Georgia - Armenia 2015


www.catchweb.net

RACCONTACI IL TUO VIAGGIO
MANDACI CONSIGLI UTILI PER DOVE O NON DOVE ANDARE
FONDAMENTALI LE FOTO, IL TUTTO A....

info@catchweb.net

 

 


2 note di commento

Il viaggio si è svolto in agosto, periodo ideale per affrontare i passi caucasici ma caldo ed afoso in pianura e nelle città soprattutto a Yerevan, dove la temperatura oltrepassava con regolarità i 40°. Per entrare è sufficiente il passaporto in corso di validità per 6 mesi senza visto, vengono apposti solo i timbri in entrata ed uscita. Per l’organizzazione del viaggio ci siamo appoggiati alla Omnes Tour, tour operator georgiano che opera anche in Armenia, definendo un programma con al centro il Caucaso. Questo comporta spostamenti a volte pesanti e un passaggio in Armenia più veloce, ma si è trattata di una nostra scelta ben precisa per dare più risalto all’aspetto naturalistico piuttosto che a quello storico-religioso. La moneta in uso è in Georgia il Lari (da ora identificato con L), un € equivaleva a 2,47L, in Armenia il Dram (da ora identificato con D, tetri per i centesimi), un € equivaleva a 525D. Bancomat diffusissimi, ma altrettanto i cambiavalute ufficiali che hanno il vantaggio di non richiedere nessuna commissione. Tutti i prezzi riportati sono a persona quando non specificato. L’€ può essere accettato ma il resto viene poi concesso in moneta locale ed il cambio è sovente perdente, ma rimane una buona via d’uscita se s’intende portarsi al seguito poca moneta locale, anche perché usciti da uno dei 2 stati serve ben a poco, possibile convertire quella dell’uno in quella dell’altro alla frontiera con un buon cambio. La lingua è un problema, l’inglese è ben poco diffuso, figuriamoci altri idiomi tipo italiano, francese o castellano, avendo al seguito in entrambe le nazioni una guida che parlava un ottimo italiano oltre all’inglese veniva utilizzata ovunque da interprete, anche con gli autisti, nessuno dei quali parlava inglese. L’ultimo dei problemi è di rimanere a parte degli accadimenti del mondo, il wi-fi è ovunque, spesso libero anche nei parchi cittadini o nei monasteri, hotel e ristoranti forniscono sempre la password prima ancora di essere serviti, a parte nello Svaneti (dove però alcuni servizi hanno il wi-fi) e nel Tusheti dove potete dimenticare ogni sorta di connessione dati ma la copertura di rete per telefonare in alcuni posti si può trovare (fortunatamente non nell’hotel dove abbiamo fatto tappa). L’alfabeto georgiano è relativo ad una lingua caucasica, di fatto non leggibile se non lo si conosce, stessa cosa per l’armeno, lingua indoeuropea, va detto che quasi ovunque le indicazioni sono traslitterate, per cui muoversi rimane semplice. In estate il fuso orario è +2 rispetto al nostro. In Georgia per entrare nelle chiese e nei monasteri le donne devono indossare i pantaloni lunghi e tenere il capo coperto (se non sono provviste di tali indumenti di solito vi sono in prestito agli ingressi), mentre in Armenia non è necessario. Sia in Georgia ma soprattutto in Armenia la religione è una questione di primaria importanza, essendo entrambe tra le prime nazioni cristiane al mondo, per l’esattezza prima l’Armenia nel 301 e a seguire la Georgia nel 327, aspetti da non dimenticare nel visitarle.  

 

Georgia, Ushguli, nella regione dello Svaneti Superiore

1° giorno

Da Bologna con una Frecciargento raggiungo direttamente l’aeroporto di Fiumicino (3h, 56€) da dove parte il volo Aegean (la scelta della compagnia è dettata dal fatto che arriviamo in Georgia e ripartiamo dall’Armenia, sono poche le compagnie che servono entrambi i paesi causa problematiche storico/politiche) per Atene. Le pratiche d’imbarco al famigerato terminal 3 sono veloci ma per un problema di spazi aerei partiamo in ritardo, ritardo che non viene recuperato, fortuna che nella capitale greca il tempo di attesa del volo seguente è di svariate ore quindi nessuna problematica di coincidenze andate. Volo di 1:40 con un moderno Airbus (come tutti i voli a seguire), durante il quale si viene serviti di snack e cena, magari la qualità non è il massimo ma il servizio ottimo, i 4 premi consecutivi vinti come miglior compagnia europea a medio raggio non sono usurpati. Il cambio dal terminal di arrivo a quello di partenza tutto sommato non è scomodo, pratiche transfert celeri e nuova attesa che causa ritardo precedente è corta. In aeroporto funziona un servizio gratuito di wi-fi dopo registrazione, ma sono a disposizione anche un certo numero di pc.

2° giorno

Il volo per Tblisi è puntuale (3h), stesso servizio del precedente ed arrivo alle 4:45, la maggior parte dei voli europei arriva nella notte perché limitano i costi, l’attesa bagagli è lunga visto che ci ritroviamo in tanti negli stessi spazi allo stesso orario, recuperiamo tempo al controllo passaporti, veloce e sbrigativo. Con un pulmino messo a disposizione dal tour operator raggiungiamo l’Hotel Prestige (wi-fi, aria condizionata, acqua minerale fornita gratuitamente) in pieno centro città, dove sarebbe stata la prima tappa se avessimo optato per un viaggio con meno Caucaso. Ci rimane giusto il tempo per una doccia e per un’abbondante colazione, raggiungiamo la città vecchia dove ha sede l’agenzia per sistemare le ultime questioni, cambiare i soldi e partire immediatamente per la tappa più lunga in Georgia, destinazione Svaneti Superiore. La prima tappa la facciamo al monastero di Ubisa per visitare la chiesa di San Giorgio (nome ovviamente ricorrente in ogni dove nella nazione, anche se il nome dello stato in georgiano è Sakartvelo), costruito nel IX secolo situata tra Gori e Kutaisi, a pochi passi dalla strada principale che dalla capitale porta sul turistico lungomare del Mar Nero. Per spezzare il lungo viaggio ci fermiamo a Zugdidi e pranziamo al bel ristorante Host (8L), dove iniziamo a prendere contatto con la cucina locale, tra khachapuri (focaccia al formaggio), i khinkali (enormi tortelloni con ripieni vari) e le imperdibili badrijani nigvzit (melanzane con noci e aglio, tanto aglio…) oltre alle classiche zuppe sempre molto buone ma sempre accompagnate dall’immancabile coriandolo, erba principe della Georgia. Il menù è proposto anche in inglese, ma mediamo vari assaggi su consiglio della guida e dei camerieri. Servizio lento, bagni in ottimo stato. Continuiamo la marcia verso le montagne combattendo il caldo esterno con un’aria condizionata pungente, per l’autista non si può fare altrimenti. Da Zugdidi iniziamo a salire verso nord costeggiando il confine con l’Abkhazia, una regione che si è dichiarata indipendente, riconosciuta da pochissimi stati al mondo, ovviamente tra questi la vicina e imperante Russia. Ora la situazione dopo la guerra del 2008 non è tesa, anzi si può andare in Abkhazia passando dalla Georgia, cosa non fattibile fino a nemmeno 2 anni orsono, facciamo una sosta alla diga e relativo bacino artificiale di Jvari dove al tempo la guerra infuriò perché entrambe le fazioni volevano sfruttare le risorse energetiche prodotte dalla locale centrale idroelettrica. Si costeggia prima il lago e poi si segue il percorso del fiume Enguri, lo scenario si fa via via più interessante e la strada inizia a salire, prima di giungere a Mestia scorgiamo le prime case torri, abitazioni/fortificazioni tipiche del luogo con sullo sfondo montagne innevate, i ghiacciai partono da almeno 4.500m, quindi queste montagne lambiscono i 5.000m, la prima di queste è l’Ushba, 4.710m che all’ora del tramonto regala suggestioni rosa. Giungiamo a Mestia dove pernottiamo all’hotel Daeli (più un’abitazione privata in famiglia con stanze che un hotel vero e proprio), ceniamo appunto in famiglia con ogni sorta di cibi del luogo, qui la carne la fa da padrona, ma di verdure c’è comunque abbondanza, il caffè proposto è quello tipo solubile, varietà di te e tisane, chi vuole può tentare il vino georgiano di cui tanto si vocifera, conservato anziché nei tini negli otri di terracotta, chi lo prova non apprezza. Mestia è un insieme di piccoli villaggi, tutti hanno le case torri ben evidenziate e di notte illuminate, così anche se la giornata è stata particolarmente lunga (in pratica son 2 giorni filati senza dormire) una passeggiata serale a goderci il simbolo montano della Georgia non può mancare. La temperatura scende ma non fa freddo nonostante ci troviamo a 1.500m, certo non si può rimanere in maglietta ma dopo il caldo della giornata la serata è piacevole. A Mestia il turismo è in forte espansione, iniziano a sorgere bar e ristoranti, quindi anche se parlare di vita notturna è dura, scambiarsi idee con altri viaggiatori è possibile. Ci si addormenta scartando il pesante piumone dopo aver percorso 587km, tutti in buone condizioni, ai quali vanno aggiunti i 20 dall’aeroporto all’hotel.

Georgia, donna di etnia Svan, regione dello Svaneti Superiore

3° giorno

Colazione in hotel e poi con dei mezzi 4X4, che in quasi tutta la Georgia sono dei Mitsubishi Delica con guida a destra perché importati dal Giappone prendiamo la via verso Ushguli che dista 47km da Mestia, una delle località principi dello Svaneti, sito Unesco dal 1996 per le sue tradizionali case torri. La prima parte del tracciato è su asfalto, viste splendide sulla valle dominata dal monte Tetnuldi, che significa Monte Bianco, di poco sotto ai 5.000m e quindi con vetta innevata. Arrivati al passo Ughviri (1.922m) la strada diventa sterrata e non in perfette condizioni, si scende a precipizio verso Ipari passato il quale facciamo tappa alla Casa Torre denominata dell’amore (1L). Quest’antica fortificazione presidiata da una caratteristica signora svan è visitabile sui 3 piani, all’interno non c’è nulla ma per posizione e forse per il fatto che sia la prima risulta una visita non perdibile. Si prosegue molto lentamente, i villaggi sono pochi e molto piccoli, arrivati a Iprari si scorge la vetta del monte Shkhara, la cima più alta dello stato sul confine con la Russia. Nel villaggio c’è anche un cippo dedicato ai caduti della 2° guerra mondiale, soldati dell’Armata Rossa che sconfissero una spedizione dell’Edelweis tedesca arrivata tra queste vallate alla ricerca dello Shangri-la. Ushugli non è un vero e proprio villaggio ma un insieme di 4 piccoli villaggi, il primo dei quali Murqmeli, il più in basso, è situato lungo il fiume Enguri. Le prime case torri svettano già qui, lascio i fuoristrada visitando il minuto villaggio contraddistinto da bucato colorato steso al sole e al vento e continuo a bordo del fiume verso i prossimi, godendomi uno scenario favoloso, una valle verde smeraldo costellata di case torri e sullo sfondo lo Shkhara dall’alto dei suoi 5.000m abbondanti completamente sgombro di nubi. Nel villaggio di Chazhashi ha sede il museo etnografico (3L) piccolo ma caratteristico anche perché all’interno di una casa torre, sul punto più alto di questo villaggio si gode la vista migliore di Ushguli, imperdibile. Il viaggio da Mestia a qui, compreso di soste, dura circa 3h, a questo punto ci giriamo anche i restanti villaggi di Chvibiani e Zhibiani dove pranziamo in un bar ristorante all’aperto (8L) godendoci oltre a qualche nuova specialità locale la vista. Ushguli è dominata dalla fortezza che contiene la chiesa di Lamaria alla quale si accede guidati da un monaco, poi lentamente lasciamo il luogo imparando che le case torri viste sono tipiche dello Svaneti e costruite con pietre e piccoli inserimenti di malta, noteremo in seguito la differenza con quelle del Tusheti. Queste case torri non servivano per difendersi da incursori stranieri che avrebbero faticato ad arrivare fin qui ma per le guerre interne tra le famiglie del posto, quando scoppiava una disputa le famiglie si chiudevano dentro a queste costruzioni con tutto l’armamentario per sopravvivere per lunghi periodi, compresi inverni rigidissimi. Sulla via del ritorno più volte ci fermiamo presso case e microscopici villaggi a salutare la ormai ridotta popolazione locale, purtroppo il dialogo è limitato e costretto a passare tramite la guida, un grande vantaggio si rivelano come altrove le macchine fotografiche digitali perché la possibilità di riprenderci assieme e visionare immediatamente quanto colto abbatte le riluttanze e le paure. Giunti a Mestia visitiamo una tipica casa svan nella parte nord occidentale del paese, casa Marsheli (3L), molto illuminante per comprendere le condizioni di vita e la vicinanza tra uomo ed animale, di fatto lo spazio era il medesimo. Nei dintorni sorgono alcuni bar dotati di wi-fi, a piedi attraversiamo Mestia che richiamo un folto numero di viaggiatori e si sta dotando di svariate infrastrutture per ospitare in inverno gli sciatori. Cena in hotel, al solito molto abbondante dove occorre abituarsi ad un formaggio che definire salato è un eufemismo, poi un giro almeno della piazza adiacente non si può non fare, di gente se ne vede e risuonano più idiomi, anche se prevalentemente si tratta di europei, difficilmente si avvistano viandanti provenire da altri lidi, ed ovvia visione delle torri illuminate. Percorsi 95km, circa 70 su strade in pessimo stato.

 

Georgia, Monastero di Gelati, monaco e la storica M20 Pobeda

4° giorno

Colazione in hotel oggi all’aperto anche per via di un black-out elettrico, poi caricati gli zaini sul pulmino raggiungiamo a piedi il vicino museo di storia ed etnografia (5L dotato di wi-fi), estremamente interessante, dove tra i tanti oggetti tipici della cultura svan fanno bella mostra splendide monili, in parte donati dalla regina Tamar, icona assoluta della Svaneti. In un grande spazio adibito a mostre temporanee fa bella mostra di se un’esposizione fotografica di Tikanazde che da poco ha sostituito quella di Vittorio Sella. Il museo aprirebbe alle 10, ma il giorno prima avevamo chiesto la possibilità di visitarlo in anticipo, alle 9, e siamo stati accontentati. La permanenza nella Svaneti volge al termine, riprendiamo la strada verso Zugdidi con alcune soste, a Lanjeri per la chiesa dell’Arcangelo Gabriele e a Latali per la chiesa del profeta Giona da dove si gode un’ultima bella vista sulle montagne del Caucaso. Riprendiamo la strada di 2 giorni prima e a questo punto continuiamo fino a Zugdidi dove dopo un veloce kebab (5L) nei dintorni del palazzo Dadiani (3L) entriamo a visitare questo edificio che pare un castello nel mezzo di un vasto parco, con temperature molto alte, soprattutto a seguire quelle piacevoli della montagna. All’interno un museo contente arte varia, da quadri a porcellane, compresa una maschera funeraria di Napoleone, non si tratta di una visita imperdibile, serve piuttosto come stacco del lungo trasferimento giornaliero. Proseguiamo per Kutaisi dove andiamo direttamente al celebre Monastero di Gelati costruito per volere del re Davide il Costruttore nel XII secolo, con qualche inconveniente, la strada di accesso è interrotta per lavori e percorribile tra montagne di polvere a senso alternato così impieghiamo molto tempo, poi quando giungiamo al monastero lo troviamo in ristrutturazione. Fanno bella mostra di se monaci particolarmente caratteristici, sembra quasi che vi stazionino per dare un senso al monastero ora trasformato in cantiere, facendo tappa tra la chiesa ed una vecchia auto, la storica M20 Pobeda (che significa Vittoria, nome dato in un secondo tempo perché il primo scelto, Patria, fu scartato da Stalin in quanto non volle che la Patria avesse un prezzo) che venne progettata e costruita in seguito alla vittoria nella seconda guerra mondiale da parte dei sovietici (i georgiani ci tengono a precisare che il soldato dell’armata rossa che mise la bandiera sul Reichstag di Berlino era georgiano…), monaci più presi dal cellulare che da incombenze liturgiche. Rientriamo a Kutaisi dove faremo tappa per la notte, ma gli abitanti della zona dove passa la via coi lavori hanno bloccato il traffico per protesta contro l’invasione dalla polvere (devo dire che hanno assolutamente ragione), così continuiamo a piedi passando per la parte vecchia della città costituita da case dell’800 apparentemente fatiscenti ma dal grandissimo fascino. Il contrasto principale è dato da queste case con intonaco che cade, terrazze sgretolate, inferiate arrugginite e fuori in strada scintillanti SUV o auto più prossime a limousine che utilitarie. Attraversando il quartiere veniamo fermati da un monaco italiano di stanza in una locale missione cattolica (i cattolici sono una piccola minoranza), dopo questa sosta facciamo tappa nella piazza principale David Aghmashenebelis Modeani che esibisce una particolare e modernista fontana a rappresentazione di tutti gli animali della nazione. Il nostro hotel Ukimerioni Gora si trova sulla collina a nord-ovest della città, non è ancora terminato ed i servizi non sono il massimo, soprattutto cessa la disponibilità dell’acqua corrente dopo poche docce, a poco serve il wi-fi gratuito…le inservienti sono gentili e ci riforniscono di acqua potabile, nel frattempo ci rechiamo a cena al vicino parco giochi dove ceniamo a ritmi “sudamericani” da Parki (16L), ricca ed abbondante cena in un luogo da ricevimenti con poca gente che arriva fin qui di sera. L’acqua per i servizi igienici ancora latita però, dovremo attendere la mattina dopo colazione. Percorsi 270km tutti su strade in buono stato.

 

Georgia, Chiesa di Tsminda Sameba a Kazbegi, simbolo della nazione

5° giorno

Piove questa mattina, mentre attendiamo che l’acqua corrente giunga a noi è tempo di colazione che si svolge in un ammezzato coperto ma senza finestre e vetrate, terminata la pratica però ritorna l’acqua, piccola soddisfazione. Visitiamo il mercato centrale decisamente interessante e caratteristico situato in pieno centro lungo via Paliashvili, prevalentemente mercato alimentare, vi è anche qualcosa di vestiario ma non interessante né caratteristico. Lasciamo Kutaisi per andare a Gori celebre unicamente perché città natale di Iosif Vissarionovič Džugašvili che detto così ai più dirà poco ma che conosciuto come Stalin forse qualcosa alla memoria ritorna. Gori è a pochi km dalla regione che si è dichiarata indipendente dell’Ossezia del sud, stessa situazione descritta in precedenza per l’Abhkazia, ma se là le cose sembrano un attimo riappacificarsi, con l’Ossezia i problemi permangono, attacchi nei dintorni di Gori sono succeduti anche dopo il 2008, la città dista poco dalla capitale Tblisi e quindi essere così nei paraggi fa comodo a chi ne sostiene l’indipendenza. Russia e Georgia non hanno più relazioni diplomatiche, non esiste l’ambasciata russa in Georgia, al suo posto vi è un ufficio svizzero preposto a rilasciare i visti per accedere alla Russia, questo per quanto riguarda la popolazione, per quanto riguarda le merci tutto ciò che proviene dal sud passa invece in Russia dalla Georgia perché unico confine non problematico del Caucaso, anche il ricco Azerbaigian deve connettersi alla Russia passando da qui perché la via diretta significherebbe attraversare Daghestan, Inguscezia e Cecenia, vedete voi…Due pesi e due misure quindi, ma Gori non è un posto così tranquillo anche se il richiamo di Stalin ha trasformato un’anonima cittadina in un luogo turistico, seppur di passaggio. Il museo di Stalin consta di 3 visite separate, ognuna delle quali costa 5L, si possono comprare biglietti separati. Si può quindi accedere alla casa natale, la visita decisamente meno interessante, al vagone ferroviario con cui si spostò per le celebri conferenze di Yalta e Potsdam (aveva il terrore di viaggiare in aereo, per questo il treno speciale) che merita una visione per capire come si organizzavano i servizi al tempo, per terminare col museo vero e proprio suddiviso su 2 piani. Questa è la parte più lunga e potenzialmente più interessante comprendente parecchi documenti storici, solo che una minima parte è esposta con didascalie in inglese, soprattutto le tante lettere non hanno quasi mai traduzione, compresa quella celebre in cui Lenin screditava Stalin in favore di Trotsky. Questa appunto non è tradotta, la guida la rivendica come volere della moglie di Lenin, a sua volta presunta amante di Trotsky, insomma difficile stabilire una verità storica anche a fronte dell’esposizione che chi viene fatta. Spezziamo la giornata mangiando il caratteristico pane cotto nei forni di pietra e attaccato nella parte esterna, tradizionale dell’Asia centrale (0,6L) per andare alla vicina città rupestre di Uplistsikhe (3L) per una visita molto interessante sotto ad un sole che “spacca le pietre”. Questa cittadella precristiana viene collocata come costruzione e sviluppo tra il VI secolo a.c. ed il I d.c., per poi svilupparsi in seguito perché tappa dei percorsi carovanieri a sud del Caucaso. Una specie di piccola Petra, certo manca il deserto a darla una connotazione esotica, oltre al fatto che per lungo tempo non fu accessibile ed anche ora viene poco considerata, posta vicino a Gori ma non collegata da nessun mezzo pubblico. Da qui prendiamo la vecchia strada militare russo-georgiana e risaliamo in montagna, con sosta alla cittadella fortificata di Ananuri del XII secolo che sorge sul bacino artificiale di Zhinvali. Ennesimo esempio di architettura georgiana composta di fortificazione ed immancabile chiesa, situata in un luogo molto scenografico, unico inconveniente che la giornata si è fatta nuvolosa e siamo già poco prima del tramonto così i colori perdono d’intensità. La strada che sale verso Gudauri è buona, si tratta del maggior comprensorio sciistico della Georgia, facilmente raggiungibile dalla capitale e quindi ben servito. La cittadina è piccola e piena di hotel, non tutti sono aperti perché sono utilizzati soprattutto in inverno, facciamo base presso una nuova struttura, hotel Shele, avvolta nelle nuvole, tempo uggioso, freddo e pioggia, fortuna che la proprietaria ci coccola in ogni maniera, sia per cena, sia con camere belle e calde, wi-fi ovunque, acqua minerale in abbondanza e per cena specialità decisamente particolari. Al termine ci propone un video di canti e balli locali che comprendono il folklore di tutta la Georgia e non solamente la zona dove stazioniamo, compresa tra le regioni del Mtiuleti e del Khevi, dalle connotazioni molto meno peculiari rispetto allo Svaneti o al Tusheti. Se la musica non è proprio così originale, le coreografie invece sono molto più interessanti, ma alla lunga conciliano favorevolmente col sonno. Percorsi 310km, tutti su strade in buono stato.

 

Georgia, le case-torre di Omalo nella regione del Tusheti

6° giorno

Abbondante colazione in hotel poi si parte salendo verso al Jvari Pass (2.379m) dove facciamo la prima sosta. Vi si trova un monumento del 1983 a ricordare i 200 anni di amicizia (di un tempo…) Russia-Georgia, da qui anche una bella vista sulla valle e sulle montagne che incombono imperiose ed avvolte nelle nuvole. Ripartiamo per scendere lungo la Tergy Valley definita da 2 principali caratteristiche, la prima è costituita da una formazione calcarea rosso-rosa con caduta di acqua in stile Pamukkale ma ad oltre 2.000m, mentre la seconda ben meno emozionante è l’infinita coda di camion fortunatamente fermi a lato della strada. E’ l’incredibile blocco creato dal confine che porta in Russia, l’unico sempre aperto, qui confluisce tutto il traffico merci su ruota che dal sud si dirige verso Mosca, sono oltre 30km di fila, significa qualche giorno in cui gli autisti sverneranno nel luogo. Con circospezione superiamo i camion e giungiamo nel centro di Kazbegi che ora si chiamerebbe Stepantsminda, nome che nessuno utilizza, dove lasciamo il pulmino per salire sul solito Delica 4X4, necessario per accedere al simbolo della Georgia, la chiesa di Tsminda Sameba, situata a 2.200m, visibile dalla città praticamente in perpendicolare alla piazza principale (la funivia costruita dai sovietici è stata distrutta al tempo dell’indipendenza). Con tempo a disposizione si può salire a piedi, unico inconveniente è dato dal sentiero che in più parti è da condividere con i mezzi che salgono, oggi nel pieno del fango perché ha smesso di piovere forte ma le condizioni climatiche permangono cattive. La vista simbolo, quella che riempie la maggior parte dei depliant pubblicitari della nazione la si può rimirare quando il sentiero (in orribili condizioni, 6km che si percorrono in 30’) spiana e la chiesa della SS Trinità di Gergeti appare in una valle verde al culmine di una piccola collina attorniata da montagne innevate. La vista migliore si avrebbe salendo appunto su queste montagne che si trovano sul lato opposto della valle, la chiesa farebbe parte unica con la montagna della mitologia georgiana, il vulcano spento del monte Kazbeg (5.047m). Le condizione atmosferiche ci permettono di ammirare questo vulcano solo a spizzichi e bocconi, appare e scompare tra le nubi senza mai scoprirsi interamente. La chiesa di per se non è nulla di eccezionale rispetto ad altre viste o da vedere, la sua posizione è però unica, da qui la sua magia anche per chi non presta fede a credenze religiose o mitologiche, o al mix delle due cose. Non si paga l’accesso, in questo periodo il ristorante che è stato costruito nelle fondamenta interrato nelle rocce è chiuso, deturpa il panorama ma nemmeno troppo. Aggirando la chiesa e prendendo il sentiero che scende verso Kazgebi si potrebbe avere una vista unica della chiesa e del Kazbeg, le nubi ci negano questa, ma a sentire i locali è una negazione quasi quotidiana. Ci godiamo comunque il luogo a lungo, ben bardati nelle giacche a vento, senza ripari dal vento e dalla pioggia il freddo si fa pungente anche ad inizio agosto. Rientriamo a Kazbegi, dove il confine russo dista meno di 15km e lasciamo il 4X4 per riprendere il pulmino e scendere, con sosta causa incidente tra camion che cercavano di sorpassarsi in coda, inventano un passaggio alternativo a bordo fiume e così giungiamo di nuovo a Gudauri dove spezziamo un attimo il viaggio in un autogrill (diverse specialità servite fresche, 4,5L) incontrando i primi temerari motociclisti del viaggio, tutti russi, in sella prevalentemente a moto crossover tendenti al fuoristrada, KTM-BMW-Triumph, notavo anche in seguito l’assenza di analoghi modelli giapponesi nell’area. Da qui ci attende un lungo e direi ben più anonimo trasferimento verso Telavi, rifacciamo la strada militare russo-georgiana, tagliamo per Mtskheta senza rientrare a Tbilisi e saliamo verso nord-est. Telavi, nella ragione del Kakheti celebre per la coltura vitivinicola, è solo una sosta, tappa all’hotel Alazani Valley (appena fuori dal centro storico, nuovo e dotato di wi-fi, acqua minerale offerta) dove lasciamo gli zaini per una veloce visita alla cittadina, non particolarmente turistica. L’unica attrattiva è costituita dal castello di Batonistsikhe, che troviamo chiuso, lo si può osservare da un bastione sopraelevato con annessa piazza dedicata al solito eroe locale, le vie centrali denotano un paese in buone condizioni economiche, costruzioni in ottimo stato nel centro ma ben poco di caratteristico, unica soddisfazione quella di trovare un ristorante tipico, Old Telavi (15L) dove assaggiare altre specialità del luogo, chakapuli, ojakhri ed un piatto di cui non son riuscito ad abbinare il nome formato da funghi con formaggio affumicato fuso, bomba calorica che si può terminare solo condividendolo in più persone. Percorsi 342km in buone condizioni +12km lungo pessimo sentiero.

 

Georgia, le case-torre di Omalo nella regione del Tusheti

7° giorno

Terminata colazione, buona e varia, prendiamo posto sul Delica 4X4, mezzo assolutamente necessario per accedere alla regione del Tusheti. Facciamo spesa al supermercato per tutto quello che ci potrà servire durante la giornata, e la guida ci informa che nel Tusheti non può essere introdotto nulla che abbia a che fare col maiale, niente a che vedere con l’islam (i tushetani sono animisti) ma per un’antica tradizione che rammenta come la presenza del maiale in ogni forma porti il brutto tempo. Sarà, visto dove collocato non penso solo al maiale come causa del maltempo. Prima sosta alla cattedrale di Alaverdi, costruita nel XI secolo alta 50m con una cupola ampia e luminosissima, fino a pochi anni orsono la più alta della Georgia. Da qui però le cose si complicano, lasciamo la via principale per prendere la deviazione per Omalo via Abano Pass, descritto come terribile, aperto quando va bene da metà giugno ad inizio settembre. Sono 72km della morte, tempo impiegato con soste fotografiche 4:30-5h, il sentiero che lascia spazio ad un mezzo solo passa lambendo frane, cascate, guadi, smottamenti e lavori, giungere alla metà è un successo, se poi lo si percorre in mezzo alla pioggia come ci accade il panico è dietro ad ogni curva o passaggio nel vuoto. Una volta rientrato, scambiano commenti via mail con la guida mi ha scritto dicendo che un gruppo accompagnato verso fine agosto è rimasto bloccato costringendo ad un’evacuazione con elicottero. E un po’ me ne dispiaccio, sai che spettacolo un viaggio in elicottero qui? Spettacolare certo, entrando ed uscendo dalle nuvole, si vede spesso un taglio della montagna e poco altro, quello è dove si deve passare per arrivare ai 2.900m del passo. Freddo intenso, vista che rimette di buono spirito, anche se la pessima strada che s’intravvede da percorrere in discesa non è invitante, ma è da farsi. Questo è l’unico accesso al Tusheti su strada, se così è concesso di chiamarla, indubbiamente l’angolo più remoto ed inaccessibile d’Europa che ci accoglie scoprendosi proprio prima di giungere a destinazione (sarà perché le sottilette con pezzetti di maiale comprate per caso al market e non terminate le abbiamo lasciate lungo il pecorso?). Facciamo tappa presso una fortificazione lungo un’ansa del fiume Gometsris Alazani dove rimirare la prima delle case torri tipiche di qui (si differenziano da quelle dello Svaneti perché costruite a secco, infatti ne restano intatte ben poche) ed il tempo magicamente volge al bello. Omalo sarebbe giusto sopra di noi a poco meno di 2.000m, ma per raggiungerlo c’è ancora un tortuoso tratta di sentiero, ma noi ci fermiamo all’hotel Tusheti, una grande casa di legno nel mezzo della valle, circa 2,5km prima di Omalo. Le sistemazioni sono tipiche da baita di montagna, solo 2 camere sono dotate di servizi interni, una curiosamente ha il bagno in terrazza, mentre per il resto vi è un bagno comune interno (utilizzato anche dai proprietari) altrimenti i servizi esterni in costruzioni di legno, qui per la doccia occorre avvisare con almeno 30’ di anticipo perché fa attivato il fuoco, ci si ritrova poi con una doccia favolosa, esperienza da fare magari non quanto il tramonto è già sceso giacché manca l’illuminazione. Col bel tempo e con ancora qualche ora di sole intraprendiamo una passeggiata verso Omalo, ci fermiamo al Cultural Center da cui si può accedere al belvedere verso Tsokalta. Rientrando ripassiamo la strada e prendiamo il bosco opposto con viste sulla parte alta di Omalo, ben tratteggiate delle caratteristiche case torri, parte denominata Zemo Omalo. Cena in hotel, in realtà pare di essere in famiglia, pranziamo tutti assieme con altri viandanti in parte provenienti da Israele ed altri dalla capitale, Tblisi, cena abbondante con birra fatta in proprio (da noi si direbbe artigianale, qui è servita come clandestina), vino del Kakheti (che riscuote più successo rispetto ai precedenti) e torcibudella locale. Fuori è fresco ma bello, allora s’improvvisano canti e danze locali, usando fanali delle jeep per vederci, stereo sempre delle jeep per le canzoni georgiane, mentre per quelle italiane che improvvisiamo (gli israeliani ci chiedono Bella Ciao, che ovviamente proponiamo) si va a braccio, finendo per far festa mentre gli israeliani al settimo cielo riprendono tutto. Almeno non potranno mettere tutto in rete immediatamente così da non incorrere in un ortodosso integralista che ci vuole sopprimere seduta stante, nel Tusheti la rete dati non c’è ancora, mentre segnale telefonico nei piccoli villaggi c’è, fortunatamente non nel nostro hotel così nessuno finisce per isolarsi e la festa è di tutti. Si va a dormire nel silenzio assoluto esterno (l’energia elettrica è prodotta dal fotovoltaico e dal geotermico, i generatori che aiutano vengono spenti dopo un certo orario) mentre le sottilissime pareti di compensato lasciano passare i ronfi di chi ci ha dato maggiormente col bere e col mangiare. Percorsi 100km, 72 dei quali in condizioni inimmaginabili.

 

Armenia, al lavoro coi ferri nei dintorni del lago Sevan 

8° giorno

La giornata si accende splendida già dalle prime luci dell’alba, le finestre senza tende lasciano intuire che terminata colazione sarà un giorno da escursioni e visite, appena mettiamo il naso fuori il blu del cielo ed il verde dei prati sono talmente intensi che paiono ritoccati con Photoshop. Coi Delica andiamo direttamente a Dartlo, 12 km che tra soste varie, strada pessima e perfino traffico (basta incontrare un mezzo in direzione opposta ed è già un problema) impieghiamo quasi un’ora. Dartlo è posta in luogo da cartolina, le case torri a fianco del fiume che precipita in una cascata, la valle che si apre e lassù Kvavlo con a sua volta una casa torre che troneggia imperiosa su tutto il Tusheti, anticamente usata come osservatorio. Partiamo immediatamente a piedi, il sole batte intenso e la salita è dura ma breve, in 45’ di passo tranquillo si raggiunge il minuscolo villaggio che domina la vallata principale del Tusheti. Lasciato in parte andare il fascino di ultimo avamposto della civiltà è fortissimo, una famiglia ha messo in opera una sorta di caffè dove far sosta, ovviamente all’aperto. L’antica casa torre che troneggia da quassù (siamo circa a 2.250m, 350m più in alto di Dartlo) purtroppo è in ristrutturazione, o forse solo attorniata da impalcature che fanno da protezione. Prati verdi in ogni dove, poche le montagne con un attacco di neve, occorre andare oltre i 4.500m per avvistarla, da qui più sentieri partono per il confine russo raggiungibile senza troppe difficoltà, la Cecenia si trova ad un tiro di schioppo, in tutti i sensi…Una volta rientrati a Dartlo sosta in uno dei vari bar-ristorante dove s’incontrano diversi viandanti, il luogo è adatto a lunghe passeggiate a cavallo, mezzo ideale per chi con vari giorni a disposizione intende inoltrarsi per le valli minori, difficilmente raggiungibili anche con agili 4x4, incontro alcuni motociclisti provenienti dalla Russia i quali mi dicono come in moto il passaggio sia fattibile, ma moto agili rigorosamente con gomme tassellate, tanti, tantissimi guadi dove è impossibile passarla sempre liscia e tempo a disposizione per doversi fermare nel mezzo del nulla e accamparsi, non si riesce a raggiungere un paese in unica tappa. A Dartlo visitiamo il Sabtcheo, l’antico parlamento all’aperto contraddistinto dalle 12 pietre posizionate in corrispondenza dei tribuni, luogo che serviva anche come tribunale. La chiesa semi diroccata sorge in corrispondenza di un antico altare all’aperto denominato kathi destinato a sacrifici e di conseguenza l’area è vietata alle donne. Sempre in zona sorgono ancora i resti di 2 akladama, costruzioni dedicate ai lebbrosi. Rientriamo con sosta a Omalo per ammirare la parte di Zemo dove fanno bella mostra di se un gruppo importante di case torre abbarbicate su di una collina a strapiombo sul fiume. Saliamo fino alla cima dove una di queste farebbe da museo, ma l’addetto non è nei paraggi e quindi la visita c’è negata, rimane intatto lo splendore del luogo che ci godiamo più a lungo. Omalo, che da lontano non è visibile, è un piccolo villaggio in una conca in pieno sviluppo turistico, quasi ogni casa si propone come home stay, ma in un periodo come questo senza prenotazione è dura. I servizi da basici si stanno alzando, quasi ogni casa sta costruendo una dependance per gli ospiti, facile trovare le famiglie che si spostano nel fienile per lasciare spazio agli ospiti, una manna dal cielo per questa popolazione all’oggi, difficile poter capire che cosa ne sarà di queste comunità montane un giorno che un turismo più invasivo potrà essere veicolato con più facilità, oggi arrivare rimane una piccola impresa. La lunga giornata non è terminata, non abbiamo tempo per escursione a piedi ma un “salto” a Shenaqo col 4x4 è fattibile, per arrivare occorre scendere e risalire la valle a nord-est scavata dal fiume Pirikita Alazani, sentiero pessimo, il chilometraggio è limitato il tempo di percorrenza no. L’ultimo km preferiamo farlo a piedi, Shenaqo è il villaggio più abitato e non presenta case torri, le abitazioni sono però molto caratteristiche, in ardesia con terrazzi di legno, le strette viuzze hanno alcuni divieti per le donne per la solita questione degli altari all’aperto, o in alcuni casi nemmeno questi ma solo angoli dedicati ai sacrifici, come il khati che si trova nella collina a seguire quella dove sorge l’unica chiesa della regione dedicata alla S. Trinità, non particolarmente antica e datata 1.837 ma in splendida posizione panoramica. Qui i sacrifici sono ancora all’ordine del giorno, troviamo traccia di resti di ovini, corna, pelli ed ossa, ma la gente che ci abita è tranquilla e ben contenta di imbattersi in stranieri interessati alla loro quotidianità. Così impariamo che questa remota regione è abitata solo in estate, durante l’inverno il Tusheti viene abbandonato sommerso dalla neve, una famiglia per ogni villaggio presidia a turno ed il passaggio di consegne è compiuto con trasferimento in elicottero non esistendo una via percorribile a parte nei mesi estivi, e come accennato in precedenza non sempre. In questi 3 mesi si coltivano i campi, si  accudiscono agli animali nei pascoli e si costruiscono suppellettili, oltre a sistemare le abitazioni, e dalle città vengono mandati in vacanza i bambini per un contatto con la montagna e le tradizioni. Se a poca distanza da Kvavlo si poteva giungere in Cecenia, a poca distanza da Shenaqo si può giungere in Dagestan, sempre per rimanere in zone tranquille, ma di questo passaggio non so dire a riguardo di sentieri o passi, riferisco solo quanto mi dicono gli abitanti, ovviamente sempre a mezzo della traduzione della guida. Rientriamo giusto in tempo per un tramonto da sogno con sullo sfondo le torri di Zemo Omalo, il fuoco è già stato attizzato per una doccia rigeneratrice, a seguire cena ancora migliore e più abbondante di quella del giorno precedente. Questa notte niente feste, il gruppo festoso della sera precedente è già partito, così nel buio più totale ci mettiamo a rimirare le stelle cadenti. Percorsi 51km, tutti su sentieri pessimi.

 

Armenia, monastero a Sevanavank, penisola del lago Sevan

9° giorno

Oggi lasciamo il Tusheti ed il Caucaso in generale, giornata lunga e scenari totalmente distinti, anticipiamo la colazione il più possibile compatibilmente con le esigenze dei proprietari strappando le 7. Anche oggi la giornata è meravigliosa, così mentre stiviamo gli zaini ci rimiriamo uno scenario montano idilliaco, ma preso si parte perché anche col bel tempo i 72km per lasciarci alle spalle l’Abano Pass sono difficili. A differenza dell’andata ci godiamo maggiormente il panorama ed una sosta al passo va comunque rimessa in programma, bel tempo ma fresco, almeno la felpa è necessaria. Raggiungiamo Telavi dopo circa 100km e quasi 5h, per guadagnare tempo facciamo un pranzo al sacco nei paraggi di un distributore di benzina dove sorgono un forno ed un negozio di generi alimentari (2,1L compreso di un gelato!!!) e da qui tagliamo la Georgia per andare a sud, destinazione il complesso monastico di David Gareja. Se la mattina eravamo tra le montagne ora attraversiamo il deserto, un cambio repentino di scenario, la strada corre tra colline brulle e ad un certo punto ci imbattiamo pure in 2 laghi salati, i laghi Jukurebi, in contrapposizione fortissima con la mattina. Da qui si aggira Udabno, dove volendo si può far tappa, e David Gareja è in vista, vi è un’unica strada per arrivare e non si può sbagliare. Il complesso è formato da 2 distinti complessi monastici, quello inferiore più recente denominato Lavra e quella superiore di Udabno. Il caldo è intenso oltremodo, per goderci al meglio il luogo la guida ci fa salire a Udabno tagliano per il canalone posto proprio dietro a Lavra, salita al sole cocente senza aria (occhio alle vipere), fortuna che in 20’ di un passo accelerato si arriva sul crinale dove c’è un briciolo di aria per respirare e dove si può vedere il monastero di Lavra con sullo sfondo il deserto, le piccole celle scavate nella roccia dai colori ocra, mentre in lontananza alcuni pozzi petroliferi provano ad estrarre qualcosa, ma ben poco rispetto al vicino e per questo arricchito Azerbaigian. A proposito di quest’ultimo stato, va segnalato che una volta giunti sul crinale per visitare le tante splendide ed interessanti celle del monastero scavate lungo la falesia occorre percorrere un sentiero a strapiombo sulla valle che di fatto è appunto già Azerbaigian. Non occorre esibire il passaporto, vi si trovano alcune guardie di frontiera georgiane ma il posto di frontiera azero è lontano, visibile nella valle quasi come un miraggio. Dal sentiero si sale e scende verso le celle e le grotte, per chi avesse al seguito un telefono cellulare sarebbe un continuo cambio di gestore tra quello di uno stato e l’altro, togliere per favore la segnalazione acustica dei messaggi in arrivo!!! Questa è indubbiamente la parte più affascinante ed interessante dei monasteri abbarbicati su questa montagna di confine, arrivati ai resti della torre di avvistamento una volta goduta una vista senza frontiere si scende passando per altre grotte, la discesa da questo lato è più impegnativa, una volta terminata abbiamo ancora tempo per visitare la parte di Lavra, disposta su 3 livelli. All’ingresso da una grande botte si può spillare acqua potabile, dopo il sofferto percorso per il monastero di Udabno questa visita ritempra fiato e spirito anche se molto meno affascinante di quella superiore. I monasteri sono stati fondati a partire dal VI secolo ed è continuata la realizzazione fino all’arrivo dei mongoli, datata nel XIII secolo, quando hanno distrutto la maggior parte delle costruzioni, buona parte è ancora visitabile ai giorni nostri nonostante condizioni atmosferiche non proprio amiche del mantenimento la caratterizzino, caldo intensissimo in estate e neve in inverno. Il percorso completo lo abbiamo percorso in circa 2:30, da qui prendiamo la via per la capitale, dove facciamo di nuova tappa all’hotel Prestige come all’arrivo. La giornata corposa, varia e piena ci porta all’arrivo molto tardi, il tempo di mangiare qualcosa poco prima delle 22 al Public Caffè (18L per una pizza non di prima qualità, meglio la crepe, ma l’alternativa nei paraggi era un McDonald’s…) e rientrare per preparare la partenza l’indomani, giorno di saluto alla Georgia. Percorsi 354km tutti con un 4x4 Delica, parte su pessimo sentiero, parte su strade in buono stato in zona desertica con guidatori poco propensi a condividere la via con altri, e parte verso la capitale in buono stato con traffico ma non problematico.

 

Georgia, funzioni religiose all'aperto nella capitale Tbilisi

10° giorno

Colazione in hotel, in una delle 2 sale attrezzate all’uso con ogni prelibatezza, oggi giornata interamente dedicata alla scoperta della capitale. Col pulmino andiamo nel quartiere di Avlabari dove una piccola collina domina il fiume Mtkvari con sosta alla chiesa del XII secolo di Metheki. Vista panoramica della città proprio di fronte alla fortezza ed alla zona islamica di Abanotubani. La statua di re Vakhtang Gorgasali (recente) domina il piazzale da cui scruto l’unica traccia cestistica del paese, un campo disegnato proprio sul ponte di Metheki, ovviamente senza i canestri visto che al momento è aperto al traffico. Attraversato a piedi il ponte ci inoltriamo nella zona di Abanotubani, con le prestigiose terme Orbeliani le cui cupole s’innalzano dal terreno come una distesa di funghi e da qui ci s’inoltra nello stretto canyon sormontato da case tipiche. Anche la vista del fiume da questo lato è caratteristica, la collina di Avlabari cade a picco sul fiume, per arrivarci occorre però attraversare diverse arterie di circolazione stradale che non tengono in considerazione i pedoni. Dopo una veloce sosta in uno dei tanti bar dove all’esterno sono sempre posti i diffusori di aria ed acqua vista la temperatura non particolarmente gradevole dell’estate, è tempo per far tappa alla città vecchia, la Kala, come la chiamano gli abitanti del posto. In successione visitiamo i luoghi più interessanti della capitale, la chiesa armena di S.Giorgio, la Sinagoga, la Moschea, l’importante Cattedrale di Sioni del XIII sec. che contiene la croce di Santa Nino, fatta, secondo la leggenda, di rami di vite legati con i capelli della santa. Quindi ci dirigiamo verso la Basilica di Anchiskhati, la chiesa più antica di Tbilisi, fatta costruire nel VI sec. da Dachi, figlio del re Gorgasali. Alle 12 in punto ci troviamo, come tanti altri turisti, sotto la curiosa Torre dell’Orologio, per assistere all’animata scenetta dei burattini che fuoriescono dal carillon. Al di là di questo spettacolo non propriamente di primo livello, è interessante la torre nel suo insieme perché pare più un puzzle di pezzi incongrui che una vera e propria torre. Passiamo quindi per Piazza della Libertà (dove la statua di San Giorgio ha sostituito quella di Lenin), verso il Museo della Georgia (5L, wi-fi gratuito e fontanelle di acqua gelida). Molto interessanti la sala del Tesoro, nel seminterrato, dove si trovano gioielli e oggetti in oro della Georgia precristiana, la sala al 3° piano con oggetti che spaziano da alcune centinaia di anni prima della nascita di Cristo fino al periodo greco ed ellenistico e tutto l’ultimo piano dove si trova l’esposizione che documenta in ordine cronologico gli avvenimenti e la storia georgiana del 20° sec. sotto l’occupazione sovietica, che come riportano non si è ancora conclusa coi fatti di Abkhazia ed Ossezia del Sud anche se ora al posto del nome Unione Sovietica vi è quello di Russia. Uno spazio forse ancora più interessante per capire l’essenza dello spirito georgiano è l’esposizione dedicata alla Georgia durante la II guerra mondiale, dove si vedono le imprese dei georgiani a fianco dei sovietici e dei nazisti, uno stato, una guerra, 2 fronti ben distinti. Un veloce spuntino in un dei tanti bar lungi il glamour della Rustavelis gamziri (7L, soprattutto per frutta, qui i prezzi sono già da comunità europea…) per poi andare al mercato d’antiquariato di Ponte Secco. Grande mercato all’aperto dove recuperare soprattutto cianfrusaglie sovietiche e del tempo precedente, sull’autenticità non garantisco, ma è comunque curioso vedere qui un po’ tutte le nazionalità presenti in giro per la Georgia a trattare con venditori locali, venditori poco propensi a trattare però e prezzi non a buon mercato anche per paccottiglia rivedibile. Per rientrare all’hotel cambio versante della città passando lungo le tipiche abitazioni del periodo ‘800, non così fascinose come quelle della città vecchia che in larga parte però son state ricostruite in seguito all’incursione persiana di fine ‘700 ma più autentiche, più sgarrupate e disseminate ancora di piccoli negozi dove trovare di tutto, da riparazioni da noi da tempo dimenticate a vendite di monoprodotti che oltre a far da bottega fungono da luogo di ritrovo della gente del rione. Alla sera ci tocca la cena offerta dall’agenzia Omnes in una di quei ristoranti lungo il fiume nella zona nord che vorrebbe fare tanto chic con spettacolo caratteristico offerto ma che fa soprattutto mafia russa, vista la frequentazione. Al ristorante Chashnagiri mangiamo molto bene ma cerchiamo di fermarci il minimo possibile, vogliamo scoprire altri angoli della città iniziando dalla fortezza di Narikala dove saliamo in funicolare godendoci un bello spettacolo sopra al ponte della pace (qui ribattezzato “l’assorbente” per le sue forme, costruito in larga parte in vetro dall’italiano Michele De Lucchi) e la vista della città illuminata proprio sotto alla statua gigantesca di Madre Georgia, una donna in alluminio di 20m, simbolo della città, con una spada in una mano (per i nemici) e una coppa di vino nell’altra (per gli ospiti), imponente ma di dubbio gusto. Ridiscesi tempo per rimirare il parco Rike coi giochi di luce ed acqua proprio tra il ponte della pace, contraddistinto pure questo da giochi di luce, ed il palazzo presidenziale. A questo punto ritorniamo in hotel al termine di una giornata dove col pulmino abbiamo percorso 25km tutti in città.

 

Georgia, monastero di David Gareja, tra montagne e deserto, tra Georgia e Azerbaigian

11° giorno

Ennesima colazione a buffet dal guadagno assicurato e partenza per le ultime visite in terra georgiana prima di prendere la via del confine. Sosta al monastero di Jvari, visibile quasi ovunque perché situato su di una collina tra Tbilisi e la vecchia capitale di Mtskheta. Più che il monastero in se sono interessanti le viste che spaziano appunto da Mtskheta ben visibile alla confluenza dei fiumi Kura e Aragvi e Tbilisi, come il piccolo mercatino fuori dalle mura del monastero. Da qui raggiungiamo in un attimo Mtskheta, la capitale spirituale di questa nazione a forte trazione religiosa dove non si può mancare la visita alla cattedrale di Svetitskhoveli in cui un monaco simpatico ci tiene a farsi fotografare con tutti gli stranieri, percorriamo le vie della cittadina, un vero e proprio mercato della fede e dei souvenir riproposti in serie all’infinito, con un’idea di made in PRC che non ci vuole abbandonare. Ma è già tempo di andare verso il confine a Sadakhlo (km 138) dove il pulmino e la guida ci abbandonano lungo una fila inaspettata, dovuta ci informano, ad una partita di calcio giocata il giorno precedente che ha richiamato un corposo numero di armeni. Il passaggio ci porta via quasi 2h, una volta entrati in Armenia a Bagratashen si trova un ufficio cambio dove è possibile liberarsi dei lari in favore dei Dram senza commissioni. Il pulmino a disposizione è ancora migliore di quello già buono con cui abbiamo girato larga parte della Georgia, l’autista molto più alla mano mentre la nuova guida, un professore universitario con cattedre d’inglese e italiano meno pratico e certamente con meno conoscenze e contatti sul campo di quello veramente fantastico avuto in Georgia, ma comunque competente e disponibile. Ci aspettano subito nella regione di Lori 2 siti Unesco, Haghbat e Sanahin, fondati dal re Ashot III e dalla regina Khosrvanuch, dedicandoli ai loro figli. Gli edifici, in basalto scuro, sono davvero splendidi. Una stradina secondaria sale al Monastero di Haghbat che si articola in molti edifici entro un recinto di mura. Il campanile sorge su un rialzo ed è isolato dalla Chiesa di Surp Nishan (aspetto che divide le costruzioni tra le chiese georgiane e quelle armene) che presenta nel catino absidale uno sbiadito Cristo Pantocratore. Sulla parete esterna Gurgen e Sembad, i due giovani principi, sono scolpiti con turbanti orientali, tipici dei califfi. Scendiamo quindi sul lungofiume e risaliamo per visitare il Monastero di Sanahin, che significa ‘più vecchio di quell’altro’, in riferimento al Monastero di Haghpat, costruito successivamente. Meravigliose le Khatchkar, croci in pietra tipiche della cultura religiosa armena, che sembrano ricamate nella roccia, anziché scolpite. Particolare la biblioteca, nel corso del XII vi fu istituita anche una scuola di medicina, ad indicare che più che monastero vero e proprio questo fosse al tempo una sorta di centro studi. Da notare che è pieno di bambini del vicino paese, tutti alle prese con qualsiasi sorta di device, come possiamo leggere in uno dei tanti cartelli apposti, nei dintorni del monastero vi è il servizio gratuito di wi-fi. Tra la visita che ci appassiona e la guida che si perde in lunghe dissertazioni il tempo vola e raggiungiamo Dilijan (capoluogo della Svizzera armena) solo quando è già buio pesto, complice anche un modo di affrontare il traffico non proprio tranquillizzante qui tra le montagne. L’hotel Diligence (wi-fi gratuito, tutto il resto fornito in camera ci fanno presente che va pagato) è fuori città, una sorta di vecchio casermone sovietico ristrutturato, siamo costretti a cenare in hotel nel ristorante (3.000D) che si trova in una costruzione a parte, nonostante avessimo avvertito del ritardo c’è ben poco da mangiare e ci dividiamo da buoni fratelli tutto quanto un giovane cameriere ci porta in tavola. La temperatura si abbassa notevolmente, complice una pioggia fine occorre rientrare quanto prima. Percorsi 287km, tutti su strade in buono stato, percorse ahimè in malo modo.

 

Armenia, passo Selim, mercato mobile all'aperto

12° giorno

Colazione nel ristorante della sera precedente, con tanti prodotti in più rispetto alla cena,  partenza immediata e dopo circa 40’ arriviamo a Sevanavank, sull’omonima penisola, in bella posizione con vista sul lago Sevan. Alla Chiesa si arriva con una ripida scalinata di 350 gradini dal parcheggio. All’interno della chiesa principale un interessante khatchkar col Cristo in croce con gli occhi a mandorla a testimoniare che i mongoli arrivarono fin qui. Un tempo il monastero si trovava su di un’isola, una variazione del deflusso delle acque ha trasformato l’isola in una penisola, rimane comunque una vista splendida però dalla parte est non si può giungere fino al termine del promontorio perché vi si trova, recintata, la villa di vacanza del presidente. Costeggiamo il lago scendendo a sud e la seconda sosta è Noratus, famoso per il suo incredibile cimitero, la cui parte più antica comprende quasi 800 khachkar scolpiti tra il IX e il XVII sec. Noratus (dopo la distruzione di un uguale cimitero, quello di Jugha, in seguito al noto conflitto armeno-azero) è oggi il primo e più grande museo all’aperto di khachkar al mondo. Di fronte un piccolo negozio e caffè con alcune anziane locali che realizzano a maglia guanti e calzini, prodotti che già a guardarli da lontano pizzica la pelle!! Ma alcune di queste anziane sono talmente caratteristiche che si finisce per provare ad interagire con loro per qualche scatto non in posa durante il lavoro. Puntiamo ancora più a sud, arriviamo quindi all’antico Caravanserraglio del Passo di Selim o Sulema a seconda della traduzione (2.410m.), sull’antica via della seta. Costruito nel 1332 dal principe Chesar Orbelyan, è il meglio conservato di tutti i caravanserragli medievali in Armenia, comprende un’anticamera a volta e una grande sala divisa in tre sezioni illuminate attraverso aperture nel soffitto che regalano giochi di luce coi quali giochiamo anche troppo a lungo, mentre fuori un mercatino di prodotti tipici costruito sulle caratteristiche Lada e Ziguli fa bella mostra. L’Armenia è indubbiamente più arretrata e bucolica della Georgia, molto più sovietica, lo si vede oltre che dalle costruzioni anche dalle auto, dalle vecchie fabbriche, dai costumi della gente, del resto la sopravvivenza della nazione deve tanto, nel bene e nel male, all’Unione Sovietica. Nella valle di Yeghesis facciamo sosta al ristorante Vorkskan (2.300D) scelta dall’autista, costituito da tante casettine di legno su piccoli torrenti pieni di oche, servizio non veloce come lo avevano decantato ma qualità ottima e prima vera presa di contatto col cibo armeno, l’immancabile pane (lavash), il riso pilaf (ankius), lo stufato di agnello (khashlama), la trota (siga), insomma la scelta non manca e non mancherà. Birra e vino si trovano, ma qui va tantissimo il tan, che sarebbe un mix di yogurt, acqua e sale, dissetante oltremisura, prodotto che si trova in qualsiasi supermercato. Ma l’appuntamento principe della giornata, dopo aver attraversato quasi tutta l’Armenia si trova a sud nella regione di Syunik, il Monastero di Tatev che si raggiunge con la Wings of Tatev, la funivia più lunga del mondo costruita da un ricco armeno di stanza a Mosca, che copre una lunghezza di 5,7 Km, attraversando la spettacolare gola del fiume Vorotan arrivando fino al monastero medievale in circa 11’. Nel suo punto più alto sopra la gola raggiunge un’altitudine di 320m. (10.000D A/R, le addette mi erano state segnalate come strepitose, ma purtroppo devo essere capitato nel turno sbagliato, una poi ha dovuto a lungo pulire il vomito di alcuni ricchi turisti figli della diaspora impressionati dal vuoto). La vista dalla cabinovia sulla valle sottostante è davvero spettacolare. Il Monastero fu fondato nel IX sec. ed è una tra le creazioni più importanti dell’architettura armena, vivace centro di vita spirituale, di scienza e di cultura armena. Nel XIV e XV sec. il monastero ha ospitato una delle più importanti università medievali. Wi-fi ovunque, nel monastero e nel grande bar che funge da partenza, come nella più piccola struttura da dove si ritorna. Ripartiamo per passare la notte a Goris all’hotel Mina (wi-fi, acqua minerale), dati i nostri orari e le abitudini locali di cenare anzitempo siamo nuovamente costretti a cenare in hotel (2.800D) dividendo gli ampi spazi con una numerosissima spedizione polacca qui per esclusivi motivi religiosi, motivo principe di visita di questa nazione e togliamo i figli della diaspora. Tentiamo una sortita serale, qui già notturna, in quel di Goris, il nulla ci accoglie, così scherzando sui tanti personaggi celebri fuggiti forzatamente dall’Armenia ci fa sorridere Charles Aznavour quando canta Com’è triste Venezia, evidentemente non deve aver mai visto la sua cara Goris…Da segnalare che qui il confine ancora problematicissimo col Nagorno-Karabakh è a pochi chilometri, l’accesso può avvenire solo passando da Goris, per chi volesse visitare questa “nazione” proclamatasi indipendente ma riconosciuta dall’Armenia (o meglio, molte carte interne dell’Armenia la dipingono come Armenia vera e propria) e da pochi altri stati amici occorre quindi inoltrarsi tra queste valli. Il Nagorno-Karabakh è/sarebbe territorio azero, se le problematiche in corso tra Armenia e Turchia sono soprattutto governative, quelle tra Armenia e Azerbaigian sono anche tra popolazioni, quindi occhio una volta entrati, la guerra è sì terminata ma i cecchini possono ancora essere all’opera. Percorsi 308km in buone condizioni.

 

Armenia, per le vie di Yerevan, manifesto a ricordare il genocidio armeno ed i suoi mandanti

 

13° giorno

Colazione cercando di trovare uno striminzito posto tra le “beghine” polacche, poi prendiamo la via di Yerevan con più soste nella giornata, iniziando dalla vicina Zorats Karer, sito preistorico datato 3.000a.c. paragonato vagamente a Stonehenge, ma ben lungi dall’esserlo. Il sito è un circolo di megaliti infissi nel terreno, molti hanno un foro rotondo sulla cima, il cui significato pare vada connesso al movimento degli astri a formare un calendario primordiale. Il paesaggio intorno è aspro e privo di alberi, un deserto nella valle circondato da brulle montagne. Ripartiamo e dopo 2 ore siamo al complesso monastico di Noravank, situato in una deviazione della strada principale lungo il canyon omonimo. Opera dell’architetto Momik, vissuto nel XIII sec, un capolavoro sia dal punto di vista architettonico, sia per la sua posizione suggestiva. Come tutti, anche noi ci inerpichiamo lungo la pericolosa scala sulla facciata della Chiesa di Surp Astvatsatsin, scalini stretti e viscidi e nessuna protezione. La chiesa di San Karapet è più piccola, ma ha la facciata con splendide decorazioni in pietra. Noravank è noto per essere stato anche un importantissimo ‘scriptorium’, dove i monaci copiavano, decoravano e restauravano libri. La posizione naturale al termine di una stretta gola, il colore rosa della pietra e la magnifica architettura, lo rendono uno dei più belli e visitati dell’Armenia. Da qui la strada vira verso sud-ovest, si scende in una brulla valle dove inizia a far bella mostra di se il simbolo dell’Armenia, che però è al di là del confine turco, il monte Ararat (5.165m, considerata la montagna più grande del mondo perché da quota 200m si erge come monte unico sino al suo culmine). La vista come immaginabile è filtrata dalla foschia, prima compare il piccolo Ararat e a seguire l’originale (in esso si dice sia arenata l’Arca di Noè, così gli armeni ritengono che la vita dopo il diluvio sia ricominciata proprio da qui e per questo loro sarebbero una specie di popolo eletto da Dio). Facciamo sosta a Yeaskhavan dove pranziamo in un supermercato dotato pure di tavoli per gli avventori e piccolo servizio ristorazione a fianco (900D), qui il caldo è già particolarmente intenso e con questo dovremo conviverci fino al termine della permanenza in Armenia. La strada corre prossima al confine, confine chiuso causa gli strascichi del genocidio datato esattamente 100 anni fa, una deviazione sulla sx porta al monastero di Khor Virap, la vista più caratteristica del monastero con sullo sfondo l’Ararat si coglie tra i campi antistanti. Si sale al monastero con un’importanza straordinaria per la storia armena. Importanza legata al fondatore del Cristianesimo in Armenia, Gregorio l’Illuminatore. Il re pagano Tiridate III lo tenne per 13 anni imprigionato in un pozzo (khor virap=pozzo profondo), dove alcune donne cristiane gli portavano cibo di nascosto. Poi la sorella del re, in seguito a una visione, lo fece liberare perché guarisse il sovrano dalla licantropia. Così avvenne e il sovrano si convertì al cristianesimo. San Gregorio divenne il primo katholikos della chiesa armena e nel 301, grazie all’opera di Gregorio, l’Armenia fu il primo paese al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di stato, da questo il motivo principale della forte presenza turistica religiosa del luogo. Motivo di curiosità è calarsi nel pozzo in cui S. Gregorio fu tenuto prigioniero. Vi si accede da una stretta botola sul pavimento e ripidissime scale metalliche che scendono nella cella per una decina di metri. La vista migliore del complesso si coglie dalla collinetta sovrastante il monastero, tra le tante cicogne, l’Ararat e le torri di guardia al confine. Quassù senza un alito di vento col sole che cuoce le pietre resistere è duro, il pozzo di S. Gregorio è quasi un toccasana. Yerevan non dista più tanto, facciamo la prima tappa alla collina, dove sorge un’imponente statua di Madre Armenia, visibile da ogni angolo della città. La statua, alta 25m che poggia su di un basamento alto almeno 50m, ha sostituito quella di Stalin, è tutta attorniata da carri armati, aerei ed ulteriori mezzi militari che fanno da corollario al museo militare situato nel basamento ma al momento chiuso. Lo skyline di Yerevan ha ben poco in comune con quello di Tbilisi, qui l’impronta sovietica è ancora forte, il grigio la fa da padrone, quello che si coglie come maggiore presenza è il rimando all’anniversario del genocidio, al quale però ci dedicheremo in seguito. Col pulmino veniamo scarrozzati all’hotel Silachi (wi-fi ma anche un pc a disposizione, acqua minerale, mappe) appena fuori dal centro nei dintorni della nuova e gigantesca (e bruttarella…) cattedrale di Surp Grigor Lusavorich. Per cena ci consigliano un ristorante prestigioso, ovvio che la gente del posto voglia far fare bella figura alla nazione, così optiamo per la Caucasus Tavern (3.500D), molto bello ma anche molto turistico o da ricconi del posto, locale che raggiungiamo facendo un largo giro a piedi vedendo dove si trova un bel mercato per il giorno a seguire, terminato di cenare andiamo all’attrazione serale della piazza della repubblica col gioco di luci delle fontane attorno alle quali pare issarsi tutta la popolazione armena. Rientriamo a piedi percorrendo vie dove sembra non si dorma mai, negozi aperti fino a tardi e tanti piccoli bar ovunque, zona di night club lungo la Khandjian Poghots, il posto degli iraniani che vengono in vacanza a Yerevan dove poter fare senza nascondersi quello che a casa è proibito. Già, un’invasione d’iraniani presenti, i rapporti tra i 2 paesi sono ottimi, e con le possibili aperture in corso ora l’Armenia è in prima fila nel cercare di attrarre investimenti dal ricco Iran. Percorsi 300km tutti su strade in buono stato.

 

Georgia, negozio all'aperto a Usghuli, regione dello Svaneti Superiore

14° giorno

Terminata colazione partiamo per visite fuori città passando dall’arco di Charents dal quale si avrebbe una bella vista dell’Ararat ma anche oggi (a sentire guida, autista e gente del posto, quasi sempre) la foschia la fa da padrona. Charents fu un poeta armeno (da notare che la poesia è particolarmente seguita in Armenia, forse più della prosa) da prima sostenitore dei bolscevichi e pian paino disilluso dal terrore stalinista tanto da finirne giustiziato ed ora figura rivalutata da queste parti. Non troppo lontano è situato il Monastero di Geghard, famoso perché conservava la lancia che ha trafitto il costato di Cristo sulla croce, che ora è esposta a Echmiadzin. Il luogo è chiamato anche Ayrivank, monastero nella roccia, perché parte del monastero è interamente scavata nella roccia. La leggenda vuole che sia stato fondato nel VI sec, ma la più antica delle chiese rupestri risale al VII sec. Le due chiese situate all’interno delle mura principali furono edificate nel XIII sec. Il vestibolo, più grande della stessa chiesa, ha un elaborato soffitto a 9 archi, su quello nel lato destro si trovano gli ingressi di due cappelle scolpite nella roccia, quella di sinistra contiene una sorgente di acqua ritenuta santa. All’esterno, alcuni gradini conducono alla chiesa superiore, anch’essa scavata nella roccia, l’acustica è sorprendente. In un angolo c’è un’apertura che comunica con la chiesa sottostante, permette scatti fotografici molto suggestivi. Acustica, giochi di luce, architettura, a giusta ragione è il monastero “principe” dell’Armenia. Poi ancora in pulmino raggiungiamo il vicino Tempio ellenistico di Garni, unico sito archeologico romano del Caucaso, ampiamente ricostruito. Era dedicato a Elio, il dio del sole dei romani, fu edificato dal re armeno Tiridate I nel I sec. e dopo la conversione del paese al cristianesimo, divenne la residenza estiva dei reali armeni. Per loro fu costruito un edificio termale romano, ora coperto. Visibile un bel mosaico, ma nel complesso appare come un pugno in un occhio nella valle. Nei dintorni del piccolo paese è nascoto un ristorante tra gli alberi, ci addentriamo timorosi da Sergey (3.000D) e finiamo invece per apprezzare la variegata cucina con assaggio di trota proprio deliziosa. Tornati in città, con temperatura di 43° all’ombra, visitiamo il celebre Museo dei Manoscritti – Matenadaram - (1000D+2000 per le foto) che custodisce antichi manoscritti dell’Armenia, nonché altri notevoli codici e libri manoscritti di altre culture, ritenuto il più completo e pregevole al mondo. La temperatura è regolata a 22°, lo sbalzo è tremendo con conseguenze immediate allo stomaco. Poi sempre col pulmino perché si trova fuori dal centro sulla collina di Tsitsernakaberd (fortezza delle rondini), la toccante visita al Museo del Genocidio, che celebra il centenario proprio quest’anno. Il Monumento esterno ha una guglia alta e sottile formata da due parti: una più grande (Armeni lontani) e una più piccola (gli Armeni che vivono qui), per ricordare la diaspora e il legame con gli armeni all’estero. Una fiamma perenne arde tra 12 grandi blocchi di basalto, le 12 province perdute dell’Armenia occidentale, ora in Turchia (Anatolia). Le vie per arrivare al museo sono ben distinguibili tra i variegati manifesti che identificano il genocidio in numeri e fautori, un’idea ben congeniata e facilmente collegabile che rimane impressa nella memoria. Il pulmino infine ci lascia alla Cascata, un’opera architettonica notevole, consta di una lunga rampa di gradini di pietra (sono 6 piani) intervallati da aiuole che sale a un monumento, fu costruita per il 50° anniversario del Soviet dell’Armenia. Lungo la Cascata ci sono 5 fontane coperte, alcune delle quali presentano pannelli scolpiti e khatchkar postmoderni. Numerose le opere d’arte moderna (tra cui tre grandi sculture di Botero) disseminate ovunque. Rientriamo passando per il grande mercato all’aperto del Vernissage dove tra robe vecchie brutte e souvenir di dubbio gusto, si trovano cimeli dell’epoca zarista e sovietica, preziosi francobolli e monete, ma anche abbigliamento da gansta-rapper di dubbio gusto. I prezzi dei pezzi più preziosi non sono a buon mercato ed il mercanteggiare è quasi sconosciuto. Per cena i consigli ci portano alla Yerevan Taver (2.900D), altro posto molto bello con musica dal vivo. Si trova non lontano dalla piazza della repubblica che anche questa sera registra il tutto esaurito, finisco per chiacchierare con una coppia conosciuta in precedenza di rientro da una breve permanenza nel Nagorno-Karabakh, di cui mi parlano entusiasti, ma lo sono quasi inevitabilmente tutti gli armeni della diaspora al rientro a casa per le vacanze. Percorsi 90km

 

Georgia, finestra con vista o vista dalla finestra, Usghuli, Svaneti Superiore

         

15° giorno

Anche oggi terminata colazione si parte per un’escursione fuori città, prima sosta a Surp Hripsimè, la chiesa costruita nel luogo dove Gregorio l’Illuminato ebbe una visione sul martirio della santa. Hripsimè era una bellissima fanciulla venuta da Roma, che fu lapidata per non aver voluto sposare il re Tiridate III, qui c’è la sua tomba. Dopo pochi minuti siamo a Echmiadzin, considerato il Vaticano dell’Armenia, perché è la sede del supremo Patriarca della chiesa armena. Oggi è una domenica particolare, c’è la cerimonia della benedizione dell’uva, per questo c’è un grande afflusso di fedeli e tanta polizia, è previsto l’arrivo del presidente della repubblica e la sala del Tesoro, che custodisce molte rarità, compresa la lancia sacra che trafisse Cristo sul Golgota, oggi purtroppo è chiusa. Così ci togliamo dalla confusione totale per raggiungere a piedi la Chiesa di Surp Gayanè, dedicata al martirio della santa. E’ un’insolita costruzione color arancio, costruita nel 1630 intorno alla cappella del VI sec, che originariamente sorgeva sulla sua tomba. Qui assistiamo alla cerimonia della benedizione dell’uva tra cori, musica, incenso e folla adorante. Prima di rientrare è poi d’obbligo la sosta a Zvartnots per un’occhiata alle rovine, Patrimonio Unesco, della Basilica di Zvartnots (700D+200D x il parcheggio), molto affascinanti. Era un insolito edificio circolare, costruito fra il 641 e il 661, con bei capitelli dai motivi geometrici. Visitiamo l’annesso Museo, anche per sfuggire momentaneamente al caldo asfissiante. A Yerevan tappa la Jazzve Caffè (1.800D) dove si può assaggiare uno dei migliori caffè di tutta l’Armenia servito nel suo caratteristico bricco. Siamo a fianco della Galleria d’Arte Nazionale (800D) che si sviluppa su più piani, ci consigliano di partire dall’alto e poi scendere, dalla pittura europea, a quella russa per finire a quella armena. Qui l’aria condizionata è fuori servizio, il caldo talmente intenso che alcuni quadri sono attorniati da ventilatori per evitare che si sciolgano, ma per gli amanti della pittura visita imperdibile, è considerato il terzo museo più importante dell’ex Unione Sovietica ed in effetti non delude. Prima di rientrare in hotel per una doverosa doccia faccio un salto al mercato Shuka2 proprio di fronte all’hotel, a pian terreno molte bancarelle ben addobbate che vendono cibo di tutti i tipi, vanno tantissimo le torte ricoperte di canditi, meno interessante il piano superiore oramai adibito a vendita di scarpe, tutti mocassini quasi identici in numero infinito. Per cena scegliamo una dei tanti ristoranti all’aperto nella zona dei giardini adiacenti alla nuova cattedrale, Bocka (2.200D) non ha un servizio celere, non azzecca sempre le ordinazioni anche perché gli addetti non hanno dimestichezza con lingue occidentali ma poco male, il posto è fresco per gli standard del periodo e di conseguenza la sosta è gradevole. Un ultimo giro per il centro è d’obbligo, finisco per farmi tentare da un maxigelato da Snoop (500D a gusto) di discreta qualità all’angolo sud di piazza della repubblica. Percorsi 56km.

 

Armenia, cimitero di Naratus dov'è raccolto il maggior numero di khackhar

16° giorno

Sveglia alle 2:30, sveglia per modo di dire, giusto un appoggiarsi al letto, col solito pulmino andiamo all’aeroporto di Zvartnots che dista dall’hotel 15km. Pratiche veloci, al controllo passaporti vengono prese le impronte digitali che saranno nuovamente confrontate al gate d’imbarco, in modo da evitare scambi di persone in modo veloce. Voliamo nuovamente con Aegean destinazione Atene, volo puntuale di circa 3h dove si passa il tempo tra snack e colazione abbondante. All’aeroporto di Atene, per lavori o disfunzioni le pratiche sono da rifare perché ci costringono ad uscire e rientrare, fortuna che il tempo è sufficiente ma non abbondante quindi approfittare del servizio wi-fi gratuito in seguito a registrazione o consultare uno de vari pc a disposizione non è fattibile, il volo per Roma ci attende puntuale anche quello. Dopo 1:45 siamo già atterrati, in volo nuovo snack&pranzo (identico a quello dell’andata), attesa di 45’ per i bagagli e da lì vado al terminal ferroviario dove sta partendo proprio in quel momento una frecciargento (Wi-fi gratuito dopo registrazione, funzionamento stile canguro, ovvero tende a saltare più volte) che mi porta direttamente a Bologna senza cambiare. C’è posto solo in prima classe, ma il bigliettaio mi concede uno sconto di 10€ tipo last minute, così con “soli” 82€ arrivo a Bologna. Il servizio di prima classe mi rifornisce di bibite e snack dopo ogni stazione, l’addetto ormai mi conosce perfettamente quando in perfetto orario (3h) giungo a destinazione. A Bologna sento in molti lamentarsi del caldo intenso che da giorni attanaglia la città, provenendo da Yerevan mi par quasi faccia fresco…  

 

Armenia-Turchia, il monastero di Khor Virap sul versante armeno, e il monte Ararat sul versante turco, 
simbolo dell'Armenia e posto sullo stemma nazionale, le tante cicogne in volo

 

Per info Luca  fer4768@libero.it

 

 

 

www.catchweb.net