INDIA 2009


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SPITI-KINNAUR India del Nord-Ovest

 


L'enorme statua del Buddha a Langza, villaggio nello Spiti a 4200m
2 note di commento
Il viaggio si è svolto in agosto, periodo migliore per passare dal Kinnaur allo Spiti rientrando da Manali inquanto i passi himalayni sono aperti (magari con un po’ di problemi di frane, ma aperti). Tutti i costi di seguito riportati sono da intendersi a persona quando non specificato. Un € valeva nell’estate 2009 indicativamente 68rupie, mentre un dollaro 45rupie. Nelle città nessun problema per prelevare rupie, ma una volta entrati tra le montagne carte di credito e bancomat sono inutilizzabili, però cambiare denaro non è mai un problema. Per entrare in India serve il visto, da richiedere all’ambasciata a Roma per chi abita da Firenze in giù o al consolato a Milano per gli altri, inviando passaporto ed un modulo scaricabile da loro sito. Per passare dal Kinnaur allo Spiti serve però un permesso speciale ottenibile a Rekong Peo o a Kaza. A Rekong Peo non occorrono più le 4 foto che fino a poco tempo prima venivano chieste, a Kaza non so. Trovare computer in linea per connettersi ad internet è semplice nelle città, tra le montagne a parte a Kaza non ne ho mai incontrati, skype nelle città è sempre disponibile, per i cellulari vale più o meno lo stesso discorso. Nonostante si stia sovente oltre i 3000m le temperature sono sempre molto alte, quindi una giacca idrorepellente e magari rompivento è sufficiente, assieme ad una felpa o pile. Occorrono prodotti per proteggersi da un sole forte e costante per tutto il viaggio, un cappello ed occhiali da sole fanno molto comodo . Una volta lasciata Rekong Peo e prima di arrivare a Kaza per dormire occorre far tappa nelle guest house dei monasteri, in alcuni casi meglio prevedere un sacco a pelo od almeno un sacco letto, quando non un materassino gonfiabile che dovreste comunque aver con voi perché le guest house non sono prenotabili, danno accoglienza a chi primo arriva e nel caso fossero piene lasciano la possibilità di montar la tenda nei paraggi ed utilizzare i servizi. Le guest house costano indicativamente da un minimo di 100r ad un massimo di 250r, si trova sempre lo spazio per far cucina ed hanno quasi sempre uno piccolo spaccio dove comprare almeno cibi in scatola e bevande. Il Kinnaur è di religione induista, mentre lo Spiti (che significa “terra di mezzo”) è a prevalenza buddhista, ma a parte le grosse differenze dei monasteri questo non comporta nessun inconveniente tra le popolazioni, almeno nulla ricade sui visitatori. La lingua ufficiale è l’hindi, qualcuno che parla inglese lo si trova ovunque, anche in sperduti villaggi tra le montagne nel mezzo di contadini che sembra non abbiano mai visto una scuola, e questo la dice lunga sulla oro cultura personale. Poco da aggiungere sulla cucina indiana che ormai la fa da padrona in tutto l’occidente, ne godono maggiormente i vegetariani (pollo a parte, difficile trovare con continuità altre carni) che possono sbizzarrirsi con una quantità infinita di spezie per cambiare gusto a prodotti simili, ma alla lunga in mezzo alle montagne sempre con gli stessi piatti ci si annoia. Il fuso orario indiano, durante il periodo italiano dell’ora legale, è 4:30h avanti.
1° giorno
Sveglia di prima mattina a casa di amici che mi ospitano a Busto Arsizio, ed alle 4 è un attimo arrivare all’aereoporto della Malpensa. Col selfcheck di Lufthansa è velocissimo registrarsi, ma non è possibile ottenere la carta d’imbarco per il volo successivo per Delhi con Air India. Il volo per Frankfurt dura poco più di un’ora, tempo giusto per una colazione che non ci viene negata. Nell’enorme hub tedesco occorre muoversi velocemente per arrivare in tempo al gate giusto e la carta d’imbarco ci vien rilasciata direttamente lì, ma alla fine nessun problema e volo in perfetto orario. Il volo AirIndia è con un moderno Boing777, con schermo personale e porta usb a cui è possibile collegare propri apparecchi. Non lesinano col mangiare e col bere, ottime anche coperte e cuscini, soprattutto in ottica di viaggio sull’Himalaya. Atterriamo in perfetto orario, pratiche veloci per registrarci nonostante ci sia un passaggio in più relativo alle info mediche per l’influenza H1n1. Vari sono i posti di cambio, compresi sportelli bancomat. Il problema diventerà cambiare i pezzi da 1000r ed anche quelli da 100r che si ricevono in cambio. In poco tempo si è già all’esterno dell’aereoporto Indira Gandhi e nonostante sia già sera un caldo ed un umido a quell’ora inaspettato è pronto a regalare il benvenuto nel subcontinente indiano. Un transfert dotato di miniventilatori ma non di ammortizzatori ci porta in città, l’aereoporto non è ancora collegato con la metropolitana (e di questo inconveniente ce ne accorgeremo al ritorno, rischiando di perdere il volo) ma il traffico non è un problema eccessivo e in meno di un’ora siamo all’hotel Residency che ci consiglia l’autista, dotato di ventilatori, ed aria condizionata. Costa la bellezza di 20€ che per il luogo sembrano una fortuna, ma la situazione non ci permette di star a cercare alternative. Almeno le pratiche per registrarci sono velocissime ed in poco tempo mi fiondo a dormire, visto che la sveglia per il giorno dopo è puntata alle 3:45.
2° giorno
I tipi dell’hotel, svegliandosi anche loro in netto anticipo ci predispongono una abbondante colazione, poi col mezzo della sera precedente si va presso la New Delhi Train Station. E’ mattina, ma l’umidità è già incombente, ben più forte degli odori dell’India. Per quanto grande, questa stazione non è un qualcosa di spropositato, anche perché in città ne esistono tante, da qui partono i treni diretti a nord, e noi attendiamo l’Himalaya Queen Train per Kalka (parte dalla stazione Nizamuddin, ma occorre arrivare almeno 30’ prima). Non dovrebbe essere una soluzione di estremo lusso, ma al vedere arrivare al binario pochi minuti prima una specie di carro bestiame chiamato sleeping train ci preoccupiamo. Fortunatamente non è il treno su cui devo salire, quello arriva perfettamente puntuale e così parte per Kalka (5h, 290r). Inizio così a godermi le prime viste dell’India, preparato che le zone limitrofe ai binari potrebbero rivelarsi un contatto molto forte. Si susseguono baracche che non cadono però nelle descrizione di terribile slum come mi era stato presentato, uscendo da Delhi si fa spazio la campagna e sul treno un freddo polare. All’aria condizionata si aggiungono ventilatori che la sparono direttamente in testa ai passeggeri che stazionano su comode poltrone in stile interegionali nostrani. Fortunatamente una ragazza che sale alla seconda stazione sa come fermare il ventilatore e la situazione diviene vivibile. I contrasti indiani sono visibile in un attimo : fuori gente che sopravvive nel mezzo di montagne di spazzatura, sul treno nessun indiano che non accenda immediatamente il proprio pc col quale navigare in internet. Non importa prendersi dietro nulla per mangiare e bere, è un continuo susseguirsi di venditori dai prezzi sempre più bassi. Arrivati a Kalka occorre cambiare treno aspettando la partenza del Toy Train (piccolo treno a cremagliera per salire sulle montagne), uno dei più spettacoalri dell’intera India. Qui a Kalka le mucche pascolano indisturbate in mezzo ai binari e si inganna l’attesa nel caldo torrido assaltando il chiosco delle bibite che presenta prezzi vicino allo zero. Il toy train (5h, sui 170r) non ha tanta possibilità di scelta posti, decisamente più scomodo del precedente ma in cambio regalerà viste splendide, ovviamente prioritario un posto a fianco del finestrino, ma l’andatura lenta consente di starsene sulla porta a guardare il paesaggio, fotografare o riprendere. Tante le tappe di sosta lungo l’ascesa che porta ai 2.200m di Shimla, sovente in piccole stazioni che sembrano casette delle fate, a Barog compro acqua e un po’ di somosa (fagottini ripieni di verdure o carne) per 30r. Ovviamente più si sale è più il panorama migliora, Shimla la si inizia a vedere a debita distanza, poi il trenino si ferma alla Train Station un po’ fuori nella zona a ovest della città. Con microtraxi raggiungiamo l’hotel dove 2 giorni dopo avremo appuntamento con autisti e guide per la partenza del tour. Il primo impatto con Shimla è ottimo, abbarbicata su di un pianoro, la città venne costruita sui pendii circostanti, città capitale dello stato Himachal Pradesh dal passato nobile come si scoprirà il giorno seguente. Preso possesso di una ottima camera presso Holiday hotel, il tempo cambia in un attimo e un diluvio si abbatte in città, così siamo costretti a cenare in hotel, mangiando decisamente bene (350r) e finendo per goderci finalmente una lunga dormita. 

Un coloratissimo bus lungo gli altopiani himalayani
3° giorno

Colazione in un hotel dalle ampie vetrate che regalano una grande vista della città e del suo declivio ricolmo di casette di legno. Le nuvole tolgono profondità alla vista ma regalano una immagine mirabolante, si spera che nel giro di breve però si spostino altrimenti, acqua e freddo. Per risalire verso The Bridge, la zona centrale, c’è un ascensore, e viste le condizioni lo proviamo (7r), accorgendoci che il risparmio di strada e tempo è molto limitato. Continua a piovere (al primo mercato incontrato, un ombrello pieghevole si compra a 120r), ma a disturbare sono le nuvole. Saliti al Bridge non si riesca a vedere nulla, nemmeno le costruzioni in stile campagna inglese che lo contraddistinguono. Usciti dalla Christ Church (un pugno in un occhio da queste parti) le nuvole iniziano a spostarsi così si inizia a vedere la zona coi soliti monumenti ad Indira e a Gandhi (nota a margine, non erano parenti). Si scende verso Scandal Point, zona piena di banche (dove si possono cambiare le rupie in pezzi da 1000 in altri di taglio inferiore) per scedere oltre il Mall al tempio Kali Mari, attorniato da molteplici scimmie. Da qui si continua sempre verso ovest (lungo una strada dove vien sempre riportato il divieto di fumare e sputare per terra, e almeno per lo sputare potevano risparmiarsi di consumare vernice visto l’esito…) per l’Himachal Museum (80r), interessante ma non indispensabile, per arrivare al Viceregal Lodge (50r, visita solo guidata), che fu residenza estiva del vicerè inglese ai tempi della colonizzazione. Shimla, da sempre la capitale montana indiana, fu la sede estiva sia degli inglesi che dei Raj, che qui sfuggivano al caldo delle pianure in un ambiente invidiabile. Una visita al Viceregal è tappa fissa, almeno per capire le storie legate all’indipendenza indiana ed alla spartizione col Pakistan occidentale ed orientale (ora Bangladesh) che qui ebbero luogo. Il rientro verso il centro cittadino è in leggera salita, dopo circa 4km l’Indian Caffè è tappa perfetta per rifocillarsi e riprendersi. In un ambiente non ristrutturato ma ancora molto fascinoso è bello perder tempo assaggiando specialità locali a qualsiasi orario e godersi un caffè simile al nostro, prima di immergersi nelle visite ai mercati del luogo, disposti su più piani nelle intricate viuzze della città. Potete trovarci di tutto, soprattutto ottimi prezzi, ma ad inizio viaggio con la prospettiva di doversi portare il tutto in spalla nello zaino si finisce più a guardare che a comprare. Qui un’ora di internet costa 25r ed il collegamento è veloce. Col bel tempo e l’ottima temperatura, nel mezzo di stradine dalle costruzione caratteristiche Shimla mostra il meglio di se, e prova ne sono il mare di gente che vi si incontra, pare di essere nella Cortina indiana. Per cena, l’ultima come il nome comanda, scegliamo il Devicos Rest (280r), con piatti abbondanti ed ottimi fino a quando le spezie ancora più abbondanti non mi tolgono la possibilità di distinguere una gusto dall’altro. 
4° giorno
Colazione ore 7 in hotel e poi facciamo conoscenza con autisti e guide della Arohi che staranno con noi fino a Manali,ultima tappa nelle montagne. Le jeep sono delle Toyota Qualis, alte e strette, e a detta di tutti gli autisti perfette per le strade che incontreremo. Tutti gli autisti, chi più chi meno, parlano inglese, quindi non faremo scena muta per svariate ore al giorno. Lasciamo immediatamente Shimla, la strada sale e scende con viste sulle piantagioni di mele,qui così famose. Prima sosta a Narkanda, anonimo posto di scambio per camion e corriere, entrambi solitamente molto folkloristici. Prima tappa a Rampur dopo 130km di strada asfaltata quindi percorsa senza perder tempo per un veloce pranzo (che ci viene preparato per ogni giorno dai cuochi degli autisti che lo faranno anche per noi, risparmiando così tempo e in futuro trovando sempre qualcosa anche dove non ci sarà nulla) presso una capanna al termine del paese che pare devastato dai lavori per costruire una enorme diga sul fiume Sutley. Questa situazione però si ripeterà per buona parte del percorso lungo il Kinnaur, almeno fino a Jangi. Ripreso il cammino, passato Jeori si lascia il fondovalle per salire a Sarahan, dove si incontra lo splendido Bhimakali Temple. Ma prima di raggiungere il villaggio, lungo la stretta strada ci imbattiamo in una festa di villaggio, piena di musica, colori e soprattutto gente ben contenta di condividere i propri festeggiamenti con chi arriva da tutto un altro luogo. A Sarahan è pieno di guest house ammassate tutte intorno al tempio, ci sarebbe la possibilità di pernottare anche all’interno del monastero, ma è tutto pieno e rimediamo alla Monal, con camere da 2 alcune dotate anche di bagno privato. Primo giro del villaggio con passaggio al palazzo del maharaja di Bushahr e vista del tempio dall’alto. Tutto è concentrato attorno a questi, ma è bello perdersi tra i tanti negozietti che vendono di tutto, da oro a carta igenica (che nelle guest house non viene fornita, costa da 24 a 40r). Cena preparata dai cuochi, primo giro di dal che pare una delizia, lo stesso parere non lo confermerò dopo oltre 10 giorni di dal consecutivo. L’enorme palo che da sul lato del tempio ispirava una serata di foto allo stesso tempio illuminato, molta la delusione nel constatare che le luci danno solo all’esterno, quindi nessuna foto da scattare e nessuna immagine da portarsi via di notte, peccato. Percorsi 170km. 
5° giorno
Puja al monastero ore 6, io ne approfitto per visitarlo ma alla puja (preghiera dei monaci col ripetersi dei versi a formare un mantra ipnotico) non partecipo ne qui ne altrove. Per entrare occorre essere scalzi e lasciare tutto quanto si possegga in cuoio, ma nessuno vi farà un controllo dettagliato. Composto di 2 cortili interni, sono in realtà le 2 torri a svettare, e su di una sventola una bandiera rossa riportante sia la svastica che la stella di David. A seconda del monaco o della guida a cui chiedete spiegazioni vi verrà elargita una spiegazione differente, anche qui tutto quanto fa cassa viene prima di tutto. Colazione in guest house e poi lunga attesa che tutto l’armamentario al seguito venga caricato sulle jeep, quindi si parte e si entra in Kinnaur a tutti gli effetti passando da un piccolo templio dove gli autisti si fermano e fanno le loro preghiere e scongiuri.La zona è devastata per la costruzione di varie dighe, se tanto si parla dei cinesi che per recuperare ulteriore energia abbattono tutto quello che incontrano, qui la situazione non varia, e pazienza se le carattereistiche case dai tetti di ardesia vengano abbattute e i residenti vengano portati in anonimi casermoni (magari dotati di riscaldamento ed acqua corrente, il problema è solo nostro che non vediamo quanto immaginato, non loro che alla fine hanno un lavoro e una casa come si deve). Saliamo a Sangla, pernottiamo all’hotel Mount Kailash (200r) ma partiamo subito per Kamru, che si trova a soli 2 km in leggera ascesa. Siamo a 2700m, così iniziamo a fare un po’ di ambientazione alla quota. Kamru domina la vallata, qui si trova il Kamakhya Devi Fort (entrata senza scarpe ma non scalzi), ma la torre principale non è visitabile. Il villaggio fu capitale del regno Bushahr, ed alcune vestigie ne sono ancora visibile, ma soprattutto svettano le costruzione coi celebri tetti di ardesia. Scendendo visitiamo anche Sangla, nella parte sotto la strada principale, tra gente che lavora nei campi o nelle proprie case, si finisce attorno al tempio Bering Nag, cuore del paese. E’ attornato dai cilindri che fungono da preghiere, coloratissime e quindi fonte di ottime foto. Qui la cannabis cresce ovunque, come fossero margherite nei nostri prati, e foto di cannabis con templi o viceversa son cose normali. Cena in hotel ma sempre preparata dai nostri cuochi, con zuppa, riso, misto verdure tra cui dal e ceci, e spezie (masala) a variarne il gusto. Percorsi 95km 

Il villaggio di Dhankar, incastonato tra gli speroni sopra la confluenza tra i fiumi Spiti e Pin
6° giorno

Colazione in hotel, con omelette, cornflakes, marmellate, chapati, succo e caffè/the/cioccolata (standard per tutto il viaggio a parte il 15 agosto, festa tradizionale) e poi via verso Rekong Peo (chiamata da tutti solo Peo che si pronuncia Pio) dove occorre prendere l’Inner Line Permit valido per viaggiare fino a Tabo nello Spiti (la strada, per modo di dire, corre sul confine con la parte tibetana della Cina, i rapporti tra i 2 grandi stati sono pessimi e non esistono passaggi di frontiera aperti). Costa 150r, bisogna registrarsi al posto di polizia, poi si va in un altro ufficio per le foto a cui pensano loro tramite webcam, per poi attendere il tutto in seguito. Nessun problema nel rilasciare il permesso, però per chi viaggia solo il problema diventa che occorre essere almeno in 4 a percorre la Hindustan-Tibet Highway. Quindi prendendo un bus (che passano, ma limitano di molto le escursioni in luoghi interessanti) date un occhio prima a che ci siano altri viandanti stranieri così da far risultare di essere in gruppo. Ma per vedere tutti i luoghi più interessanti da qui a Kaza meglio servirsi di una guida con jeep, ci penseranno loro a far “gruppo” anche se siete magari solo in 2. Ottenuto il permesso partiamo per Kalpa, con sosta al villaggio di Koti dove si iniziano a vedere le prime caratteristiche preghiere tibetane al vento. Al termine di un percorso tutto curve nel mezzo di una foresta arriviamo a Kalpa e ci fermiamo all’Hotel White Nest, mezzo in costruzione (e l’altra metà che sarebbe già da ristutturazione…) dotato di luce ed acqua solo in certi momenti (non è dato sapere quali, per recuperare l’acqua ci si affida a grandi secchi in dotazione nelle camere). Nel registrare i viandanti viene chiesta anche la religione, ma nessun problema a tirarci una riga secca sopra. Da Kalpa continuiamo per Roghi, la strada corre a strapiombo su di un pendio infinto e quando si incontra un bus i sudori freddi fanno capolino. Roghi pare fuori dal turismo, la gente è ancora presa dallo spaccare pietre con martellini, lavare i panni scaldando l’acqua col fuoco per utilizzare poi la cenere, e portare gli animali al pascolo è l’attività primaria. Al di là di questo però qui, come negli altri luoghi del Kinnaur non c’è traccia di quella povertà che sovente si accosta all’India. Al ritorno si visita Kalpa (il cui centro è molto più in basso rispetto alla via di collegamento), piccolo villaggio pieno di templi, sia hinduisti che tibetani, qui inizia già quella commistione di genti e fedi che però non porta a nessuna aggressività o rancore. Risalendo da Kalpa all’hotel dove residiamo, ci si gode una vista magnifica del Kinner Kailash che al tramonto è proprio uno spettacolo. Per cena ci regalano ottimi noodles, sarà la vicinanza con la Cina, e cambiar gusto per una volta fa piacere. Percorsi 45km. 
7° giorno
Solita colazione in hotel, poi si ritorna verso il fondovalle per andare in direzione cinese. Una frana ci ferma dopo poco, ma dopo aver spostato a mano alcune grosse pietre si riesce a proseguire fino a Khanum, un villlaggio ad oltre 3500m pieno di templi e monasteri. La popolazione è particolarmente felice di incontrare gente, si dannano tutti per cercare il lama locale che possiede le chiavi di un monastero che dobbiamo assolutamente vedere. Dopo aver atteso che finisse comodamente di pranzare, ci porta in questo luogo che conserva una antichissima biblioteca contentente libri portati dal Tibet e salvati così da una possibile distruzione. Non contenti di averci aperto anche questo luogo, alcune bambine monache ci portano non si sa bene dove, impariano poi che è la casa delle monache, da dove passando nel mezzo c’è una scala che porta all’uscita sul tetto per riprendere il sentiero che sale al parcheggio dove ci aspettano le jeep. Va segnalato che qui i villaggi raramente sono raggiungibili fino al centro in jeep, occorre sempre andare a piedi, cosa che permette di entrare in sintonia coi luoghi in maniera ben più forte di quanto si potrebbe fare mettendo solo un piede già da una macchina. Che poi i vari dislivelli (che a volte son muri) a oltre 3500m non siano una scherzo è altra cosa. Scendiamo a Spillo dove pranziamo al volo mentre ci vengono controllati gli Inner Line Permit. Fa un caldo da paura qui in montagna, per fortuna al posto di controllo c’è una fontanella dove è possibile lavarsi e rinfrescarsi. Nessun problema coi permessi, si continua seguendo una strada a strapiombo sul fiume, a volte occorre aggirare qualche frana, ma il percorso diventa veramente bello e caratteristico, gli autisti non hanno problemi a fermarsi più volte per lasciar far foto così in un attimo arriviamo alla confluenza tra i fiumi Sutlye e Spiti. Iniziamo a seguire quest’ultimo salendo per Nako che si vede solo all’ultimo momento dopo averla scambiata a lungo per un altro villaggio visibile da lontano. Nako pare piena di gente, troviamo posto presso Galaxy guest house, con vista sui campi di piselli che qui fanno la ricchezza locale. Nel giro di breve la piazzetta sottostante la guest house diventa l’incrocio di questo piccolo mondo, chiunque porta qui quanto raccolto durante la dura giornata nei campi, ogni sacco viene attentamente pesato, poi nella confusione generale caricato su di un improbabile camion che porterà i frutti dei campi dove verranno lavorati e resi disponibili ai più. Tutte le persone sono disponibilissime, appena le si avvicinano ti offrono montagne di piselli appena raccolti, ed è facile notare come apprezzino essere fotografati. Nako non presenta tanto altro in città verso sera, qualche negozio ma tra le case c’è ben poco, anche se un giro casuale lo merita. E’ comunque un villaggio a circa 3200m, aria pura, vista splendida ma quando il sole cala occorre avere almeno una felpa a disposizione. Cena in una grande sala non so bene di chi, sicuramente non della guest house, con qualche chicca in più preparata dal cuoco anche grazie al fatto che qui ci si fermerà 2 notti a fila. Percorsi 150km 
8° giorno
Colazione per una volta dopo le 8, poi visita di Nako, partendo da un nuovo monastero costruito di recente ed inaugurato nel 2008 dal Dalai Lama. Bruttino assai, molto meglio un altro alle sue spalle più intimo e colorato all’inverosimile (ovviamente si entra senza scarpe ma non necessariamente scalzi), anche se una volta all’interno a me sembrano tutti delle carnevalate. Ci sarebbe anche una scuola, non ho però voglia di visitare altri luoghi chiusi ma di godermi la splendida giornata di sole risalendo le montagne per apprezzare la valle al suo meglio. Così rigiro Nako imbattendomi in un gruppo di israeliani che in moto (Royal Enfield, la regina della stradre, fra le auto, a parte le Tata orgoglio nazionale, tra le jeep più diffuse sono le Mahindra) si stanno girando tutta l’India in circa 4 mesi. Poi salgo al Nako Gompa da cui si ha una vista del villaggio e del suo lago per andare in seguito fino ad una forcella che domina il luogo, da cui si potrebbe continuare fino ad un vecchio passo chiuso in direzione Tibet. In 45’ sono ad una specie di mirador contrassegnato al solito da lunghe file di preghiere tibetane coloratissime che il vento porta lontano. Da qui lo spettacolo del posto è tutta un’altra cosa, ci si riappacifica con tutto, altro che nel chiuso di un monastero! Nonostante l’altitudine, l’aver fatto un percorso sempre in leggera ascensione giorno per giorno senza mai esagerare permette di muoversi senza nessun problema. Oggi, visto che non ci spostiamo in jeep, si pranza alla grande, il cuoco si è lanciato in una versione indiana di pizza niente male, assieme ai noodles, insomma quanto di più italiano mi possa capitare in tutto il viaggio. Nel pomeriggio decido di salire dalla parte opposta del villaggio passando nel mezzo dei campi di piselli. Non c’è un vero e proprio sentiero, occorre procedere più orizzontandosi col nord e col sud che con altre indicazioni, ma usciti dal groviglio dei campi divisi da alti muretti di pietre salire ad un deposito di gompa (questa è una mia definizione, ma è un posto dove se ne trovano una decina parcheggiati in box) è un attimo. Da qui si può continuare fino al picco della zona contraddistinto da 3 colonne di pietre. La vista è sublime, ma il sole brucia, senza protezione è come mettere la faccia nel forno. Me ne rimango in laica meditazione a godermi lo spettacolo che ammiro ai miei piedi, prima di riprendere la via del ritorno perdendomi a caso nei sentieri dei contadini, mai restii a indicarmi la via migliore. La piazzetta all’entrata di Nako è anche oggi verso sera un crogiolo di genti che portano sacchi stracolmi di piselli, ma c’è anche un gran via vai di ragazze, forse al di là di questa piazzetta c’è ben poco dove andare. L’arrivo del bus è una grande festa, fra gente che scende e gente che sale pare cambiare tutto il luogo, ovviamente quando all’interno del bus non c’è più posto rimane sempre il tetto, anche se affrontare un viaggio all’imbrunire sul tetto a queste quote non è un gioco piacevole. Pranzo di nuovo nella grande sala vicono alla guest house, al suo fianco un negozietto dove recuperare acqua (da 15 a 25r al litro dipende di volta in volta). Si ritorna al classico riso con dal o ceci, le illusioni suscitate dal mezzodì devono già venir riposte. A Nako questa sera non c’è illuminazione elettrica così ammirare le stelle diventa un piacere, ed anche l’unica cosa che si riesca a fare. 

Villaggio-monastero di Ki, immagine simbolo dello Spiti
9° giorno

Colazione solita e dopo aver caricato tutto l’armamentario si parte per Tabo. Però dopo nemmeno 5’ ci si ferma perché una frana ha bloccato la strada in corrispondenza di un attraversamento di un fiume. Per muovere la frana occorre la forza di mille braccia (e quelle si troverebbero) ma l’acqua che continua a scendere porta con se detriti quando non grosse pietre e così si lascia il compito a chi è più pratico. Ci vuole almeno un’ora per liberare alla meglio la strada e per passare occorre tagliare per un guado non propriamente invitante, ma pian piano tutti i mezzi riescono a defluire. Unica consolazione, una vista splendida dal posto in cui si era fermi e un sacco di gente colorata e molto bella da immortalare in foto (loro fanno altrettanto coi cellulari…). A Sumdo, 3500m ma un caldo incredibile, controllo dei permessi, siamo a pochi centrimetri dal confine cinese, e se solo ci si aggira nei paraggi si viene fermati da qualche soldato preoccupato che si scattino foto. In realtà la parte cinese non è a fianco di quella indiana, ma posta 200 metri in alto e quindi non la si vede. Ora siamo nello Spiti, il celebre regno di mezzo, un deserto in altura che confermerà la sua fama di luogo incantato e fuori dal tempo. Prima tappa è una deviazione di circa 10km per arrivare a Gue dove fu ritrovata una mummia di un lama. Ora nel posto è stato costruito un piccolo tempietto a protezione del ritrovamento, mentre nei dintorni stanno facendo lavori di consolidamento del terreno. Non serve dire che il luogo sia venerato dai locali, anche se qui di gente ne arriva ben poca. Lungo la strada sosta per pranzo volante a Hurling, dove tra sciami di mosche si trovano alcuni negozi con cibi locali e bibite fresche. Arriviamo a Tabo con un caldo spaventoso, si dorme presso la guest house del nuovo monastero, anche se qui si possono trovare anche qualche sistemazione in hotel (senza stelle, ma sempre hotel). Tabo è famosa per il suo storico monastero, e qui venne nel 2008 il Dalai Lama ad inaugurarne uno nuovo, quindi il grande spiazzo asfaltato a fianco del fiume che funge da eliporto fu costruito proprio per quel arrivo. Ovviamente la visita al monastero è la prima cosa che si fa, il gompa racchiude molteplici sale, ogniuna adornata in maniera differente, ma tutte sempre a rappresentare miti e leggende tibetane, con incursioni di figure del mondo hindu. Ma la vista migliore del complesso la si può avere salendo alle grotte che si trovano nella montagna a fianco, alcune ancora predisposte al ritirno dei monaci. La cosa più interessante è andarci prendendo gli stretti camminamenti a fianco del monastero, pieni di cilindri per le preghiere, passando a fianco di tanti piccoli bar fioriti assieme all’arrivo di tanti visitatori. Qui si può riprovare a far un po’ di vita sociale nei bar del paese, ci sono posti per telefonare ma l’unico internet point non era funzionante. Si trovano anche negozietti o persone che vendono prodotti di artigianato locale, ma visti i prezzi è molto meglio comprare souverir o regali una volta arrivati a Manali. Cena in una sala messaci a disposizione dal monastero, poi nel buio totale accurata visione delle stelle. Percorsi 70km. 
10° giorno
Per chi vuole, puja ore 6 nel nuovo monastero, per me colazione un attimino dopo e poi partenza per il villaggio di Mane da dove affronteremo l’ascensione al Mane Lake (circa 4h andata e ritorno). Percorsa un strada alquanto sterrata, passato un ponte nel bel mezzo di una scenografica cascata, le jeep ci lasciano e lì inzia la salita da circa 3500m. Il sentiero presenta una prima parte in forte ascesa in mezzo ad una pietraia a strapiombo sulla valle, vista splendida e scusa per fermarsi a far foto, poi degrada e diventa una salita meno impegnativa. Peccato che il forte sole in breve si nasconda ed inizi a piovere, così quando arriviamo al lago (4100m) la vista non è il massimo. Ma quassù il tempo cambia velocemente così prima di scendere ci godiamo la vista del lago con un accenno di cielo azzurro, mentre gli yak ne percorrono la parte settentrionale sotto dei picchi gemelli del Mane. Ritornati alle jeep veloce spuntino per chi non lo aveva già fatto al lago poi rientriamo in valle scendendo sotto ai 3000m per prendere infine una deviazione che sembra salire al cielo, dov’è posto il villaggio di Dhankar, incastonato tra spettacolari speroni di roccia, un posto fiabesco a tutti gli effetti. Lungo la salita carichiamo un lama del monastero e questa mossa ci permetterà di trovar posto nella guest house del monastero, un luogo splendido con camere che regalano una vista favolosa. Si può salire sul tetto della g.h. per viste mozzafiato sia sul paese che sull’intera valle, con la confluenze tra il fiume Spiti ed il Pin proprio a strapiombo sotto al villaggio. Un grigio che abbaglia fa da enorme letto dei fiumi, circa 1000m sotto al luogo dove mi trovo, col sole che tramonta dietro al vecchio monostero ed al forte in vetta agli speroni, sbizzarrirsi in foto è quasi un obbligo. Il rientro di capre e pecore dai pascoli montani avviene proprio al calar del sole, e questo regala un’ulteriore tocco di colore e particolarità al luogo. All’ingresso del nuovo monastero c’è una piccola porta sul lato sinistro, si accede un uno striminzito negozietto, dove trovare sia cibi, acqua, che carta igenica che come al solito non viene fornita. Proprio a fianco della mia camera mi ritrovo i soliti motociclisti israeliani con le Royal Enfield, ed alla sera si divide la stessa sala per cenare, altri luoghi qui non ce ne sono. L’energia elettrica latita sovente, così meglio aver sempre con sé torcie per illuminare. Percorsi 52km. 
11° giorno
Puja ore 7, questa volta mi vien detto con un grande numero di monaci partecipanti, poi colazione con una specie di gnocco fritto. Il cuoco ci dice che è un piatto particolare per i giorni di festa che servono assieme ad una zuppa di ceci (continuo a preferirci il salame come accompagnamento, ma va bene lo stesso), oggi è ferragosto. Visita al monastero (offerta libera,senza scarpe ma non scalzi) con splendido cortile interno, qui sono particolarmente gentili, lasciando salire sul tetto da cui si gode una grande vista e permettendo ai soli uomini di entrare in una sala dove un lama suona un certo numero di tamburi avvolto dai fumi di incenso e numerose altre erbe. Da qui salita al forte che si trova al culmine della montagna ma che è ora lasciato andare, serve da stalla per gli animali dei pastori. Si può salire sul tetto, ma la vista non vale quella del monastero. Da qui con una passeggiata di circa 2h si va verso il villaggio di Lallung, nella valle del Lingti (la più sperduta e disabitata delle tre di cui conta lo Spiti) dove si visita il monastero (100r per foto) e dove il lama locale ci prende in buona e vuole a tutti i costi offrirci il chay in casa sua. In una seconda struttura si trova un piccolo tempietto dedicato al dio Varochana, con le sue 4 teste che prendono l’intera struttura; per vederle però occorre avere con se una torcia, lo spazio è angusto e non illuminato. Dall’altopiano di Dhankar scendiamo a valle lungo il corso dello Spiti e prima di entrare nella valle del Pin una jeep accusa un guasto allo sterzo e si deve fermare. Accatastati alla belle meglio arriviamo a Kungri (3600m) avvolti nelle nebbie e fortunatamente dopo che una forte pioggia si è abbattuta sulla zona. In effetti questa valle è completamente differente da quella dello Spiti, tutta verde e rigogliosa, sembra incredibile ma nel giro di 10km le condizioni sono cambiate e di tanto. Troviamo alloggio nella guest house del monastero Ugyen Sanag Cholin, unico posto per pernottare, stanze da 4 (ma solo 2 posti letto, occorre avere materassino e sacco a pelo) con bagni non proprio in sintonia con l’igiene, ma questo c’è e basta e avanza. La vista del modesto paese pare superflua, invece si incontrano tante persone alle prese coi loro lavori (interessante l’essicazione dello sterco degli animali su qualsiasi porzione di muro a disposizione), un bel contatto con genti slegate dal turismo, insomma quello che pareva solo uno sgranchire le gambe si rivela una visita interessante. La vista del monastero pare quella di un casermone in stile periferia di Mosca, ed anche qua occorre entrare tra le abitazioni dei monaci per immergersi in una situazione autentica ed interessante. Una grande stanza della guest house è adibita a negozio, si trovano i soliti generi alimentari e ci viene concesso lo spazio per cenare, poi alle 22 si spengono le luci e si chiudono le porte, quindi l’unica cosa da fare è dormire e non far troppi rumori. Percorsi 55km. 

Gli stupa/gompa sul Kunzum Pass 4.551m, tra le valli dello Spiti e del Lahaul
12° giorno

Puja ore 6, ma ormai ho fatto tendenza e nessuno si avventura più alle pregiere mattutine, a colazione non c’è più il gnocco fritto ma questa mattina abbondano le uova. Visita accurata del paese, con la guida che ci permette di addentrarci fra case e cortili, poi si parte entrando ancora di più nella valle del Pin fino a Sagram, zona che i locali chiamano Mud valley. Ci avventuriamo in giro per il villaggio, nei campi è pieno di gente che raccoglie piselli e vedendoci ci vogliono tutti offrire parte del loro lavoro giornaliero (a dimostrazione che questa è un’India ben differente dallo standard che si ha). Così non si può rinunciare ad un assaggio e qualche scambio di parole, perché anche se abitano quassù lontano da tutto alcuni un po’ di inglese lo masticano. Ora è tempo per andare a Kaza, il capoluogo della regione , paese diviso in due parti dall’omonimo fiume Spiti. Arrivando dalla nostra parte si incontra prima la parte vecchia con all’ingresso la stazione degli autobus, ma la cosa fondamentale è trovar subito del carburante, così ci rechiamo nella parte nuova dove c’è un vero e proprio distributore che però funziona solo a pompaggio manuale e 2 mezzi in fila fanno già una coda chilometrica. Qui ritroviamo funzionante anche la jeep che ci aveva abbandonato lungo il percorso. Espletata questa fondamentale operazione troviamo da dormire in una guest house nei paraggi, che offre camere basiche, ma mi spedisce in una dependance 50m lontano e mi trovo in un posto splendido, camera con salotto e grande bagno dotato di carta igenica e doccia funzionante (già, in tutti i posti precedenti, anche se la doccia era presente la pressione dell’acqua non ne permetteva il funzionamento ed occorreva riempire secchi e tirarsi un po’ d’acqua addosso, non troppo che non si può sprecare). Veloce pranzo e giro rapido del paese per prendere contatto con quanto si potrà poi trovare, per passare da una parte all’altra si può seguire la strada ma il percorso diventa molto lungo. Si può tagliare per il fiume che è completamente secco, per trovare i posti dove scendere e salire meglio seguire un abitante del posto, evitate così di sprecare tanto tempo per nulla, soprattutto nella parte vecchia di Kaza. Si parte per visitare il villaggio di Langza (4.200m), che si raggiunge inerpicandosi sulla parte destra delle montagne in direzione Cina. Alcuni punti del percorso sono favolosi, si vendono i sentieri che salgono nel mezzo di uno stretto canyon, ed in un punto stanno perfino asfaltando, non si capisce bene coma mai lì in quel preciso punto e non in corrispondenza dei paesi. Ovviamente si svolge tutto a mano, dal bruciare il bitume, a spandere il catrame a pulirlo con uno spazzolino, solo la pressatura avviene con un mezzo meccanico. Usciti da questo canyon si arriva nella vallata che ospista Langza, posto fantastico, dominato dal Shilla, di poco sopra ai 7000m, anche se la nostra guida, scalatore provetto ne contesta il livello ponendolo al di sotto di tale limite (ma le carte dicono 7.026). Posto stupendo da qualsiasi lato ci si ponga, perfetto luogo per riappacificarsi col mondo e con se stessi, raggiungiamo il punto più alto dove si trova un monastero, al fianco del quale una enorme massa di sassi riportati uno ad uno come preghiere oppure dai viandanti che ne percorrono a piedi il cammino, il fascino è sempre unico. Poco sotto si erge grandiosa verso il cielo blu una statua del Buddha, avvolta dalla tante preghiere tibetane. Un effetto cromatico splendido, poi sarà anche un qualcosa di spiritualissimo e profondamente religioso, ma fortunatamente non soffro di quella malattia e mi godo in assoluta semplicità la stupenda visione. Dura abbandonare questo luogo, ci incoraggia un venticello che si alza e che in un attimo abbassa la temperatura, così rientriamo a Kaza dove trovo nella piazzetta del centro un internet point (1h 80r, e non particolarmente veloce, ma qui è già grasso che cola trovarlo e non dover nemmeno far grossa fila). Questa sera ci permettiamo il lusso di regalarci un ristorante per cena, la scelta cade sul Dragon (195r), specializzato in Israeli food e speggitti. Volo dentro a piatti più cinesi che indiani, guadagnandoci un palato non bruciato dalle spezie ma gusti non al massimo. Percorsi 85km, alcuni di una bellezza superba.
13° giorno
Colazione in guest house e poi partenza immediata visto che non dobbiamo sbaraccate nulla restando a Kaza 2 giorni, destinazione Kibber un villaggio che si trova in alta quota, passato il fantastico villaggio/monastero di Ki, che è rimirabile dalla strada prima di arrivarci, una delle immagini simbolo delle Spiti. La strada sale velocemente, Kibber si trova ad oltre 4200m, pieno di case imbiancate a calce ed all’ingresso varie guest house, il posto è decisamente di moda, come si nota dalle tante Royal Enfield parcheggiate proprio davanti alle g.h. Nonostante ci si trovi in alta montagna con lo Shilla che sfoggia i suoi oltre 7000m par di essere nel deserto, ed il contrasto tra le abitazioni bianche ed il cielo blu cobalto è sorprendente. Il villaggio merita una accurata passeggiata, mentre le genti del posto continuano placide i loro lavori, per arrivare al monastero nel punto più alto del luogo, viste ovviamente splendide. Si rientra dalla stessa strada, ma ogni autista compierà un giro attorno allo stupa che si trova all’ingresso del paese, guai per loro evitare questa usanza! Poco lontano sosta obbligata a Ki ed al suo monastero, scenograficamente il più bello della regione. Costruito tutto attorno ad un cucuzzolo nel mezzo della valle, la vista spazia su panorami in ogni dove, ed anche il Gompa è bello e caratteristico. Ci si accede lungo uno stretto corridoio pieno dei soliti cilindri per preghiere, poi si ha accesso alle varie sale, mentre i monaci continuano la loro vita contemplativa mangiando nel bel mezzo del cortile principale senza venir minimamente disturbati dai visitatori. Godersi da qui la pace delle valle è una esperienza fantastica, ovunque l’occhio si poserà sarà sicuramente una vista incantata, cromaticamente pienissima e particolare, concedetevi tutto il tempo che volete. E’ già primo pomeriggio quando rientriamo a Kaza per un veloce pasto in guest house, poi vista la giornata splendida, ci facciamo portare dall’altra parte della valle, nel mezzo dell’attività contadina del posto. Kielung sorge sul lato opposto dello Spiti rispetto a Kaza, proprio prima della confluenza col Pin, dimenticato da tutti,arrivarci sembrerebbe facile ma la strada è molto rovinata (ne stanno asflatando un piccolo tratto ovviamente manualmente ma nulla più), senza indicazioni, e occorre procedere più seguendo il fiume che il senso logico. E’ periodo di battitura dell’orzo, ci fermiamo a fianco di alcune signore che si stanno ricoprendo di polvere ovunque per rimirare questa azione ormai da noi dimenticata. Anche in questo luogo nascosto troviamo una ragazza che parla un po’ di inglese e ci illustra personalmente le attività del luogo, poi alla loro sosta iniziamo a girare per il villaggio che un tempo è stato la capitale del regno di mezzo (ma vestigie non ce ne sono) per imbatterci in una anziana signora di tutto punto vestita. Ci tiene a sottolineare (ma qui dobbiamo affidarci all’autista come traduttore) che il suo abito non è dello Spiti ma già del Lahaul, la valle seguente, divisa dall’altissimo Kunzum pass. Una identificazione secca di usi e costumi, magari sfuggente per chi come me arriva da tanto lontano, ma non per lei, proprio perché le attività quotidiane da valle a valle cambiano a seconda delle condizioni del tempo che varia ancora il vivere di questi luoghi. Lo Spiti è effettivamente un posto desertico, piove pochissimo e se non fosse per gli alti 6000/7000m in cui è incastonato parrebbe più un deserto che una valle di montagna, il Lahual ci accorgeremo a breve riporta una situazione del tutto differente, più acqua, quindi molta più pastorizia ed agricoltura varia. Rientrando ci godiamo una vista splendida ed unica di Kaza, mai vista prima in nessuna immagine, sempre col cielo blu cobalto dominante. Rientro in tempo giusto per la cena alla solita guest house preparata dal nostro cuoco che ci regala la sorpresa di momo (tipo ravioli cinesi al vapore) deliziosi sia di verdura che di carne (qui abbiamo trovato negozi di macellai con carne al vento) e stufato al curry delizioso, poi in serata la prima giornata della festa del Ladarcha nel campo sportivo nella parte vecchia di Kaza. Purtroppo la prima serata scorre lungamente in discorsi del politici locali (almeno così sembra) e solo tardi c’è tempo per qualche musica locale cantata in coro da tutti gli abitanti di Kaza qui presenti (difficile immaginare che arrivi gente da fuori di sera viste le strade a strapiombo sul nulla che dovrebbero percorre per rientrare). Un tempo questa fiera si svolgeva a Kibber, antica tappa della via carovaniera, ma ora che il discorso commerciale vero e proprio ha preso il sopravvento è stata spostata nel capoluogo. Per rientare in guest house di notte, se non si è dotati di una potente fonte di illuminazione meglio seguire il percorso regolare, altrimenti tagliate pure per il fiume, ma la discesa della parte vecchia è particolarmente insidiosa al buio. Percorsi 91km. 

Un monaco al monastero di Dhankar
14° giorno

Colazione in guest house con abbondanza di uova e poi caricato armi e bagagli si parte per uscire, ahime, dallo Spiti. Ma prima di arrivare al controllo permessi di Lossar le viste che questo luogo regala sono ancora superbe. Costeggiando il fiume si vedono enormi covoni di erba muoversi, solo avvicinandosi si può osservare che sotto ci sono uomini o donne che li trasportano, ed ovviamente fotografare diventa splendido, soprattutto con la cima magica di Ki sullo sfondo. Passata Lossar (controllo veloce) la strada inizia a salire verso il Kunzum Pass, risalendo il fiume Spiti. Lo scenario cambia, c’è più vegetazione e si inziano ad intravvedere i ghiacciai di fronte, fermandoci presso vari stupa che sorgono al limite della strada ora totalmente sterrata. Il vento si fa insistente ed arrivati al passo la fa da padrone. Nel punto più alto, 4.551m, sorgono vari gompa (o stupa, a seconda se chiamati all’indiana,stupa, od alla tibetana,gompa) strapieni di preghiere colorate, un effetto cromatico splendido grazie anche al vento, quassù dove tutto è accentuato e le sensazioni molto più forti. Ci sarebbe una deviazione della strada per raggiungere il lago Chandertal, ma è preferibile farlo a piedi, costeggiano un crinale che da sia sulla valle dello Spiti che sul Chandra river, destinazione Pakistan. La prima parte del sentiero è il leggera ascesa (punto massimo poco oltre i 4750m), ma tanto le soste saranno numerose per rimirare montagne (picchi gemelli di 6.800m di fronte a noi spezzati da un possente ghiacciaio), ghiacciai e lo spettacolo della natura al suo meglio. Al momento siamo fortunati, c’è un sole bellissimo che permette di non sentire il fresco portato dal forte vento, quindi si continua la camminata (circa 10,5km per 4h comprese di soste) in discesa verso il lago che si può scorgere dopo circa 3km come fosse una piccola pozza in lontananza. Lungo il percorso si incontrano vari pastori quassù con le loro pecore e capre, sempre custodite da splendidi ma timidi cani di montagna. Le soste coi pastori sono un obbligo, per loro fermare i viandanti ed offrire da bere e fumare (un tipo di narghillè, ma se gli offrite sigarette o bidi le accettano di buon grado) è atto di buona volontà, per noi invece è interessante apprendere come sopravvivere a queste quote (dentro a bassi rifugi di pietre a cielo aperto, che vengono coperte con teli in caso di pioggia o neve). Ma a breve inizieranno a scendere, da settembre la neve potrebbe avere la meglio, ed anche il passo verrà chiuso fino al giugno successivo. Il vento ci porta però le nuvole e con loro la pioggia. Arrivo di volata al lago mentre già piove e la temperatura a 4200m cala in un attimo. Del lago Chandertal mi rimane una immagine minima, tra pioggia, vento e nuvole basse faccio appena in tempo a capire quanto sia grande ma delle montagne innevate che si rispecchinao nelle sua acqua non trovo traccia. Per la nottata faremo campo al lago, ma viste le condizioni puntiamo ad una spiazzo un attimo più protetto raggiungibile in jeep dopo che queste sono venute a recuperarci a meno di un km dal lago, anche se la situazione cambia di poco. Montate le tende vicine ad una ruscello che funge da fornitura di acqua, rimediamo la cena nella tenda dove dormiranno autisti, cuoco e guida, mentre fuori la situazione non cambia. Così, terminata la cena in spazi limitatissimi meglio fiondarsi immediatamente nel sacco a pelo a ritemprarsi per il giorno successivo. Percorsi 102km, stando alle jeep, probabile qualcosa di meno con l’escursione a piedi che ha tagliato una parte di strada. 
15° giorno
Sveglia con le nuvole ancora presenti ma in veloce diradarsi, e ruscello per bagno, poi colazione nella solita grande tenda e partenza a piedi (1h) per raggiungere la strada principale. Si segue un sentiero che costeggia la montagna, mentre sotto scorre minaccioso il Chandra river, percorso in piano e quindi senza difficoltà di sorta. A Battal facciamo una sosta per recuperare un po’ di cibi, mentre la guida ci mostra i cippi dedicati agli alpinisti morti sui monti della zona, fra cui un suo amico che ci viene descritto come bravissimo ma che come molti altri è deceduto una volta effettuata l’ascensione, ovvere rientrando quando il più sembrava fatto. Il tempo qui è lontano parente di quanto incontrato nello Spiti, nuvole basse e spuzzi d’acqua, del resto basta osservare il panorama per accorgersi che la vegetazione è di ben altro stampo anche se siamo sempre a 3000m. La strada procede a fianco del Chandra river, ma spesso occorre condividerla con grandi greggi di pecore e capre che la fanno da padrona. Innumerevoli le forature, lo sterrato è composto da mucchi di sassi ed è facile incappare in punte aguzze che stoppano la marcia. Mangiamo lungo il percorso tra una sostituzione di ruota e l’altra in una costruzione tipica fatta di massi coperti da grandi coperte, poi arriviamo al bivio sulla strada principale, il collegamento Manali-Leh. Prendiamo per Manali, in direzione Rothang Pass, tanto temuto anche se a quota minore rispetto ad altri affrontati. L’inizio è esaltante, strada asfaltata come da tempo non ricordavamo, qualche buca ma in fin dei conti pare un buon andare. Ma dopo pochi km la situazione varia, inizia lo sterrato, iniziano i tornanti ed inzia la pioggia nel mezzo delle nuvole. La strada diventa un pantano, è difficile passare incrociando altri mezzi, in più stanno facendo lavori di consolidamento senza tanta accuratezza (in pratica dai tornanti scaricano rocce e detriti all’ingiù, quindi sui mezzi che passano…), salendo ancora la strada cede e ci capita di osservare un camion che ci lascia il passo sprofondare perché il terreno non regge. Buon per lui che cade solo di 2 metri rovesciandosi di lato e non di qualche centinaio come subito avevamo avuto timore, l’autista esce dal finestrino laterale e sembra tutto a posto, ma il segnale non è incoraggiante. La situazione è sempre peggiore, avanzare diventa un’impresa, le ruote affondano mandandoci a sbattere contro la montagna, che è meglio di sbandare verso il vuoto, per fare gli ultimi 9km impieghiamo 73’, non dico che a piedi si facesse prima giusto perché si sarebbe sprofondati fino al ginocchio nel pantano. La cosa curiosa è vedere macchine lussuose di benestanti delhiani venire fin qui per sciare (!) su placche di neve non più lunghe di 20m, contenti loro… Sul passo, 3978m, non si vede nulla, c’è solo una grandissima confusione creata da una fila interminabile di bancarelle che vendono cibi e bevande a ridosso del vuoto (ci saranno almeno 800m di dislivello) nel freddo pungente, così decidiamo di andarce immediatamente affrontando la discesa che riserva le medesime difficoltà della salita. Di strade terribili ne ho viste tante, dal Perù alle famigerate strade boliviane, da quelle tagike a quelle inesistenti della Dancalia, ma una strada altrettanto pericolsa come questa del Rothang in simili condizioni non mi era mai successo, una volta raggiunta Mihri son stato veramente felice di avercela fatta, e così è passata quasi inosservata una splendida cascata incontrata nella discesa nel mezzo di un panorama verde intenso come da giorni non vedevo più. A Manali facciamo tappa a Vashisht presso il bel Hotel Arohi che è poi la base dell’agenzia che ci ha portato in ogni dove tra Kinnaur e Spiti, dove ceneremo anche. Ma prima spedizione in centro a Manali per immergerci in un luogo impregnato di quella cultura indiana a lungo ricercata dagli europei a cerca di emozioni tra le montagne del subcontinente. Che sia un posto di scambi e commerci lo si vede da subito, in pratica il centro è un unico agglomerato di negozi in bello stile, il mercato si è ridotto di parecchio quando non è stato ricostruito con perfette casette di legno. Ci si può trovare di tutto a prezzi effettivamente ottimi (a confronto quanto si trovava nei villaggi precedenti costatava dalle 2 alle 3 volte tanto), per gli amanti della montagna è possibile farsi l’equipaggiamento a prezzi veramente impensabili per noi, quindi vedete un po’ se vi restano soldi e spazio. C’è anche un centro di cultura tibetana che vede prodotti in teoria originali. Ma sulla questione tibetana, forse sarebbe meglio informarsi bene prima di firmare appelli e lanciare sentenze, se verificate bene cosa fosse il Tibet rimarreste sorpresi della monarchia teocratica che lo governava, dalla forma di xenofobia promulgata e dallo schiavismo mai abbandonato. In centro a Manali si trovano anche vari internet point (1h 50r, collegamento veloce e skype disponibile), ma la cosa che si nota maggiormente sono gli occidentali che si aggirano per il paese in tenuta indianizzata, personalmente mi viene un po’ da riderre al vederli, ma ci sta e va messo in preventivo da subito. La temperatura a Manali è ottima per starsene in giro tranquillamente con una semplice maglietta, al massimo verso sera con una felpa si è a posto. Un tuk-tuk per fare Manali-Vashisht costa 40-50r, così dopo un limitatissimo shopping son pronto per l’ultima cena in compagnia di guida, cuoco ed autisti che inevitabilmente dopo tanto contenersi perché alle prese con una lavoro duro su posti altamenti insidiosi si lasciano andare ad una serata senza freni, ma se la sono meritata alla grandissima. Percorsi 135km, gli ultimi in jeep. 


Pastori che si riposano nella valle del Chandra River
16° giorno

Dopo di una sontuosa colazione in hotel è subito ora di spostare gli zaini su di un grande ma non propriamente comodo bus che in due tappe ci porterà a Delhi. Si percorre la Kullu Valley, nel mezzo di un verde intenso attorniati da infiniti negozi di pashmine. Il panorama è ben differente dalle meraviglie dello Spiti, in più viste le condizioni delle strade (molti lavori di migliorie) non c’è tanto tempo per escursioni varie così occorre andare senza possibilità di approfondire la conoscenza con quanto ci scorre a fianco. Passata Mandi sosta per pranzo in un grande ristorante (a dire il vero noi eravamo entrati in un buggigattolo a fianco che sembrava molto più rustico, ma poi ci hanno riportato loro stessi al ristorante perché era in pratica la medesima cosa) dell’hotel Raja (140r) dove assaggiamo vari piatti tipici contraddistinti dal solito piccante ammazza papille, ma tutto sommato quasi tutto molto buono. 50km dopo lo stato dell’Himachal Pradesh termina ed entriamo nel Punjab notando da subito enormi differenze. Intanto ci siamo abbassati di molto, la temperatura si è alzata velocemente e l’umidità impenna più di Troy Corser durante un nack-nack. Ma è anche la concentrazione di persone che riporta all’idea di India da immaginario collettivo, gente gente e gente che vive lungo grandi discariche alla ricerca di qualcosa che la possa portare sereno fino a domani. Il Punjab è lo stato che maggiormente ha subito l’esito della spartizione col Pakistan, dovendo rinunciare alla sua capitale, Lahore, designata ai vicini nemici. Così in pochissimi anni, sotto al progetto dell’architetto Le Courbusier è nata una moderna città che di India nulla presenta, ma che rappresenta o dovrebbe rappresentare il futuro di una nazione. Chandigarh (una specie di Brasilia indiana) è questa città, nostra meta per la serata. Ci arriviamo prima del tramonto quindi con un bel sole calate, percorrendo amplissimi viale con semafori dai temporizzatori ben indicanti sia i tempi per la luce verde che per quella rossa, spazi enormi e casette al massimo di 2 piani. Solo nelle zone del centro sorgono costruzioni più alte, destinate solitamente ad attività commerciali o a sedi ministeriali, perché, altra stranezza, Chandigarh è capitale del Punjab ma anche del vicino stato del Haryana. Del resto si saran chiesti, perché sprecare una città nuovissima (prime costruzioni attorno al 1955) come questa per un sol posto? Per l’ultima notte in un letto del viaggio ci concediamo il lusso del hotel City Heart anche perché fuori dai periodi di maggior turismo i prezzi precipitano e per poco più di 10€ si accede ud una camera splendida, in più c’è uso gratuito di internet (non veloce però come a Manali). Divisa per settori, in serata nel caldo ed umido ci giriamo il settore 17 in cui si trova l’hotel, tra grandi ristoranti, negozi dalle firme occidentali, ragazzi perfettamente integrati con le nostre abitudini (si dice che molti indiani bene vengano a vivere qui per staccare con l’India tradizionale) a fianco però nella notte tarda di autisti di bici per trasporto cose e persone che si adagiano su cartoni per giacigli (che comunque non ci disturbano mai). I ristoranti che si trovano in questa zona o sono carissimi oppure hanno aria condizionata da blocco intestinale, ne incontriamo almeno 2 molto interessanti, ma dai prezzi che equivalgono a quanto ci costerebbe mangiare 3 mesi lungo lo Spiti… Così rimediamo un Hot Millions (235r) dove i più cadono sulla pizza all’indiana, ma dove ci sarebbe anche un ricco buffet (ricco anche nel prezzo però) a fianco di chicche tipiche del luogo come le lasagna bolognaise. Per chi fuma, c’è la sala dedicata, in realtà è una terrazza esterna, quindi nel bel mezzo di un umido intenso. Percorsi 320km. 
17° giorno
Sveglia molto presto, non vogliamo trovarci nei guai per rallentamenti stradali, così la lauta colazione a disposizione è limitata perché cuochi ed inservienti si svegliano dopo di noi. Prima di lasciare Chandigarh visitiamo il Nek Chand Fantasy Rock Garden (10r), un grande parco realizzato da Nek Chand recuperando in oltre 30 anni pezzi di spazzatura che nel mezzo di questo dimenticato parco venivano scaricati. Il parco è effettivamente incredibile come ovunque qui vien descritto. Se l’inizio non impressiona, pian piano si rimane sbalorditi da quello che questo personaggio sia riuscito a creare. Cascate, grotte, enormi spazi ripieni di statue di vario tipo raffiguranti uomini ed animali, murales e quanto l’immaginazione potrebbe inventare qui c’è, pensate ad un parco Güell all’indiana. Non vi troverete la forza iconoclasta di Gaudì, ma ancora più varietà nel realizzare cose che vi lascieranno a bocca aperta, e come la Sagrada Familia, anche questo enorme parco è ancora in costruzione, uno spettacolo senza fine, eravamo entrati per farci un veloce giro e dopo 3 ore eravamo ancora dentro ai suoi tunnel segreti. All’uscita proviamo a vedere la parte istituzionale della città, tra la High Court e il Secretariat, cercando la scultura più celebre di Le Courbusier, una enorme mano aperta. Ma arrivarci non è affatto semplice, nessuno sa indicarci come oltrepassare la zona governativa e l’unica apertura è presidiata dai militari, ci va bene che non ci sparino addosso al primo passo nel territorio recintato (c’era una grande apertura, perché non entrare?) urlandoci solo dietro di uscire immediatamente. Il caldo è talmente umido che prima di mezzodì son già sudato fradicio,così mi rifugio in una preziosa spremuta di arancie (20r) che realizzano alcuni ragazzi nei paraggi, e pazienza se spunterà un po’ di ghiaccio di dubbia origine. Pare la bevanda migliore del mondo in questo caldo, e visto che il ghiaccio non porterà nessun conseguenza negativa, ne avranno a lamentarsi coloro che ne hanno rinunciato. Di tutta fretta si parte per Delhi, comprando da banchetti lungo la strada un po’ di cibarie (banana 5r, patatine 2r, acqua 15r). C’è anche una specie di autostrada, da intendersi però alla loro maniera, visto che camion, animali e biciclette la percorrono anche in senso contrario, comunque rispetto ai passaggi impossibili nelle montagne la tempistica è completamente diversa ed arriviamo a Delhi dalle parti del Red Fort che non sono nemmeno le 17, immaginando di aver parecchie ore in città per una veloce visita o per un po’ di shopping dal momento che l’aereo partirà alle 1:15 del giorno dopo. Però una pioggia monsonica (ci avevano tutti detto che questo sembrava un anno di siccità) ha sconvolto la città, file ovunque ed in molte strade oltre 50cm d’acqua dove i bambini si tuffano giocosi. Muoversi diventa un’impresa, per andare dal memoriale di Gandhi alla zona del Birla Mandir (appuntamento con una persona che deve assolutamente darci le conferme dei voli, vabbè) ci impieghiamo oltre 3ore ed a quel punto iniziamo a capire che forse sarebbe meglio iniziare ad andare all’aereoporto. Dopo aver percorso più volte i viali attorno all’India Gate che così vediamo totolmente illuminato entriamo in un traffico da girone dantesco (rarissime ormai a Delhi le splendide e caratteristiche vecchie auto Ambassador). Viali a tre corsie per senso di marcia, quando si intasano quelli nella propria carreggiata, qui vengono invasi anche le altre 3 riservate al altro senso di marcia, in modo da creare blocchi ovunque nella città. Servono 30’ per fare meno di 500m, e così iniziamo a preoccuparci di poter arrivare in tempo all’aereoporto. Nel mezzo della disperazione iniziamo a prendere in considerazione di fermare chi viaggia in moto (gli unici che si muovano, anche se su marciapiedi e giardini) per chiedere un passaggio. Fortunatamente entriamo in viali che hanno lo spartitraffico, così gli automobilisti locali che guidano ancora come se fossero in bicicletta, non possono invadere le corsie in senso opposto e pian piano ci muoviamo fino all’aereoporto. Arriviamo in ritardo rispetto all’orario richiesto (giusto un’ora prima della partenza), ma all’aereoporto son tutti messi come noi, vengono aperti check supplementari e così appena metto piede dalle parti dei check sono il primo e non faccio nemmeno in tempo a dividere cosa imbarcare e cosa portarmi al seguito (in India non cè problema con liquidi o prodotti “pericolosi” ma una volta in Europa le regole cambiano e chi non ha avuto tempo prima per discernere cosa mettere e dove finisce per lasciare cose preziose e costose) e decidere se stoppare lo zaino a Frankfurt o no. Alla fine son occorse oltre 6 ore per andare dal centro di Delhi all’aereoporto, nemmeno 15km di viaggio. In totale percorsi da Chandigarh 285km. 
18° giorno
Anche se arriviamo in ritardo, notiamo che l’imbarco sul volo AirIndia per Chicago con sosta a Frankfurt non è ancora iniziato, veniamo ad imparare che anche l’equipaggio arriverà in ritardo a causa del folle traffico locale, così partiamo con quasi un’ora di ritardo che però recupereremo nel volo (solo 10’ accusati all’arrivo). Appena decollati finalmente si cena, la giornata era trascorsa a patatine causa ritardi negli spostamenti, e non si può non ricadere sull’ultimo piatto indiano che viene offerto tra le tre opzioni. In queste condizioni mi è facilissimo dormire ed arrivo a Frankfurt non accorgendomi nemmeno delle oltre 7 ore di volo, intervallate poco prima della mattina da una abbondante colazione. A Frankfurt occorre rifare il passaggio della dogana e per chi ha dimenticato, coltellini, forbici, eccessi di batterie o qualsiasi contenitore di liquidi maggiore di 100cl (non vengono accettati nemmeno se messi nell’apposita busta trasparente che qui si paga) non è un bel momento dovendo rinunciare a prodotti a volte costosi o da tempo compagni di viaggi insosituibili. A Frankfurt ho una lunga attesa per il volo per Malpensa, ci sarebbe posto per un volo 4 ore prima per Linate ma avendo imbarcato il bagaglio fino a Malpensa non si può cambiare il volo. Per molti il ritardo di Delhi ha finito per avere spiacevoli conseguenze, sia in soldi che in tempo, ma alla fine dopo aver girato in lungo e largo l’aereoporto ed aver notato che un’ora di internet costa la bellezza di 16€, arriva anche il mio decollo. Il volo per Malpensa è puntuale anche in arrivo, nel frattempo ci vien servito un kit combinato con panino, bounty ed acqua. Il ritiro dello zaino è velocissimo, lo shuttle per la stazione parte in 5’ (7,5€ per 50’) e quando arrivo faccio al volo un biglietto per il primo treno in partenza per Bologna che è una freccia rossa ad alta velocità (39€ per 62’ effettivi di viaggio). Da quando son sbarcato a Malpensa a quando entro in casa a Bologna son passate meno di 3h, un tempo fantastico anche se con quei soldi ci avrei potuto girare mezza India godendomi dei ritmi lenti e rilassati del luogo, potendo meditare sui mali del mondo senza l’ansia che qui invece vedo sui volti di troppa gente.
Per info - Luca  - fer4768@tiscali.it

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