta, ma l’arrivare del islamismo è notabile a vista, come le differenze comportamentali. Colpisce come gli islamici girino con facilità armati, quasi che senza mitra non si possa scendere in strada. In un angolo della piazza centrale sorge un piccolo supermarket fornito di tutto, e tutto sistemato in coreografica maniera, confezioni di ananas per 12b che nutrono e dissetano in ottimo modo, a fianco di sfiziosità come patatine fritte e cioccolate di ogni tipo. Qui si può notare come la differenza tra la grande città ed il resto del paese sia enormi (cioccolate di vari tipi, patatine fritte, caramelle, ma dove siamo capitati?). Arrivati a Sinkata sempre lungo la statale asfaltata, prendiamo una scalcagnata deviazione in mezzo alle case dove le jeep passano a malapena per arrivare a Hawsien, un polveroso villaggio che ci servirà da base per le visite alle chiese rupestri del Tigray. Troviamo alloggio presso l’ Adulis Hotel(25b), che offre stanze enormi con letti piccolissimi, un unico bagno ed un unico lavandino per tutto l’hotel ed una unica doccia fredda non sempre disponibile. Qui nulla da fare in paese, così andiamo a visitare il Gheralta lodge, splendido luogo dove una notte costa come tutte le notti che io passo in Etiopia, ma costruito con gusto cercando di non essere per nulla invasivo nel confronto della natura circostante. Qui ceniamo (60b), ovviamente non nel ristorante riservato a chi vi soggiorna, ma in un'altra sala che ci mette a disposizione un ottimo ed abbondante buffet, oltre a poter usufruire di splendidi servizi igenici che l’Adulis hotel si sogna. Percorsi 204km.

16° giorno

Colazione nel bar della piazza (dove al centro sorge una stele), e vista la pochezza di alimenti compensiamo con gli avanzi delle nostre scorte. Poi via a cercare le celebri chiese rupestri del Tigray, quelle definite del gruppo di Gheralta. La particolarità di queste chiese non sta tanto nella loro architettura o valenza religiosa, quanto nei luoghi impervi dove vennero scavate, una maniera di isolarsi che diventa ora motivo per camminate giornaliere. Prima tappa per andare alla Maryam Korkor dalle parti del villaggio di Megab. Oggi è giornata festiva, alla partenza del sentiero che si inerpica sulla montagna troviamo una infinità di bambini che vogliono farci da guida. La disputa diventa talmente pesante che lungo la ripidissima e sassosa asperità la situazione tende a degenerare, così lascio il gruppone formatosi per dirigermi verso luoghi più tranquilli. I miei amici mi riferiranno di una ascesa dura ma non troppo pericolosa (50’), di una vista spettacolare e di una chiesa interessante (80b) ma di certo non imperdibile, molto meglio il percorso per andarci e la vista. Nel frattempo io mi giro la valle a ferro di cavallo fino al termine della amba, per rientrare presso una abitazione dove una famiglia sta passando la giornata festiva. Mi offrono da bere acqua prelevata da un tino di dubbia pulizia ed una injera alta e nera, un qualcosa di raccappriciante alla sola vista che mi trovo costretto a rifiutare. A Megab presso il bar Andnet (bar in senso lato, e net non nel senso di internet…) pranziamo e ci gustiamo la cerimonia del caffè, per andare alla chiesa rupestre di Debre Tsion Abraham dove si ripete la stessa scena dello sciame di bambini. Anche questa volta ne approfitto per un giro alternativo della amba, da dove si vedono vari aspetti della zona, in primo piano il lavoro di agricoltura che salva sovente l’Etiopia dalla situazione terribile di altri paesi africani. La vita qui è certamente durissima, ma la possibilità di coltivare gli altipiani offre ad una buona parte della popolazione la possibilità di aver cibo nutriente, il problema nasce nelle annate di siccità o inondazioni, non così impossibili a verificarsi. La chiesa (60b) mi viene descritta interessante, l’ascesa più breve ma più dura di quella della mattinata (45’) ma la vista meno imperiosa. E’ già ora di rientrare ad Hawsien dove pernottiamo in un altro posto rispetto alla sera precedente, il Tourist Hotel (che confina con l’Adulis hotel) che costa uguale ma che offre il bagno in camera (con acqua calda che ad oltre 2.000m non fa schifo) e che ci permette così di stringere sui tempi e trovare ancora un posto per rifocillarci (solito problema di energia elettrica che arriva molto dopo il calar della luce). Cena come il giorno precedente al Gheralta Lodge (60b), unico luogo ancora aperto dopo le 20, con buffett ricco ed abbondante e differente dal giorno prima. Oggi percorsi 61km

17° giorno

Colazione al solito (unico) bar della piazza (11b) dove a fianco del solo piatto proposto, uova, completiamo la colazione con le poche cose ancora rimaste. Si continua la visita alle chiese rupestri del Tigray dividendoci in due gruppi. I più temerari, o meglio i più preparati affronteranno la chiesa Abuna Yemata Guh che prevede un passaggio nel vuoto assai insidioso (e come tale ci viene confermato al ritorno dai nostri eroi), mentre con un altro gruppo andiamo alla Abuna Gebre Mikael. Le jeep ci lasciano presso un villaggio con tanto di scuola e campo sportivo, forse uno dei complessi migliori visti fuori Addis Abeba, poi senza la solita calca abituale nei paraggi delle chiese rupestri prendiamo un pianoro che costeggia un terrazzamento dove molta gente lavora per adattare la montagna ad uso agricolo. Ogni persona che spacca pietre per costruire i terrazzamenti riceve dal governo locale 3kg di grano al giorno, e visti quanti sono (ma non quanto lavorano) di grano ne dovrà uscire parecchio. Quando inizia l’ascesa è praticamente una parete verticale dove cercare un appoggio di fortuna, superato il primo pezzo di una cinquantina di metri le difficoltà sembrano terminate, ma sull’ultima erta si trova il passaggio peggiore, che con l’aiuto delle guide riusciamo a sopravanzare. Dal piano dove sorge la chiesa la vista è bella, mentre il frontale della chiesa assai deludente, pare una baracca abbandonata. Fortunatamente dopo nemmeno 5’ arriva il sacerdote con le chiavi e dopo una lunga trattativa per 60b lascia entrare. Quello che maggiormente colpisce è la realizzazione della chiesa, ottenuta levando pietra, un assaggio di quello che ci aspetterà a Lalibela. Scendere è l’impresa più ardua, ma fortunatamente tutto va per il meglio. Rientriamo a Megab per uno spuntino veloce in un bar del posto (luogo senza nome) e poi riprendiamo la strada in direzione Wukro fermandoci alla chiesa rupestre di Abraha Atsbeha (50b) nell’omonimo villaggio. Si raggiunge a piedi dal vicino parcheggio, non necessita quindi di particolari ascese, è molto più grande delle altre e dobbiamo attendere almeno 30’ per entrare perché il sacerdote sta pranzando. Questa a differenza delle altre non è completamente scavata, vi è stata collocata una parte frontale all’esterno, e si impara che questa variazione sul tema è opera italiana. Un dono non richiesto e che non ci sta per nulla con la particolarità di queste costruzioni. Ultima visita è per una chiesa del gruppo di Wukro, Chirkos (40b), che si trova lungo la statale principale poco prima di Wukro. Ci si arriva praticamente in jeep, ed onestamente si potrebbe evitare senza perdere nulla di interessante. Ora è tempo di procedere spediti per la meta finale della giornata, Mekele, che in Italia ci sarà chi si ostina a chiamare Macallè. Ci arriviamo sul calar del sole, notando che ai distributori di benzina ci sono code interminabili e mentre fa buio nessuna luce elettrica da segno di accendersi. In effetti mentre facciamo tappa al meraviglioso (per i miei standard) hotel Hilltop (80b) dotato più che di camere di miniappartamenti, ci viene confermato che non c’è energia elettrica e mancano i rifornimenti di benzina in ritardo da Gibuti. Visto che l’hotel si trova fuori dal centro e che gli autisti optano per mettersi in coda ai rifornimenti in modo da essere sicuri di partire l’indomani, non ci rimane che cenare in hotel (60b) per finire a giocare a carte, mentre dopo le 22 la luce si ripresenta. Percorsi 136km.

18° giorno

Colazione in hotel, velocemente partiamo vedendo Mekele dall’alto attorniata da una coltre nebbiosa, ci aspettano molti chilometri ed una volta lasciata la statale la strada potrebbe essere pessima. La strada sale e scende, toccando passi ad oltre 3000m e dopo Maychew si apre il grande ed intenso blu cobalto lago Ashengy. Qui, come in quasi tutti i luoghi fuori città, appena ci si ferma si è invasi di bambini che corrono da lontanissimo alla ricerca di biro o di qualsiasi cosa gli si possa dare, le urla son sempre “give me”, “pen”, oppure un generico “faranji” che in amharico significa straniero. Qui sugli altipiani, o differenza della Dancalia, la presenza dei bambini è impressionante per numero e per costanza di richieste, ma tutte le guide ci han sempre detto di non dare nulla perché rappresenterebbe la peggior maniera di formarli che ci sia. In effetti quando si entra nelle città, od anche paesi, e si incontrano bambini che escono da scuola la cosa non si presenta mai, nessuna richiesta, solo la voglia di provare a parlare coi faranji dal momento che la lingua inglese viene insegnata nelle scuole. Ed in effetti a Korem siam finiti nel mezzo della strada ad interrogare i bambini usciti da scuola proprio sui compiti di inglese. In questo caso, ovviamente tanti bambini, ma estremamente rispettosi e timidi sulle nostre interrogazioni. Pranzo presso Girmay Muruts hotel, poi lasciamo la statale per addentrarci verso Lalibela. L’asfalto termina, ma nella prima parte il percorso non è nemmeno male, solito problema quello della tanta polvere. Lungo la strada si notano alcuni villaggi stile “Obelix”, costruzioni tonde di terra essicata ricoperte da tetti spioventi di erbe e foglie compatte, uno stile fino ad ora mai visto in Etiopia. Prima che il sole ci saluti arriviamo a Lalibela, la città santa degli etiopi di religione copta, la Petra d’Africa. Già, questa città costruita tra il 1137 ed il 1279 d.c.in un luogo remoto non è stata edificata alzando palazzi verso il cielo, ma scavando nella roccia ed ottenendo le dieci chiese del centro, più quella di San Giorgio al di fuori, per sottrazione. Ma non come a Petra per sottrazione scavando in orizzontale, qui avvenne in verticale, così che non solo le chiese son costruite nella roccia e staccate da essa, ma anche i passaggi, le grotte, le cripte e tutto quanto. Noi arrivamo il giorno in cui si festeggia il natale copto, la città (per modo di dire, in pratica un villaggio di montagna dove non c’è quasi nulla) è stracolma di gente e troviamo da dormire solo presso l’hotel della nostra agenzia di viaggio, Yemrha. Purtroppo costa una follia, ed anche dopo ore di contrattazione non riusciamo a scendere al di sotto dei 270b, molto prababilmente fuori dalle giornate di festa i prezzi saranno completamente diversi. L’assurdo che non hanno un posto per gli autisti delle jeep (che poi lavorano per loro…) che così devono dormire nei mezzi o nelle nostre tende che gli lasciamo per star più comodi. Come non bastasse, in hotel (ma anche in tutta la città) non c’è energia elettrica e nemmeno acqua, ma quella fortunatamente dopo una lunga attesa arriva. Cena in hotel, posto bello ma caro (90b) e dopo si va alla scoperta della città nel suo momento di massimo fulgore. Riuscire ad entrare è un’impresa eroica, pare che tutto il mondo questa notte sia qui, ovunque genti avvolte nella propria tunica bianca gettate in ogni dove, per terra, sui gradini ma anche sulle stesse chiese, tutti in attesa della celebraziona che avverrà la mattina seguente alle ore 5 (nostre, non loro). Ladri all’opera, ci hanno avvertito mille volte, occorre muoversi con pochissime cose, ma dopo aver provato a visitare qualche posto dobbiamo tornarcene sui nostri passi, è tutto esaurito ovunque, pare strano ma in questo luogo che sembra fuori dal tempo c’è anche un maxischermo per quelli che non riescono ad entrare nelle chiese. Comunque tra le chiese illuminate da mille candele e la forte atmosfera generale lo spettacolo è comunque molto intenso, ma dopo averlo appreso in prima persona me ne torno a dormire contento di esserci stato, ma molto più contento di non dover passare la nottata qui nel mezzo di questo infernale girone dantesco. Una domanda però mi sorge, ma come fanno ad avere sempre le tuniche bianche perfette stando riversi per terra, io mi sporco costantemente anche senza buttarmi a terra! Percorsi 362km.      

19° giorno

Il momento clou per i fedeli è alle 5 del mattino con la celebrazione del natale, così per evitare di imbattermi in situazioni non propriamente di mio gusto mi alzo con comodo alle 8, faccio colazione in uno dei baretti fuori dal centro storico (John Caffè, 5b) sfruttando i biscotti che Mario aveva recuperato chissà dove, e mi ritrovo per il giro con guida solo alle 9:30. Avere una guida è fondamentale per apprezzare al meglio non solo le chiese ma anche i passaggi del dedalo di gallerie che collega ogni angolo del luogo. Occorre avere un biglietto valido per tutte le chiese (100b) che si compra in biglietteria nei paraggi del gruppo di chiese occidentale, e mentre mi appresto alla scoperta del luogo devo fendere la folla che se ne sta uscendo dopo le innumerevoli cerimonie della mattina. Lo spettacolo è impressionante, la guida ci porta in ogni dove, chiese e passaggi regalano emozioni e visioni che sembrano impossibili. Le chiese son veramente ottenute per sottrazione della roccia dal terreno, ed anche al loro interno tutto è stato lavorato in questa funzione, visto il periodo son piene di sacerdoti in funzione per i tantissimi fedeli. Fortunatamente non esistono problemi per fotografare, ma è consigliato non usare il flash (ma chi lo utilizzerebbe sulle moderne reflex quando si possono ottenere immagini splendide senza!) perché danneggia la roccia. Unico aspetto negativo è quello che le protezioni superiori limitano le viste (le roccie sottoposte alle intemperie hanno iniziato a cedere, così da quando Lalibela è diventata di protezione Unesco hanno inalzato enormi tetti di protezione al di sopra di molte chiese), ma a parte questo è possibile andare ovunque e godersi le viste sia dall’interno delle chiese che dalle pareti al di sopra di queste. La zona del gruppo settentrionale è costituito da chiese di maggior grandezza, ed è il gruppo che ci aspetta di mattina. Non si può entrare con le scarpe, ma assieme alla guida si affitta anche un guardiascarpe che ce le fa ritrovare all’uscita. Il nostro è un agricoltore che parla un ottimo inglese e che vive in una fattoria a 30km da Lalibela, ovviamente percorre a piedi questa distanza nelle sue standard  4 ore. Poco da dire sulle chiese e sul loro contesto, tutto splendido. Pranziamo in un luogo senza nome vicino all’entrata principale (25b) e poi è tempo per il gruppo orientale. Queste sono più piccole ma più lavorate, ovviamente lo spettacolo è anche qui incredibile, e le file per entrare in alcune di queste lunghe, ci si imbatte in prediche/cori festanti allegri e colorati mentre ci dirigiamo verso la chiesa più importante e fuori dal centro storico. Bet Giyorgis fu scavata per ultima, leggenda dice che fu San Giorgio a scendere col suo cavallo alato a chiedere una chiesa per se a Re Lalibela e che per costruirla intervennero gli angeli, ma potete visitarla anche senza credere a queste facili mitologie. Questa è la chiesa più famosa, quella che è sovrastata da una enorme croce di 15 metri, in pratica la larghezza dell’intera chiesa, opera perfetta e stupefacente, con pareti a strapiombo ai suoi lati ed un lungo e strettissimo camminamento per arrivarci. Finito il tour guidato impossibile non fare un giro a caso nel dedalo della città uscendo da una chiesa per entrare in una galleria e così via, nel mezzo di pellegrini di bianco vestiti e genti locali in visita con abiti multicolori. Per quanto riguarda la visione delle chiese, il mio parere pone al primo posto Bet Gabriel-Rafael, mentre fantastiche sono le porte di Bet Medhane Alem fatte a forma di chiave. Finito questo spettacolo provo a recuperare qualche souvenir, qui qualche cosa si trova, ma a parte le solite croci copte di Lalibela c’è solo paccottiglia e t-shirt imbarazzanti. Ovviamente nessuna presenza di linea telefonica per collegarsi ad internet, e per chi fosse dipendente da cellulare nessun segnale nemmeno per quello. Per cena il ristorante dell’hotel Seven Olives (80b), con ottimi piatti di pasta seguiti da carni locali in una commistione di ottimo gusto. Una nota a margine, vista la calca impressionante occorre prestare massima attenzione ad ogni cosa, i ladri all’opera sono molto in gamba, e tutto viene aperto con una facilità impressionante anche perché molti tragitti vengono percorsi ammassati gli uni contro gli altri. Zaini sul fronte, tasche vuote e nessuna cosa in eventuali marsupi, mentre nessun problema per macchine fotografiche o videocamere, quelle sono troppo ingombranti per essere “prelevate”. Oggi nessun km percorso a bordo della jeep.    

20° giorno

Colazione da John caffè (abbondante, 15b) prima di partire per un lungo trasferimento verso Addis, in pratica fine del viaggio di esplorazione. Lungo il percorso, perché di strada non si può parlare, son previste lunghe comitive di pellegrini rientranti verso il sud del paese, così ci vien consigliato di prendere un sentiero praticabile solo con 4X4. Non è facile avanzare, in alcuni posti non c’è nè percorso né sentiero, si chiedono indicazioni ai contadini, ma fortunatamente dopo poco più di 5 ore e 110km arriviamo a Woldia dove compare ogni tanto uno strato di asfalto. La cittadina pare appartenere almeno a 2 secoli fa, ci sono taxi a cavallo e poco altro, se non qualche negozio (a Lalibela praticamente non se ne vedono, se non baracche che vendono un po’ di frutta e qualche bevanda) che però vende un po’ di tutto. Tappa per rifocillarci al Lal hotel, con bagni impraticabili (ma un splendido giardini per i bisogni) ma con acqua utile a lavarsi viso e mani completamente sommersi dalla polvere recuperata lungo il percorso. Da Woldia si segue verso sud la statale principale, ma l’asfalto sovente manca, lungo la strada si incontra di tutto, camion, corriere, animali, persone che rientrano a casa dopo essere state al mercato e bambini che escono da scuola. Nonostante la via sia migliore di quella precedente non è che si possa viaggiare molto forte, così in prossimità di Dessie (una iperpolverosa cittadina) il buio si fa già largo. Noi dobbiamo raggiungere la più tranquilla Kombolcha, ma scendendo dal solito altissimo passo  ad una jeep cede la batteria ed anche l’alternatore ha problemi e nel buio non è il massimo continuare così dobbiamo spostare armi e bagagli sulle altre jeep, arrivando molto tardi. Alloggiamo al K.Wine Hotel (30b, acqua calda solo nelle camere sul lato destro e soliti letti strettissimi) e ceniamo al Tekle hotel dove arrivando tardi non è rimasto quasi nulla per cenare e bisogna accontentarsi di mangire quello che vogliono loro. Al ritorno all’hotel anche la jeep rimasta bloccata è arrivata a destinazione, usando i pezzi di una funzionante. Qui non si butta mai via nulla e tutto serve per tutti. Percorsi 289km in circa 12 ore di marcia.   

21° giorno

Colazione al Hikma (11,5b), una grande pasticceria come non se ne erano mai viste fino ad ora e partenza immediata per Addis Abeba. Oggi giornata di solo trasferimento, ed una jeep inizia subito ad accusare problemi mentre saliamo ad una passo a 3.100m quando mancano 150km dalla capitale e la strada è tutta asfaltata. Sosta nel paese di Debre Berhan per pranzo presso Era Hotel. In paese si sono tanti lavori lungo la strada e ci viene segnalato che da qui ad Addis spesso sarà così. E in effetti le segnalazioni corrispondo al vero, i cinesi stanno riassestando la statale e costringono a lunghe digressioni nella campagna o a tratti a senso alternato che rendono lunghissima la marcia. Poco prima di arrivare ad Addis sosta presso un posto dove genti del luogo vendono bricchi per il caffè e pentolini per preparare lo shiro (i prezzi si trattano tramite gli autisti visto che la gente non ha idea di nessuna lingua né dei prezzi, mediamente 10b a pezzo, tutti di terracotta e l’impresa maggiore sarà portarli a casa intatti). Presso queste famiglie osservo che la battitura del grano avviene ancora con le bestie, una cosa da noi dimenticata da generazioni. Entriamo in città quando il buio diventa padrone del posto ma abbiamo ancora un po’ di tempo per farci una “vasca” nella zona della Piazza, lungo l’unica via scintillante di negozi, Hallesilasse st. Imperano i negozi di oro ed argento per le immancabili croci copte, ma si trovano anche ottimi bar che vendono il loro fantastico caffè, a cui non si può proprio rinunciare dopo averlo assaggiato a lungo. Mediamente 250g costano 8-10b, la qualità provata al rientro è favolosa. Dal centro ci dirigiamo per l’ultima cena in terra etiope al Finfine Rest. (70b) posto splendido e dalle ottime ed abbondanti porzioni. Solo cibi locali, se proprio siete allo stremo consideratelo un ultimo sforzo, per chi come me alla fine non ha disprezzato la cucina etiope un ultimo contatto di altissimo livello. Ultimo atto, destinazione aereoporto, percorrendo una parte della Haile Gebreselassie rd., dedicata all’eroe nazionale e vincitore di più ori alle olimpiadi ed ai campionati del mondo nelle corse di lunga durata, unica annotazione Haile è vivo e vegeto! Di sera ad Addis occore vestirsi pesante anche ora, la temperatura notturna precipita velocemente. Percorsi 371km.

22° giorno

I controlli all’aereoporto sono velocissimi, va riempita una carta per l’uscita (ma non viene praticamente guardata) ed una volta all’interno c’è la possibilità di cambiare i birr rimasti sia in euro che in dollari, mentre l’ufficio cambi nella zona prima dei check chiude prima di mezzanotte. L’aereo per Il Cairo è puntuale, l’attesa di quello per Roma non particolarmente lunga anche se il gate giusto di partenza rimane un rebus fino a pochi minuti prima dell’imbarco. Arrivo a Roma addirittura in anticipo, non ho nemmeno il tempo di andare dal gate al ritiro bagagli che il mio zaino è già sul nastro, un’efficienza che pensavo impossibile. Prendo al volo il Leonardo Express (che ora costa 11€…) e compro un biglietto ferroviario per Bologna sul primo treno in partenza che si rivela uno dei nuovi ad alta velocità (48€ per la seconda classe) che però ad alta velocità ancora non funziona e impiega 2:45. Arrivo a Bologna in un momento di grande freddo, provo a coprirmi con tutto quanto possibile nello zaino ma mi pare comunque che qualcosa non vada, come se il fuoco della Dancalia fosse diventato lo standard ed il gelo dell’inverno bolognese dovesse ghiaccarmi all’istante. Già iniziano i rimpianti ed i confronti in negativo, passando sopra ad acqua introvabile, cibi in scatola, letti di roccia e amenità simili. Eh già, il viaggio è un mondo tutto suo ed a confronto col mondo di tutti i giorni ne esce sempre vincente.
Per info - Luca - fer4768@tiscali.it

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