MONGOLIA 2011


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MONGOLIA
Il viaggio si è svolto in estate quando le condizioni climatiche sono più amiche....

 


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Il viaggio si è svolto in estate quando le condizioni climatiche sono più amiche. L’inverno è particolarmente ostico, con temperature che possono toccare il -60°, sommate ai collegamenti di fatto inesistenti permetterebbero una visita solo a chi possa permettersi tempi lunghissimi. 

La vita nella capitale sta assumendo connotati occidentali con tantissimi locali, ristoranti e divertimenti, ma usciti da Ulaanbaatar il nulla che tanto bene rappresenta la Mongolia diventa padrone assoluto della situazione, quindi occorre attrezzarsi. Nella parte del Gobi-Altai non esistono ancora infrastrutture per ospitare i viaggiatori, occorre far campo in autonomia o accordarsi coi nomadi per essere ospitati nelle loro gher, dalla zona del Gobi risalendo verso la capitale iniziano a trovarsi vari campi gher attrezzati, come essere in ottimi e bei campeggi. Possibile prelevare con bancomat/carta di credito nella capitale, dopo diventa difficile, ma esistono tanti piccoli uffici cambio valuta più convenienti, senza spese di commissione ed a tassi migliori. Se non si hanno mesi di tempo meglio affidarsi ad una agenzia che provvede ad organizzare gli spostamenti (le strade non esistono, talvolta nemmeno le piste) a bordo di vecchi mezzi sovietici privi di qualsiasi forma di elettronica perché così sempre riparabili. 

Non si misurano mai gli spostamenti in distanze chilometriche ma in tempo, è bene ricordarlo, ma saranno gli autisti a porre in evidenza questa questione. Gli autisti sono di fatto i padroni del viaggio, meglio entrare in empatia con loro, anche quando non parlano una parola che non sia la loro, un gesto, un’offerta di cibo, uno scambio di nomi sulle cose che si vedono mentre si viaggia diventa qualcosa di importante (per il bere son sempre munitissimi di latte di giumenta fermentato). Per arrivare in Mongolia dall’Europa esistono solo 2 combinazioni dirette, o con Miat (compagnia di bandiera mongola) da Berlino, scelta che ho fatto io, oppure con Aereoflot da Mosca, ma lì occorre cambiare aereoporto e di conseguenza essere muniti di visto russo. Il volo interno utilizzato da Ulaanbaatar ad Altai City è stato comprato con largo anticipo, i voli sono pochi e su Fokker da 50 posti (volo ottimo). 

Per entrare in Mongolia occorre il visto che si ottiene inviando il passaporto al consolato a Torino (non esiste ambasciata in Italia) con una spesa di 55€+ le spedizioni. Una volta giunti, per chi volesse rimanere in contatto con casa, i cellulari hanno campo in alcune limitate zone, a volte è bene vedere come si comportano gli autisti coi loro, nella zona del Gobi-Altai il segnale pareva sempre assente, i collegamenti internet si possono esserci nelle rare cittadine che si incontratano, non sempre funziona ma quando lo fa la velocità è accettabile, il costo irrisorio e le tastiere hanno caratteri occidentali. 

Palazzo Verde di Bogd Khan o Palazzo Invernale.
Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, il cui nome significa Eroe Rosso, omaggio al rivoluzionario Damdiny Sukhbaatar che lottò per l’indipendenza dalla Cina sancita nel 1921. Il palazzo Invernale ospita ora vari templi e musei, fu costruito ad inizio 1900 su volere dello zar Nicola II. Il clima ad Ulaanbatar in estate è temperato con notti fresche (siamo a 1.300m) mentre in inverno sfiora l’impossibile, stazionando mediamente tra i -30/35°, la capitale più fredda al mondo. La città si sta modernizzando, ma a fianco delle costruzione in cemento sorvono ancora tante tende (gher), più volte nel cortile che ospita la casa sorge anche la tenda.

 

 

 

 

 

 

Girovagando per il Nuraan Tuul a Ulaanbaatar, letteralmente Mercato Nero, ma non pensate male. Enorme mercato cittadino nella zona est della città (che conta circa un milione di persone su di un totale di meno di 3, considerate che il territorio è 5 volte e mezza l’Italia…). Per accedervi si pagano 50t (1.800 valgono un €), vi si trova di tutto ovviamente a prezzi molto bassi, ma prevalentemente oggetti per uso quotidiano e cibo. Meglio andarci di mattina, nel primo pomeriggio inizia a spopolarsi. Tenete però conto che se comprate molti prodotti avrete qualche problema con eventuali voli interni che permettono 10kg nel bagaglio nella stiva e solo 5 nel bagaglio a mano. Tutto viene regolarmente pesato, ma mentre il bagaglio nella stiva vien restituito solo all’arrivo (divertentissima la maniera ad Altai City), quello a mano una volta restituito può essere riempito nuovamente prima di imbarcarsi…

 

 

 

 

 


Tra le dune nella zona del Ereen Nuur, regione Gobi-Altai. Per arrivarci volo per Altai City e dopo si prosegue con le fide Uaz guidate da autisti locali che conoscono la steppa a memoria. Non esistono strade e sovente nemmeno sentieri, pare vadano a sentimento, magari qualche volta si ritorna sui propri passi ma non si perdono mai. Al lago di Ereen si abbeverano i cammelli battriani, sempre più rari, normale vederne in branchi, non si prendono paura e si possono avvicinare, personalmente sconsigliabile un viaggio sul dorso, incastrati tra le due gobbe. Il cammello, a differenza del dromedario, fa quasi sempre quelle che vuole lui. In queste zone occorre far campo in autonomia, non esistono campi attrezzati con gher turistiche né tantomento villaggi dove far tappa.

 

 

 

 

 

 

Benvenuti nella steppa mongola! La popolazione vive nelle gher, vita nomade dedita all’allevamento del bestime da curare con massima dedizione nei mesi estivi per far sì che durante i gelidi inverni resistano col poco che troveranno per alimentarsi. Se gli inverni son troppo lunghi e gelidi ci saranno le carestie (zud), le bestie moriranno e così termineranno le possibilità di sostentamento per le famiglie nomadi. Queste vivono nelle gher che hanno quasi tutte un pannello fotovoltaico e la parabola per ricevere il segnale televisivo, anche nel bel mezzo del nulla. In un luogo come quello nella foto non si trova nulla nel raggio di almeno 50km senza strade e con sentieri raramente tracciati, ma all’interno della gher c’è tutto quanto si necessiti per una dignitosa sopravvivenza, per intenderci qui non si vedono le dure condizioni di vita tipiche di Africa o India.

 

 

 

 

 

 

Deserto del Gobi, una famiglia intenta a sezionare una capra, non si deve sprecare nulla, la carne va essicata ponendola sopra alla gher, con sangue ed interiora si fanno alimenti necessari a sopportare le dure giornate di lavoro. Qui nel Gobi la temperatura estiva oltrepassa i 35°, nonostante sia un deserto l’inverno è comunque freddo. In questa zona con l’arrivo del turismo son sorti campi gher attrezzati dove pernottare. L’opzione prevede notte in gher, cena e colazione, le cene sono sempre identiche in tutte i campi, insalata mongola (come quella russa con piccoli bocconcini di carne), un piatto unico con carne stufata (quasi sempre ovino) con riso e verdure e per finire un dolce confezionato. Tè e caffè son compresi, acqua, vodka e birra van pagati a parte, per l’acqua consiglio di potabilizzarla in proprio utilizzando opportune taniche che si possono comprare al mercato di Altai City. Per la potabilizzazione noi l’abbiamo sempre eseguita con micropur, non reperibile in loco.

 

 

 

 

 


Le Rupi Fiammeggianti di Bayanzag. Uno dei paradisi mondiali per i ricercatori di dinosauri. L’accesso all’area prevede un piccolissimo museo contenuto in una gher, gli scheletri dei dinosauri si trovano al museo di storia nazionale di Ulaanbaatar (2.500t). Lo scenario è splendido, l’accesso a piedi permette di visitarsi in lungo e largo l’intera zona, volendo si può anche pernottare tra le rupi. Ricercatori all’opera anche ora, durante il periodo di vicinanza all’Unione Sovietica le ricerche furono sospese e son riprese solo a fine secolo. I ritrovamenti stanno affiorando di mese in mese, potreste essere i prossimi scopritori di un tesoro incredibile!

 

 

 

 

 

 

 



Giovani venditori crescono, nel mezzo del nulla tra il Gobi ed il monastero di Onghin Khid (meglio, le poche rovine rimaste) questo insolito incontro coi ragazzi intenti a vendere le loro suppellettili ai pochissimi viandanti. Immancabile il cavallo, il mezzo di trasporto principe della Mongolia, appena scalfito dalle Uaz anni ‘50/60 russe, che si rompono 3/4volte al giorno ma che vengono riparare ogni volta con un fil di ferro, della camera d’aria ed un cacciavite. Per poter inteloquire con la popolazione locale è necessario avere al seguito una guida che traduca, solitamente quasi tutte le guide ufficiali parlano inglese e francese, quella del mio viaggio parlava anche un discreto italiano, ed essendo per lui un corso accelerato di apprendimento questo ci ha permesso di entrare maggiormente in contatto con la realtà locale grazie al suo interesse nei nostri confronti.

 

 

 

 

 

 


Un’aquila reduce da un giro di caccia, tranquilla e mansueta ma libera a pochi passi fa sempre il suo effetto. La caccia con l’aquila è una tradizione della parte kazaka della Mongolia, si svolge regolarmente in inverno (e negli alti Altai significa farlo a -60°, in quei luoghi c’è stato il più grosso sbalzo termico della terra, in un inverno toccati i -63° ed in una estate i +40°), ma per mantenere allenati gli animali si procede a qualche “giro di prova” anche in altri periodi. Qui siamo nella Valle dell’Orkhon, non è facile incontrare addestratori all’opera, ovviamente alla prima visione la sosta è risultata obbligatoria, anche se il personaggio non è stato di troppe parole, a parte tranquillizarci sulle intenzioni della sua aquila.

 

 

 

 

 

 

 

Un guardiano del monastero/museo di Erdenee Zuu (quello dei 100 stupa, rimasto pressochè intatto anche durante il periodo di “amicizia” sovietica) con l’immancabile latte di giumenta fermentato. I mongoli ne bevono litri al giorno, non riescono a resistere senza, in città l’usanza scema, ma nelle steppe la bevanda è una vera e propria droga. Molto meno consistente del nostro latte, ma con un gusto vodkato intensissimo, quando si entra a visitare le famiglie nelle gher viene sempre offerto, se si intende rifiutarlo almeno bagnarsi le labbra è una buona abitudine, ma penso che con l’andar del tempo e col numero sempre maggiore di viandanti i nomadi non facciano più caso ad eventuali rifiuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Ovoo nella zona di Karhkorin, la vecchia Karakorum capitale del regno di Genghis Khan (nome originale Temucin), a cui ora i mongoli accostano qualsiasi cosa, dall’aereoporto internazionale della capitale (Chinggis Khaan) alle infinite varianti di vodka. L’ovoo è un cumulo di sassi, pietre, rami, soldi (da non prelevare, ma che spesso il vento porta ovunque) ed oggetti vari per usanze di derivazione sciamanica. Attorno all’ovoo occorrerebbe far 3 giri a piedi, quando in auto passare da una parte prestabilita ed uscirne dall’altra ed anche in quel caso fermarsi per i giri a piedi, ma gli autisti più usi a portare in giro i viaggiatori stanno perdendo quell’usanza. La religione imperante è il buddismo, e pian piano i tanti templi soppresi stanno riafforando, occorre dire anche per un mero aspetto turistico che porta con se il denaro, visto che si paga ad entrare (cifre minime, da 500 a 2.500t), ma soprattutto si paga per fotografare (minimo 5.000t).

 

 

 

 

 

 


Un gipeto barbuto mentre sorvola il canyon dell’avvoltoio nella zona di Yolin Am. In Mongolia il cielo azzurro non è mai completamente sgombro, tra aquile, nibbi, falchi, coturnice, sirratte, gipeti ed infinite altre tipologie di volatili si sta nel mezzo del paradiso del birwatcher. Fondamentale avere con se al seguito esperti nel riconoscimento altrimenti si finirebbe per classificare quasi tutto come aquila/falco…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valle dell’Orkhon nei dintorni di Karhkorin. Questa zona è già molto più aperta al turismo, raggiungibile in una giornata di jeep dalla capitale, offre grandi campi attrezzati ed un centro con saltuari possibilità di collegamento ad internet (ma non fateci troppo affidamento). Solitamente un’ora di collegamento costa sui 500t, ma le possibilità di accesso sono solo nei centri abitati, quindi rarissime. Alle spalle di questa vallata sorge l’enorme mappa che rappresenta le diverse estensioni del regno mongolo, da un piccolo punto nel mezzo di un continente fino a lambire il Danubio a Vienna.

 

 

 

 

 

 

 

Il Campo gher di Khairkhan nella Mongolia centrale. Qui le notti sono fredde, ma le tende sono dotate di stufe, quindi nessun problema. Occorre una certa pratica sia per aprire e chiudere la parte superiore della gher (che si apprende molto facilmente), sia nell’utilizzo della stufa e quasi sempre per questa funzione il personale predisposto esige farlo in proprio. Appena la stufa ha iniziato il suo lavoro si passa da temperature prossime allo zero ad un caldo equatoriale. I bagni son presenti in tutti i campi, in una costruzione in cemento separata ma mai riscaldata. Tra tutti i campi da segnalare quello di Tsenkher Junguur nel mezzo di un parco termale. Vasche con acqua bollente all’aria aperta, un luogo fantastico dopo l’ascesa al monastero di Tovkhon (sentieri non segnati, facile perdersi nel bosco).

 

 

 

 

 

 

Sul Vulcano Khorgo (nell’omonimo parco nazionale) adagiato sulle sponde del lago Bianco. L’ascesa al vulcano è semplice, molto meno raggiungerne l’interno perché le piccole pietre di lava trasformano il sentiero in un percorso di surf verso il basso. Ma l’esperienza è comunque bella, come le zone limitrofe al lago dov’è possibile fare belle escursioni a cavallo. I piccoli cavalli mongoli permettono di prendere velocemente confidenza ed in un attimo si inizia ad andare al trotto,trasformando una normale passeggiata in un giro andrenalinico…per 2h di cavallo 7.000€.

 

 

 

 

 

 

 


Le dune cantanti di Khongoryn Els, il luogo più celebre del deserto del Gobi. Le dune realmente cantano, per via del vento ma anche quande le si muove. L’ascesa a quella rappresentata in foto è stata di 210m, sprofondando dal primo passo ovviamente non è stato un semplice gioco, ma dalla sommità la vista è incredibile e poi buttandosi già all’impazzata si sprofonda nella sabbia e la si muove, e lì veramente la duna inizia a cantare. Pareva che un elicottero si fosse alzato in volo sopra di noi, invece era la duna che cantava. La magia del deserto non si esaurisce mai.

 

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