Messico del Nord e Baja California 2011


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Vista di Guanajuato dal Mirador San Miguel

2 note di commento

Il viaggio si è svolto tra dicembre e gennaio, temperature ottime di giorno, fresco quando non freddo di notte in quota.Tutti i costi riportati sono da intendersi a persona quando non specificato. Un € valeva nell’inverno 2010/11 indicativamente 16,5 pesos. I bancomat sono in tutte le città, non abbiamo mai avuto problemi a ritirare contante, i Bancomer hanno comissioni più basse delle altre banche. In Baja California quasi tutti vi si rivolgeranno in inglese, quindi penso che nessuno avrà problemi, ma cercate di parlare con tutti nella loro lingua, almeno un accenno visto che 2 parole dovrebbero essere alla portata di tutti, vi renderà molto più simpatici ed accettati, anzi se parlate con fluenza il castillano sarà facile che vi inizieranno a coinvolgere in lunghe chiaccherate ed offrirvi di tutto.  Le prese di corrente sono quelle di tipo americano, quindi occorre un adattatore che potrete trovare ovunque, la copertura per i telefoni cellulari è diffusissima, del resto i messicani son sempre al telefono. Le postazioni internet son numerose (costo da circa 10p all’ora in continente ai 20p della Baja), anche se ormai quasi tutte le strutture alberghiere mettono a disposizione il wi-fi gratuito (in castilliano trovere la scritta internet in alambrico), qualche ostello ha però alcune postazioni fisse a disposizione, ma rispetto a qualche anno fa questa soluzione si sta esaurendo. Le infinite compagnie di trasporti alla fin fine si riducono a pochissime capogruppo, quindi per i grandi spostamenti non c’è quella scelta enorme che pare vedersi dalle tante scritte diverse sui bus, ma i collegamenti sono infiniti per ogni destinazione. Nel nord non c’è quasi mai bisogno di prenotare in anticipo, pochi i viaggiatori incontrati, come per trovare da dormire, mai fissato nulla prima e sempre trovato con facilità estrema, anche se l’abitudine di incontrare gente che offra l’alloggio alla stazione dei bus nel nord non è diffusa, a parte a Creel all’arrivo del treno. In generale abbiamo mangiato sempre molto bene a cifre contenutissime, privilegiando strutture locali su consiglio degli abitanti del posto. Il problema dei narcos, perquanto mai visibili e mai alle prese col creare problemi agli stranieri è però forte, in alcuni casi non abbiamo trovato guide disposte a portarci in alcuni luoghi, ed in alcuni posti i controlli fanno perdere parecchio tempo, anche perché è palese che non incontreranno mai nulla in quella maniera, pare più un giustificare la funzione dell’esercito che altro (anche perché tutti vi narreranno della corruzione a livelli altissimi delle forze dell’ordine). La visita parziale e di alcuni luoghi specifici della capitale è conseguenza di altri passaggi precedenti nel DF. Passai da qui nel 2002, ora ritrovo l’effigie di Frida Kalho e di conseguenza Diego Rivera in ogni dove (quella di Frida anche sulla banconota da 500p), solo meno di 9 anni prima non era assolutamente così, una rivalutazione incredibile.

 

1° giorno

Volo Iberia da Bologna, ma al check-in qualcosa non va, siamo fermi e veniamo ad imparare che ci sono problemi ai macchinari dei raggi X, così partiamo con 2 ore di ritardo, mantenendole tutte all’arrivo a Madrid (2:20’, servono solo acqua e a scelta biscotti o noccioline). La coincidenza non la perdiamo viste le 4 ore a disposizione anche se lo spostamento dal terminal dei voli europei (4) a quello degli intercontinentali (4S) richiede circa 30’ , ma sempre con un volo Iberia (12:30’, con 3 pranzi/snack) arriviamo a Ciudad de Mexico (per tutti DF) senza bagagli. Lasciamo come tanti le identificazioni degli zaini e ci avvisano che ci avrebbero ricontattati per segnalare il posto dove farceli consegnare (chi avesse già una prenotazione può lasciarla subito). Le procedure per uscire dall’aereoporto senza bagagli son velocissime, e con la metro (al costo irrisorio di 3p) dopo 4 cambi di linee arriviamo allo Zocalo per cercare un posto all’Hostal Moneda, luogo centralissimo, comodo e festaiolo, dove se si sta almeno 3 notti si pagano 155p a notte, comprensivi di colazione e cena (non attendetevi però specialità locali). All’ostello forniscono asciugamani, sapone, lenzuola e panni (comunque per quello consiglio sempre di “ritirare” quello della compagnia aerea), altrimenti sarebbe stata dura senza praticamente nulla. Ovviamente dall’aereoporto non richiamano per sapere del nostro accomodamento, ma lo davamo per scontato. Sulla bella terrazza, dove cenare e colazionare, ci sono postazioni internet gratuite, oltre alla console per le feste organizzate di venerdì e sabato sera. Ma per oggi può bastare, tra il viaggio, la problematica zaino non arrivato e le 7 ore di fuso si può andare a dormire (festa in terrazza permettendo…).

Tramonto a Mazatlan, con sullo sfondo il traghetto per la Baja California

2° giorno

Colazione in ostello sulla terrazza (dalle 7:30 alle 10, salire 4 rampe di scale a 2200m senza acclimatamento si fa sentire, ma nessun problema), poi dopo aver saputo dall’aereoporto che non c’è traccia degli zaini cominciamo la visita del DF. Siamo appena dietro al Templo Mayor (51p), conosciuto anche come Tenochtitlan, ovvero il centro sacro della vecchia città azteca, il km zero della loro civiltà considerato il centro del mondo. Gli spagnoli rasero al suolo tutto per costruire la grande cattedrale, il tempio è stato rinvenuto solo nel 1978 ed i lavori fervono ancora, ma quello che si può vedere, compreso il magnifico museo, è già sufficiente per rimanere meravigliati e per maledire i conquistadores. All’interno del museo si trova la mostra temporanea Moctezuma II, banale dire che sia molto interessante, ma al di là di tutto il museo vale una visita solo per la enorme pietra rappresentante Coyolxauhqui, la cui vista migliore si ha dal secondo piano del museo. Miti e leggende, tombe e riafforamenti del momento, una visita qui richiede comunque tempo, diciamo 4 ore in tranquillità. Usciti dal Templo Mayor basta attraversare la strada per entrare al Palacio Nacional, quello per intendersi dei murales più celebri di Diego Rivera. In occasione dei 200 anni dal grido dell’indipendenza e da 100 dalla rivoluzione tutto il Messico è tirato a festa (ed il confronto coi 150 anni dell’unità d’Italia impietoso a loro favore) , ed entrare al palacio è come ripercorrere e rivivere la storia di questi 200 anni, anche se poi questa situazione si riproporrà in ogni posto, con tante iniziative sempre seguitissime dai messicani, segno che la storia può far cultura ed anche economia. Entrata gratuita ma 10p per il guardaroba (non si può entrare con zaini e borse, macchine fotografiche sì ma non si usano al chiuso), filmati sulla storia, museo molto interessante ed i murales che ormai sono un’icona della nazione, altra visita che ci rimette direttamente nella storia più profonda ed intensa. Immagini anche crude, come l’esposizione dei crani di Hidalgo (il prete visionario autore del grito dell’indipendenza, la cui campana potete mirate qui, traslata da Dolores de Hidalgo), Allende, Aldama e Jimenez, ma immancabili in una visita durante gli anniversari messicani, y  ¡Viva Mexico! Nel tardo pomeriggio lungo avenida 5 de mayo ci rifocilliamo al Cafè Popular (56p), prima di intraprendere un giro a piedi nella parte a nord est dello Zocalo, passando da Plaza Santo Domingo e dal Palacio y Museo Inquisicion (50p) che nella sede storica della inquisizione spagnola (durata fino al 1812) fa rivivere i terrori dell’epoca. Visita evitabile, è tutto rifatto e nemmeno bene. Continuiamo per il Mercado Abelardo Rodriguez dove si trovano altri interessanti murales di Diego Rivera, lungo le scale che conducono al piano superiore dove si trovano solo uffici. A quel punto, senza nessuna notizia degli zaini iniziamo a procurarci un po’ di cose almeno per lavarci, girando per qualche supermercato sempre nella zona attorno a Calle Moneda. Cena in ostello (dalle 19 alle 20:30, ma arrivte subito oppure restano solo scarti di cena), qualità decisamente scarsa e per nulla tipica, ma visto il tutto compreso ci adeguiamo. Di giorno temperatura ottima per poter girare a lungo a piedi, di sera occorre coprirsi, sceso il sole non si arriva a 10°. Nella nottata festa grande sulla terrazza, ma all’orario della movida siam già crollati.

3° giorno

Colazione all’ostello in terrazza, solita telefonata all’aereoporto senza nessuna notizia quindi partiamo per visitare i giardini galleggianti di Xochimilco. Per arrivare con la metro andiamo fino a Tasqueña e poi col tren ligero (3p, a fianco della metro) fino al capolinea di Xochimilco (dallo Zocalo servono oltre 90’ , segnalo agli appassionati che si passa a fianco del gigantesco stadio Azteca). Un tempo il DF era un lago che terminava proprio a Xochimilco, poi venne in parte bonificato dagli spagnoli (e la città ora sprofonda creando grandi disagi) lasciando aperti i canali di questa zona. Il giro da queste parti è diventata una della maggiori attrazioni per gli abitanti della capitale perché permette di prendersi una pausa di relax nella confusione della città e vedersi un luogo simpatico. Ci sono svariati imbarcaderos per le trajineras, piatte imbarcazioni coloratissime adatte a starsene in ozio, spinte da un palo che funge da pala ma che in realtà dà la spinta sul fondale (e che costa un capitombolo a rischio volo in acqua al nostro marinaio). Le imbarcazioni costano 200p ad ora, dipende poi quanto si voglia starsene in giro, ci si può salire anche in 20, sovente sono fiestas ambulanti, e si viene affincati da trajineras di marichi, di venditori di fiori, bibite, cibo, e si sbatte con tranquillità tra una e l’altra. Dopo 2 ore di giro, avendo visto alcuni canali e flora e fauna del posto riprendiamo il tren ligero e da Tasqueña un bus (4p) per Coyacan, un tempo luogo a parte della città, ora inglobata all’interno ma con un fascino tutto suo, meta di grandi visite per via della casa natale di Frida Kahlo e per quella di Leon Trotsky nel suo esilio finale. Lungo le strade del centro si trovano tanti comedores, pranziamo al banco del Ferrus (41p) e poi ci immergiamo nella vita bohemiene del posto per far tappa alla Casa Azul, ora museo Frida Kahlo (55p, comprensivi dell’ingresso a Anahuacali, la casa tempio fatta costruire da Diego Rivera). Visita alquanto interessante, direi assolutamente da non mancare, poi con nella testa la storia/leggenda dell’avventura segreta tra la pittrice e Trotsky è d’obbligo arrivare al museo dell’eroe della rivoluzione russa, colui che comandò l’armata rossa durante la rivoluzione d’ottobre. Per chi si stupisce della presenza del sovietico da queste parti, occorre dire che subì come tutti le ingerenze di Stalin, (in un’illustrazione presente nel museo emerge come nel 1940, anno della morte, dei personaggi di spessore dal 1920 solo lui e Stalin erano ancora vivi, e lui ancora per pochi giorni…) dovette uscire dal suo paese e dopo un lungo errare gli venne accordata la possibilità di ripare in Messico dall’allora presidente Lazaro Cardenas (lo stesso che ospitò vari giocatori del Barcelona durante la guerra civile in Spagna). Ovviamente questo museo è molto più angusto di quello di Frida Kahlo, ma permette di capire tante cose sull’esilio di Trotsky, che qui trovò la morte datagli da un agente di Stalin con una picozza. Il personaggio si chiamava Ramon Mercader, e giusto come nota di colore era il fratello della moglie di Vittorio De Sica. Continuiamo la visita di Coyacan e rientriamo verso la metro attraversando gli immensi Viveros, o meglio, il parco dei vivaisti. La metro ad ora di cena è un muro di gente, nonostante il numero incredibile di corse che si susseguono, ma visto il prezzo irrisorio e le problematiche del traffico su ruota (bloccata a giorni alterni a seconda dei numeri di targa e non pari o dispari..) si capisce il perché. Rientriamo per cena all’ostello, in serata c’è musica ma non tanta gente come la sera precedente, ed i nostri zaini continuano a non vedersi.  

Aquile di mare alla Laguna Ojo De Liebre

4° giorno

Colazione all’ostello in terrazza, poi dopo aver saputo che gli zaini dovrebbero essere arrivati in aereoporto o forse stanno arrivando, decidiamo di andarceli a prendere (nella speranza che ci siano) per poi partire verso nord. All’aereoporto ci fanno entrare senza grossi problemi alla zona bagagli, nessuno sa nulla e non si vedono, ci dicono di provare a salire all’ufficio Iberia per avere maggiori informazioni, ma uscendo (senza nessun controllo, siamo quelli dei bagagli vien urlato ai doganieri…) appoggiati in un angolo li scorgo e li recuperiamo notando che sono stati aperti, controllati e richiusi. Ma è già tanto averli trovati, così possiamo partire senza perdere tempo, rispettando l’idea originale. All’aereoporto c’è un piccolo terminal dei bus, per nostra fortuna un bus PrimeraPlus parte per Querétaro (256p, 3h) e nonostante la tariffa sia molto più alta dello standard decidiamo di prenderlo per non perder tempo. I controlli sono incredibili, stile imbarco aereoportuale europeo, con consegna di un kit cibo e ripresa filmata di ogni passeggero a bordo, il tutto per la sicurezza dei viaggiatori nei confronti degli zetas (i narcotrafficanti), in realtà per giustificare un prezzo più alto da parte della compagnia. A Querétaro si arriva via autostrada, ad accogliere la gente un’enorme bandiera del Mexico vicino alla Central Camionera (il terminal dei pulman). Con un bus (6p) arriviamo in centro e troviamo da dormire presso Hostal Diamante (175p, posto molto bello, con internet in alambrico), ma iniziamo subito la visita della città, teatro dell’indipendenza 200 anni fa, quando Miguel Hidalgo incontrava qui altri cospiratori pronti a dare la vita per l’indipendenza. Ovviamente tutto è tirato a festa per l’evento, ci giriamo piazze e piazzette, il clima è più caldo che al DF e c’è un mare di gente ovunque. Proviamo ad organizzare una spedizione che comprenda Sierra Gorda e Huasteca Potosina, ma il passaggio tra un luogo e l’altro non lo vuole fare nessuna guida per paura degli zetas, così dopo un lungo contrattare decidiamo di fissare per il giorno dopo solo una visita alla Sierra Gorda. Riprendiamo la visita fino al mirador che da sull’acquedotto (se ne vede un tratto ad archi di oltre un km) costuito dagli spagnoli, o come meglio dicono i queretareños, progettato dagli spagnoli e costruito dalla gente del posto. Leggenda narra che fu fatto per volere di un generale spagnolo innamorato di una monaca del convento in città, sprovvista di acqua il conquistadores diede ordine di portarla al convento e di conseguenza alla città. Scende presto la sera qui ma la città rimane piena di gente, si cena all’aperto e scegliamo La Mansion de San Marcos (165p) in Plaza de la Corregidora , attratti dalla parillada che però si rivela di qualità non eccelsa, anche se confrontata con la cena dell’ostello del DF è pur roba di alto livello. La città illuminata a festa in ottima maniera regala viste splendide dei palazzi di epoca coloniale, Querétaro era una delle città dell’argento, luogo importante per gli spagnoli dove costruirono importanti palazzi ancora ben conservati. Come già intravisto nel DF, qui in città ma anche nelle immediate periferie si vive bene, tutte quelle notizie che arrivano a proposito delle paure e miserie del Messico cadano velocemente, come ci accadrà di constatare anche nel prosieguo   del viaggio, a differenza della campagna dove la vità è ancora durissima. Altra cosa notata da subito, qualsiasi posto dove mangiare o bere è sempre fornito di amuchina in gel per i clienti (anche nei comedores in strada o nei mercati), una chicca che da noi non esiste.  

5° giorno

Partenza alle ore 7 per la Reserva de la Biosfera Sierra Gorda con Rogelio, guida della Sierradventuras (il tour costa 1.200p, da divedere per il gruppo che si riesce ad organizzare, fino a 8-9 persone è fattibile). La Reserva si trova nel mezzo di una zona aspra ma è verdissima e coperta di foreste, il viaggio da Querétaro necessita di 3 ore per arrivare a Pinal. Prima però passiamo da Bernal dove ammirare la Peña , il terzo monolite al mondo, che domina il tranquillo pueblo dall’alto di oltre 350m. Sosta a La Estacion per una ricca colazione da Peña Blanca (21p) a base di gorditas, che sono tacos molto spessi riempiti a piacimento con uova, salsiccia, barbacoa, stufati vari o verdure di ogni tipo, sembra un qualcosa di pesante ma qui tutti fanno una colazione nutrientissima. Prima di Pinal carichiamo un campesino amico di Rogelio che servirà per muovere la camioneta, visto che il nostro percorso sarà solo di andata. La guida (atletica ai massimi livelli, compie gare di corsa nella foresta fino ad 8 ore, roba da Tarahumara) ci fornisce anche i bastoncini per camminare visto che ci muoveremo prevalentemente in discesa, ma alla fine non vengono quasi mai utlizzati. Dovremo percorre circa 12-15km, partenza tranquilla così iniziamo a sentire i racconti della guida sulla vita da queste parti, un luogo da pochissimo scoperto dai viaggiatori, e visitato in pratica solo da questi, rare sono le visite degli abitanti locali. Prima di metà percorso c’è l’unica salita dura del cammino (nel bel mezzo di tanti maguey, la pianta da cui si ricava il distillato per tequila e mezcal), lungo un sentiero ampio e regolare, mentre la seconda parte, meno battuta è più brigosa perché coperta da molte foglie e radici. Quando raggiungiamo il Rio Escanela è tempo per rifocillarsi (occorre portare tutto con se da prima della partenza, non si incontra nulla lungo il sentiero), poi lo risaliamo all’interno di uno stretto cañon usando delle mensole messe come appoggi a mezz’aria, tutto molto bello ma poco pratico e non adatto a chi soffre di vertigini. Dopo questi passaggi si iniziano vari attraversamenti del fiume su sassi mobili per raggiungere una cascata e grotta, ma vista la situazione che prevede inevitabilmente di cadere in acqua io mi fermo attendendo il ritorno degli “eroi”. Nel frattempo mi imbatto nei lavoratori degli impianti idrici che devono guadare ogni giorno il fiume immergendosi fino al collo e poi farsi a piedi una lunga risalita sulla statale (oltre 1h di cammino), per loro fortuna oggi passiamo noi con una camioneta quasi vuota e riusciamo a stiparne quasi una decina. Sarebbe stato molto bello continuare la perlustrazione della Sierra Gorda fino alla Huasteca Potosina ma ahimè dobbiamo rientrare perché il percorso è ritenuto a rischio Zetas, e così quando il sole è già sceso entriamo in città coi primi acciacchi a ginocchia e caviglie che si fanno sentire causa le tante ore di discesa continua (per circa 1.300m. di dislivello). Pranziamo in un ristorante indigeno di fronte alla Alameda, il nome Al Mar dovrebbe chiarire il menù anche se siamo in piena montagna ed in effetti ceniamo a base di ottimo pesce spendendo pochissimo (95p), mentre il titolare passa l’intera serata ad intagliare una enorme radice. Sentendo che siamo italiani ed avendo una figlia che vive in Toscana ci chiede conferma dei tanti problemi che attanagliano l’Italia, cosa di cui si parla in Mexico quando si parla di Italia.      

Nel mezzo di uno stormo di uccelli alla Hitchcock

6° giorno

Di prima mattina lasciamo l’hotel per prendere un autobus destinazione central camionera. Visto che non ne passano, un ragazzo del posto ferma un taxi e ci dice di salire anche a noi, lui scenderà prima e dà indicazioni all’autista di portarci al posto delle partenze per S. Miguel de Allende, il tutto senza volere un solo peso. Con un bus Coordinados (50p, 75’ ) raggiungiamo la cittadina new-age o beatnik di S. Miguel de Allende, che deve il nome a S. Miguel, frate francescano fondatore del primo insediamento, ma soprattutto ad Allende che con Hidalgo è ritenuto uno dei fautori del Mexico indipendente. Il terminal è fuori città, con un bus (4,5p) raggiungiamo il centro e facciamo tappa nella splendida (come la sua titolare, peraltro) Posada S. Ana (225p), iniziando subito la visita della cittadina, coloratissima, piena di gente soprattutto statunitensi che vivono qui (non in Mexico, proprio qui, la città ne è piena) ma soprattutto tranquillisima anche se alcune piazze del centro son piene di negozietti con prezzi non da sierra mexicana. Ma lungo Insurgencias facciamo un pranzo tonico (55p) e dopo aver visto i vari templi, chiese, l’oratorio S. Felipe Neri e le piazzette è tempo per raggiungere uno dei celebrati stabilimenti termali nei paraggi. Dalla central camionera si prende qualsiasi bus (7p, 15’ ) con destinazione Dolores Hidalgo, l’autista ci indica la fermata più prossima a La Gruta (90p, da pagare alla cassiera intenta a stirare…), che dista solo 200m dalla statale ed è per giunta il più caratteristico. Fornito di armadietti dove riporre la roba senza costi aggiuntivi, si passa poi alle sue 3 piscine calde ed alla particolarità che lo fanno il più attraente dei tanti in zona (anche se nei fine settimana il più caotico) un lungo tunnel di quasi 30m che immette in una grotta dove un caldissimo getto di acqua fa da idromassaggio naturale, mentre vi troverete in una specie di bagno turco immerso nell’acqua. Una sensazione fantastica, poi essendo giornata infrasettimanale non c’è praticamente nessuno e non ci sono file o addirittura persone nella grotta. Non si vorrebbe mai uscire, ma al calar del sole chiudono e quindi occorre ritornare sulla strada ad attende un bus per il ritorno, che passa dopo pochissimo tempo (7p, 10’ ). Un salto alla posada per una doccia (ci sono anche alle terme, ma le acque della doccia odorano di “terme” anche loro), poi rimiriamo con l’illuminazione notturna la vivissima S. Miguel. Qui è pieno di ristoranti di alto livello, ma noi ovviamente ripieghiamo su di un El Infierno (90p) che serve piatti locali ottimi ed abbondanti, fatti al momento perché a parte 2 ragazzi amici dei gestori non c’è nessuno e cucinano solo per noi. Col benessere delle terme e con la tranquillità del suo centro storico è facile comprendere il perché S. Miguel sia stato scelto come luogo dove addolcire l’inverno da tanti statunitensi alternativi.        

7° giorno

Colazione in una fornitissima panaderia in calle Relox (12p) e caffè da Dolphy (12p) in piazza centrale, uno dei pochi aperti verso le 7, poi col bus raggiungiamo la central camionera per andare a Guanajuato con Omnibus del Bajio (73p, 90’ ). La central è molto fuori dal centro, occorre un lungo giro col bus (5p) per arrivare in zona centrale, e lo si fa percorrendo i tunnel sotterranei costruiti nel mezzo del vecchio percorso del fiume Guanjuato, deviato ad inizio ‘900 a seguito di una disastrosa alluvione. Emergiamo dai sotterranei in zona del Mercado Hidalgo e troviamo subito da dormire all’Hotel Central (225p), con spazi ampi in una camera decadente con terrazza sulla via principale (da qui in poi troveremo l’indicazione “regadora” in tanti alberghi, che starebbe non per l’annaffiatoio ma per disponibilità di doccia senza affitto di camera). Simbolo della città, visibile in migliaia di salse differenti, è la Calavera Catrina , scheletro femminile a rappresentare la morte, figura celeberrima ed osannatissima per i messicani, rappresentata nell’esecuzione dello scultore Josè Guadalupe Posada. Lasciare Guanajuato senza un suo souvenir nella più amabile delle reinterpretazioni è quanto di più offensivo si possa fare! La cittadina, una delle più celebri delle città dell’argento, appare immediatamente splendida, costruita sui due lati del canyon che la attraversa, coloratissima e piena di gente che si sposta tra i tanti negozi, locali, posti storici e vedute incredibili. Luogo celebre per le vacanze dei mexicanos, è piena all’incredibile di gente e percorrere la stretta e tortuosa avenida Juarez/Obregon è un’impresa. Iniziamo a perlustrare il centro storico passando dal Callejon del beso, la via più stretta del mondo, dove il balcone di una facciata finisce nel muro dell’altra, notando come l’eroe sia Cervantes ed i suoi Don Quijote&Sancho Panza, qui ogni ottobre si tiene un importantissimo Festival Cervantinos ed in occasione dei 200 anni dall’indipendenza la città è stata sede dell’expo e culla della cultura del mezoamerica, cosa che emana da ogni pietra, non fosse per la presenza pesante ed invadente della polizia in ogni dove in assetto da guerra. Da dietro il teatro Juarez saliamo col funicolar (15p) al Mirador San Miguel da dove la vista è favolosa. Di fronte e sotto di noi sorge una coloratissima ed  incredibile città che sale e scende dai suoi tanti cerros, una vista che nel sole costante e senza nuvole del Mexico (ma non era Messico&nuvole?) “costringe” ad un numero infinito di scatti fotografici. Non fosse per la mancanza del mare, la visione riporta alla mente quella della fantastica e decadente Valparaiso in Cile, anche se qui sembra tutto in fermento ed espansione mentre là tutto in ridimensionamento forzato a causa del canale di Panamà che le ha tolto il passaggio di ogni nave commerciale. Scendiamo a piedi per visitare la parte est della città (dove si trova il museo di Cervantes, iconografico del Quijote) ritornando in centro per una via più a nord della principale che dopo tante piazzette che quasi sembrano finte ci porta alla casa natale di Diego Rivera (20p), ora monumento nazionale ma va ricordato che al tempo il pittore era persona non grata nella sua città inquanto bolscevico. Ora ovviamente fa molto comodo all’economia locale esibire questa interessantissima casa/museo che ospita anche mostre temporanee come quella apprezzabilissima presente al momento di Jazamoart. In plaza S. Fernando facciamo tappa per un refrescos poi iniziamo la visita della parte più a ovest che ha come caposaldo la Alhondidas de Granadies (49p), luogo simbolo dell’indipendenza, dove avvenne la prima vittoria contro il potere spagnolo degli indigeni locali guidati da El Pipila, ma dove nel prosieguo della guerra di liberazione vennero esposte ai quattro lati come monito futuro le teste dei leader caduti, fra cui Hidalgo. Dopo aver fatto sosta in un intenet point (10p x ora, con a fianco un personaggio intento a cercare svendite di armi…), visitiamo il grande mercato Hidalgo per far tappa a cena al Rest. TicTac (120p) dove assaggio la zuppa locale, il pozole rojo con carne e mais, oltre ovviamente ad una grande portata di bistecca alla tampiqueña. La signora che gestisce il locale mi fa notare la differenza tra l’ordinare acqua minerale (quasi solo gasata) da quella in bottiglia (una sorta di microfiltrata, sovente marche legate alla CocaCola) oppure purificata da loro. Tra le seconde due non c’è in pratica differenza, prezzo a parte. La sera, con temperatura che necessita almeno di una felpa, è ideale per vedersi con più calma e molta meno gente la splendida città, ben illuminata e sempre gradevolissima, peccato solo che la miniera più celebre si trovi ben al di fuori dalla città e necessiti di più tempo per visitarla.     

Sito di La Quemada, stato di Zacatecas

8° giorno

Colazione abbondante al Mercado Hidalgo (25p) e col bus ci dirigiamo alla central camionera dove impariamo che per andare a San Luis de Potosì non c’è un collegamento diretto ma occorre andare a Leon con bus Metropolitano (40p, 45’ ) e poi con PrimeraPlus (185p, 3h) raggiungere la capitale dell’omonimo stato. La central è fuori dalla città, con un bus (5,80p) raggiungiamo la ex stazione dei treni dove si trovano tanti hotel economici di livello veramente basso. Scegliamo  l’hotel Estacion (50p), basico all’ennesima potenza, per poi dedicarci subito alla visita della città, grande città che a parte piazze su piazze ed alcuni palazzi coloniani non ha nulla di rilevante da regalare ai viandanti. Inoltre molti musei/tempi sono chiusi, riusciamo a vedere solo il museo del Virreinado (15p, vicereame spagnolo), alquando deludente, ma viste le premesse non ci attendevamo altro. Tempo per degustare le famose paletas (ghiaccioli di crema o acqua a gusti incredibili) e per notare che anche il parco dell’alameda non presenta nessuna attrattiva. Così dopo un veloce giro in internet (8p x ora) ci dirigiamo nella zona nord-est del centro immersa in un infinito mercato che fa perdere l’orientamento. Non che si siano cose imperdibili, ma lasciarsi trasportare nella baraonda fa molto Mexico, in una parte del mercato ci si imbatte anche in pseudovetrine stile Amsterdam, ma tutto molto tranquillo dove parlare col salumiere o con la meritrice pare cosa quotidiana per i potosinos. Trovata la strada per uscire da questo infinito luogo che si riproduce strada per strada il difficile diviene incontrare un ristorante dove rifocillarsi, così dopo un lungo peregrinare dobbiamo chiedere in giro info e ci viene consigliato un posto dalle dimensioni pari al mercato, da poliziotti locali, visto che altre persone non sapevano dove indirizzarci. Finiamo la serata al Rest. Pacifico (150p), con una sopa de hongos muy rica ed il solito piatto a base di carne di dimensioni da dinosauri. Rientriamo nel tugurio della Estacion dove fuori dalla camera tipo prigione bulgara c’è almeno una ottima e spaziosa doccia calda, la cosa migliore dell’hotel presumibilmente privo di stelle (ma per l’equivalente di 3€ non ci si può lamentare, anzi).

9° giorno

Colazione da Tacos Javier con la solita (per il posto) barbacoa (19p), poi raggiunta la central camionera con un bus locale prendiamo un pulmann Sendor per Matehuala (160p, 2:15’) fermata intermedia per raggiungere Real de Catorce dove andiamo con Tamaulipas (65p). Il pueblo magico di R14 sarà ai più famoso perché è il luogo magico del peyote, quello che si vedeva nel film Puerto Escondido di Salvatores, raggiungibile con un lungo e stretto tunnel nel mezzo della desertica sierra. Lasciata la statale si inizia a salire su di una strada acciottolata ed il bus si rompe, un problema alla trasmissione lo mette fuori uso, ne attendiamo un altro più stretto che sarebbe poi quello adatto a passare il tunnel Ogarrio che immette a R14. Attendiamo circa 90’ , poi saliamo sul bus per arrivare in quota ed entrare nel tunnel di 2,5km, incredibilmente stretto, infatti il bus sbatte ripetutamente contro le rocce nel buio totale, visto che a parte le luci del mezzo di trasporto l’illuminazione è assente, ovviamente non c’è spazio per fermarsi e il senso di marcia è forzatamente alternato. Sbuchiamo a Real de Catorce nel pomeriggio inoltrato, la luce è incredibile a 2.750m in un luogo che pare incontaminato, ed appena scesi si viene subito avvicinati per passaggi a cavallo e posti per dormire. Troviamo rifugio nel caratteristico Real de Alamos (250p, terrazza con vista splendida sul tetto, posto per pranzare all’aperto indisturbati e per stendere i panni lavati), non c’è riscaldamento ma tante coperte pesanti, mentre in bagno la doccia è caldissima, ma visto il ritardo iniziamo subito a perlustrare il pueblito e a fissare le escursioni dell’indomani, giorno di natale. Il pueblo magico (il nome è dato dallo stato mexicano a tutti i villaggi caratteristici) si gira tranquillamente a piedi, è pieno di gente che fa una scappata in giornata ma anche abitato da personaggi da film (vedi Rolando, italiano che attende la pensione e sverna qui da 17 anni facendo insaccati oppure la guida per chi va alla ricerca del peyote nel deserto) che fanno base al locale saloon (sì, quello da farwest con le porte ad ante) con prezzi contenutissimi per tutte le consumazioni (10p per una birra, 6p per una cocacola in bottiglia). La vita qui, a parte il discorso turisti, è dura, la natura la fa da padrona ed anche coltivare un po’ di terra è un’impresa ardua. Ci dicono che la maggior parte dei ristoranti è gestita da gente di fuori che preferisce far lavorare loro compaesani (vedendo all’opera i catorceños non si può dargli torto), e la miseria si fa sentire anche ai giorni nostri. Dir che il luogo sia caratteristico è poco, il vecchio Mexico che torna alla ribalta, incastonato in una valle inaccessibile, con colori splendenti e stamberghe cadenti. Dal paese è visibile il vecchio villaggio fantasma, in alto sopra al tunnel, ma ci andremo domani, ora facciamo un giro al mercato e prendiamo accordi per un giro a cavallo per il giorno dopo. Una splendida vista al tramonto la si ha dal lato opporto all’ingresso del tunnel, nei pressi di una abitazione situata a strapiombo sul cañon, colori, abiatazioni fantasma, cactus e montagne desertiche, il rifugio dei briganti! La signora dell’hotel ci consiglia di cenare da Doña Anita, troviamo la casa (perché non di ristorante si tratta) ed entriamo senza capire se si possa mangiare o meno. Ci offre un pozole di certo buono ed una bevanda, ma altro non ha, così lasciamo 35p e cerchiamo di finire la serata in un vero ristorante visto che non tocchiamo cibo dall’alba ed il freddo si fa intenso. Ci fermiamo alla Meson de la Abundancia (85p), nome che non tradisce le aspettative, al caldo del focolare in un posto che fa parte di un hotel di pregio ma aperto a tutti. Come antipasto ci danno da gustare i frutti dei cactus, marinati nella giusta maniera sono proprio una specialità. Al calare della notte, quando la maggior parte dei turisti locali ha lasciato il pueblito, la magia di Real de Catorce emerge prorompente, si comprende a tutti gli effetti di essere in un luogo fonte di energia non solo per i cultori del peyote ma per chiunque voglia sentirsi in pace col mondo. 

Come si viaggia sulle Ford Willy da Real a Estacion de Catorce

10° giorno

Sveglia di buon mattino, colazione alla Meson de la Abundancia (28p, dove Rolando ci racconta la sua storia, mentre beve un caffè quotidianamente offerto dai proprietari del posto) e poi partiamo per visitare il villaggio fantasma che si trova a circa 45’ di distanza lungo un percorso in salita. La vista che si apre dal sentiro sul pueblo e sui dintorni pieni di cactus è un incanto, ma la vista migliore si gode da uno strapiombo dentro al villaggio fantasma (10p). In realtà di villaggi fantasma ne incontreremo più di uno girovagando nei dintorni, ma questo è il più caratteristico per via della vista che regala. Da qui si può fare un percorso circolare che porta sul crinale e rientrare al villaggio passando dalla croce che domina Real de Catorce. Dal primo villaggio fantasma si sale in direzione dei ripetitori, poi si prende un sentiro sulla sx che declina pian piano dove occorre tenersi sempre sul lato sx per ritornare verso la croce che però non si vede fino all’ultimo. Se seguite sempre il sentiero principale finite per allontanarvi, ma ad un certo punto bisogna scendere e da lì la croce sarà visibile. Quello è il punto che permette di vedere al meglio il villaggio, poi occorre scendere e le alternative son tante perché non segnate e quindi “casuali”, ma vedendo sempre la meta non è un problema. Noi tocchiamo terra nei dintorni dell’arena de toros, poi rientriamo verso il centro cercando la Palenque de Gallos, l’arena per i combattimenti dei galli, aperta ma ovviamente non più utilizzata. Saliamo nella terrazza dell’hotel giusto in tempo per gustarci l’arrivo di una grande nuvola a coprire con effetto lisergico tutto il paese, insomma non serve il peyote per volare in queste lande. Riposati al sole mentre un gruppo di asiatici se ne sta in contemplazione del medesimo, raggiungiamo Pedro, guida cavallerizza che ci porterà coi suoi ronzini a El Quemado, una montagna di 3.000m che domina il deserto sottostante. Pedro è stata la prima guida (sono tutte identificate da una licenza che portano appesa al collo) ad offrirci il giro a cavallo, fatica a farsi comprendere, ha occhi che guardano in punti divergenti, non sa leggere e scrivere e ci sorge il dubbio che nessuno mai lo ingaggi. Diciamo che ci siam fatti impietosire e gli abbiam dato fiducia, lui viene al seguito a piedi, prova a raccontarci qualche storia locale ma capirlo è un’impresa titanica, anche se alla lunga presa un po’ la mano diventa quasi comprensibile. Occorre un’ora di cavallo al passo per arrivare al luogo di accesso al El Quemado (20p), dove si sale in 10’ , luogo sacro degli Huichol, i soli che possono consumare peyote legalmente (il peyote è mezcalina, la cultura locale degli huichol si è sempre nutrita di questo frutto della terra, ed annualmente fanno un pellegrinaggio in questi luoghi in adorazione del dio sole consumando appunto peyote). Dalla vetta di El Quemado la vista spazia sull’infinito del deserto e su tutte le montagne della Sierra, i cactus presenti sono incantevoli e liberano l’immaginazione fotografica. Questo è un luogo bandito alla fretta, descansa y disfruta direbbe una delle più grandi guide con cui son stato in escursione nella mia vita, e questo è quanto facciamo quassù. Ma occorre rientrare prima che faccia buio, così pian piano scendiamo a riprendere i cavalli e ritorniamo a R14 dove paghiamo Pedro (150p, per 3h), però deve chiamare un amico per capire se i soldi vadano bene e ci reimmergiamo nel villaggio che col sole già calato pare avvolto in un freddo ben più pungete della sera precedende. E’ tempo per scaldarci, tappa al Cafè Azul per un cioccolata in tazza (20p), dove ci sono anche 2 netbook a disposizione per navigare in rete. Quando le tenebre si son già impadronite del luogo visitiamo la cattedrale con una sala stracolma di retablos, mentre la casa de la moneda che dovrebbe essere restaurata da poco pare un rimasuglio del tempo aureo e nulla più. Cenare è un problema, è il 25 dicembre e quasi tutto è chiuso, troviamo solo il Monterrey (100p) che ha il cattivo uso di lasciare la porta aperta e così nonostante il focolare il freddo invade la sala e la grigliata si raffredda troppo velocemente. Perché il posto si chiama Real de Catorce? Perché 14 furoni gli spagnoli uccisi dalla popolazione indigena nel 1.700, gli spagnoli venivano chiamati i reali e così il nome a monito futuro, Reale dei 14. Il posto diventato importante per via dell’argento pian piano è andato dimenticato mentre il prezioso minerale si esauriva e perché il posto era troppo difficile da difendere e divenne un nascondiglio ideale per i banditi ed in seguito per i rivoluzionari di Pancho Villa. Il peyote ha ridato celebrità al posto negli anni ’80, ora la vena aurea del tubero pare in decadenza, ma se passate di qua a settembre, nel periodo di migrazione degli huichol, ci dicono che le feste siano ancora un grandissimo evento e avrete la possibilità di immergervi nella cultura di questa popolazione che vive nello stato del Jalisco.      

11° giorno

Con grande tranquillità facciamo colazione da Doña Chila (24p) con sabrosas gorditas, poi ci giriamo per l’ultima volta R14 iniziando a contrattare con gli autisti delle Willy un passaggio per Estacion de Catorce. Ci dicono di presentarci in piazza alle 11:30, a mezzogiorno la prima jeep piena partirà sicuramente. Così facciamo dopo aver incontrato ed augurato un grande in bocca al lupo a Rolando, il passaggio costa 40p e dura approssimativamente un’ora. Le Ford Willy sono vecchie jeep dei primi anni ’50, strette, lunghe e con grande luce a terra, adatte ad un percorso accidentato come quelle che dovremo affrontare, con 8 posti all’interno, anche se ad un certo punto iniziamo a preoccuparci visto l’affollamento che si sta creando. Partiamo in 22 sull’esile mezzo che pare aver visto giorni più fausti, in 11 all’interno, 5 sulla ribaltina posteriore e 6 sul tetto delicatamente appoggiati sui bagagli. Il sentiro scende, o meglio precipita a strapiombo sul baratro, io dall’interno fatico a vedere lo scenario spettacolare che ci circonda,  tra buche e pendenza il viaggio è particolarmente scomodo, ma è anche l’unica maniera per non ritornare a Matehuala e guadagnare tempo, oltre ad attraversare il deserto circostante. In qualche modo arriviamo sani e salvi a Estacion de Catorce, un luogo che avrebbe fatto la gioia di Sergio Leone, 2 binari che tagliano il nulla coi miraggi che avviluppano il panorama, qui apprendiamo che il primo bus in partenza è pieno mentre il seguente, previsto verso sera non ci permetterebbe di raggiungere Zacatecas in giornata. Ci viene concesso di viaggiare in piedi, così prendiamo al volo il biglietto per un bus Transportes Frontera (65p) che si presenta con oltre un’ora di ritardo. Quando arriva, assistendo alle incredibili manovre per stipare all’interno passeggeri e bagagli capiamo al volo il perché del ritardo, ma partiamo e ci scambiamo sovente il passo con un lungo treno merci (77 vagoni per l’esattezza, nel mezzo del deserto è un passatempo anche contare questi pezzi…). Trovo da sedere per terra, ho sul collo un enorme bagaglio e davanti una famiglia messicana che per tutto il viaggio mangia patatine ed altri fritti misti abbeverandosi a bottiglie di CocaCola giganti, ma non posso lamentarmi. Arriviamo a San Tiburcio dopo 90’ , accorgendoci che si tratta di un incrocio lungo la ruta nazional Zacatecas-Saltillo e nulla più. Alla fermata del bus per Zacatecas c’è un giovane coppia che attende e ci sentiamo confortati visto che non siamo soli quindi qualcosa dovrebbe passare, ma la lunga attesa non porta a nulla. Rari pulman passano e nessuno si ferma, così dopo 2 ore di attesa faccio un salto alla tavola calda di fronte dove apprendo dalla gestrice che per oggi non ci dovrebbero più esser mezzi per Zacatecas, ne passerà uno ma essendo un directo e non de paso non ci caricherà, soprattutto se farà già buio. L’alternativa, visto che dormire sotto la pensilina non è il caso causa freddo, potrebbe essere un hotelito presso un ranch nei paraggi che lei conosce, ringrazio e faccio presente che a breve potremmo rivederci. Ma incredibilmente il pulman Omnibus del Mexico si ferma dopo che ci siam sbracciati in mezzo alla strada e ci carica, paghiamo all’autista 150p (che immagino cadano nelle sue tasche dato che non ci fornisce il biglietto, ma dobbiamo solo ringraziare) e dopo 2:30’ arriviamo alla central camionera di Zacatecas. Visto che è già tardi e che non si vedono bus, chiediamo ad un taxista di portarci in centro (30p), possibilmente presso un alloggio economico, e lui ci lascia all’Hostal Margueritas (110p, con internet in alambrico ed uso cucina), centrale, economico e praticamente senza quasi nessun ospite, unico problema l’acqua calda, non essendoci praticamente nessuno la persona al banco aveva già spento il boiler. Per cenare andiamo nella vicina Plazuela Garcia e testiamo la Taqueria Wendy (120p), posto di gran moda, dove servono tacos ed enchiladas in ogni possibile salsa (io le provo alla svizzera), ma dove il fritto vi accompagnerà per lungo tempo intriso nei vestiti. Però il posto è molto bello e trovare posto non facile, noi riusciamo perché in 2 e ci infilano a fianco dell’entrata dove la temperatura si abbassa fortemente ai 2.450m di Zacatecas.  

Vista di Real De Catorce dal pueblo fantasma

12° giorno

Di prima mattina è tutto chiuso, fortunatamente non la Panificadora S. Cruz a fianco della cattedrale (26p per una fantastica colazione), con un bus (25p, 40’ ) in direzione Villanueva (da Blvd Lopes Mateos) ci facciamo scaricare sulla statale all’incrocio per il sito archeologico La Quemada , che si raggiunge lungo una laterale a sx a piedi dopo 2km di sierra desertica. L’entrata costa 41p, la visita al museo 10p (compreso uso dei servizi igenici diligentemente puliti), il posto è in leggera ascesa perché domina l’intera vallata. Varie e differenti le storie legate a questo sito che si apre dalla grande sala delle colonne, per accedere poi ad un lunghissimo campo della pelota che termina con una splendida piramide che ha sul lato sx una grande ed imperiale scala con accesso alla parte superiore del luogo, ancora ben conservato. La vista spazia sul territorio fino a perdersi, il sito è quanto di più interessante si possa perlustrare nel nord del Mexico, fortunatamente son pochissimi i visitatori e lo si può gustare in grande tranquillità. Se si vuole arrivare al punto termiale, saliti sul crinale si segue uno stretto sentire immerso in fitti cactus, la leggenda narra la presenza di serpenti a sonagli, fate voi, la vista dal punto terminale non è niente di eccezionale perché quella parte di sito è peggio conservata e si notano solo le fondamenta delle costruzioni ma nulla di più. La precedente vista che da sulla sala delle colonne e sulla piramide con lago sullo sfondo è invece spettacolare, magari non come Teotihuacán ma poco ci manca (molto diversa dai siti maya del sud perché manca la foresta, del resto si chiama La Quemada e quello che era presente ondò bruciato). Mentre rientriamo il camion cisterna che porta acqua al luogo si ferma e ci carica, portandoci fino in zona della central camionera, deviando dal percorso stabilito, ma evidentemente per i 2 operai fare un favore a 2 viandanti a piedi lungo una strada desertica deve esser stato un atto di grande sollievo. Al terminal ci prendiamo con anticipo un biglietto per la notte successiva destinazione Los Mochis, poi con un bus (4,5p) rientriamo in centro città, l’ultima delle storiche città dell’argento, forse non caratteristica come Guanajuato ma a livello di monumenti più interessante. Non si trova dentro ad un cañon ma tra varie colline e si nota sempre la funicolare che ne collega 2 in fronte e nelle parti opposte della città, una escursione che dedicheremo al giorno seguente. Iniziamo la visita del centro passando per un mercato artesano molto interessante (e ve lo dice uno non propriamente preso dalla solita paccotiglia tutta uguale), dove trovare i più svariati oggetti lavorati sia in legno (spesso cactus) che metallo, oppure minerali lavorati a forma di machete molto caratteristici, portaceneri e pietre a celebrare la miniera più imporante della città, cuoio in ogni forma ed il tutto a prezzi contenutissimi. Il mercato si snoda attorno alla via principale quindi è impossibile non trovarlo. Dopo una visita in internet (10p per ora), nella zona di avenida Juan de Tolosa se ne trovano più di uno fianco all’altro, ed una sosta in ostello per accertarci che l’acqua calda sia a disposizione, è tempo di cena. Vorremmo provare il celeberrimo Rest. Los Dorados de Villa (da queste parti Pancho Villa è un grandissimo eroe) ma è tutto esaurito e si entra solo grazie a vecchie prenotazioni, così troviamo lungo la strada principale il coloratissimo El Pueblito (128p) dove consumiamo una ottima cena. A fianco c’è un bar dove suonano dal vivo, ma l’attenzione è limitatissima e così dopo 2 pezzi intonati alla chitarra essendo gli unici avventori salutiamo il mesto artista e ritorniamo sui nostri passi, salendo sul tetto dell’ostello dove si possono fare spettacolari foto alla città illuminata, soprattutto in direzione del Cerro de la Bufa.  

13° giorno

Ovvia colazione presso la panificadora S. Cruz (22p, lo considero il miglior posto per far colazione del viaggio, oltre ad essere nettamente il migliore per qualità/prezzo) e poi visita della città, partendo dalla Mina Eden, la maggior fonte di ricchezza della città. Si trova a fianco della funicolare sul Cerro del Grillo, ma si può accedere anche dall’entrata a sud-ovest, apre alle 9:30 (80p, compresa guida), ed infilati cuffia igenica e caschetto parte la ricognizione ad una vena aurea che ha fatto la fortuna soprattutto della Spagna, per i messicani è stata più una forma di morte precoce di tanti lavoratori che un reale guadagno, anche se la ricchezza portata alla città è sotto gli occhi di tutti. Si scende in ascensore per 40m poi tra ponti e passaggi nella roccia inizia l’esplorazione di una mina attiva fino al secolo scorso, hanno fermato i lavori solo perché con l’ingrandirsi della città le esplosioni sotterranee per aprire nuove vie erano diventate troppo pericolose. Spettacolo bellissimo, laghi d’acqua incantata si stagliano tra colorazioni svariate, crepacci, buche, pericolanti ponti si intersecano di continuo, poi raggiungiamo il versante ovest dove c’è anche l’accesso alla discoteca, l’unica al mondo all’interno di una miniera, dove per motivi si sicurezza è stato installato un ripetitore telefonico (se avete un cellulare qui potete usarlo anche se vi trovate quasi 100m sottoterra..). Al termine c’è il museo della miniera dove sono raccolte le pietre ed i cristalli più incredibili non solo del Mexico ma di buona parte del mondo, non manca un negozio di souvenir, nel caso vogliate approffitarne. Con un trenino si viene portati all’uscita ovest dove a piedi facciamo il percorso inverso per andare all’accesso della funicolare e raggiungere il Cerro La Bufa. Il viaggio di sola andata costa 30p, è spettacolare la vista della città da sopra ma soprattutto la splendida vista che si gode dall’osservatorio in cima al cerro. Qui oltre alla vista si trovano un mercato, una chiesa, la piazza degli eroi con al centro la statua di Pancho Villa a cavallo, la cappella degli uomini illustri di Zacatecas ed il museo della presa della città ad opera ovviamente di Villa. Si può scendere anche a piedi e così decidiamo di fare arrivando proprio dietro al palacio del gobierno dove nella piazza antistante si trova una pista da pattinaggio su ghiaccio che è la grandissima novità del natale 2010, paradiso dei bambini ma non solo. Salendo sull’altro versante si trova il grande e completissimo Museo Pedro Coronel (30p, possibilità di lasciare zaini ed oggetti custoditi gratuitamente), una incredibile collezione di opere d’arte dove emergono perle di Picasso, Matisse, Mirò ed infiniti altri, oltre a statue ed oggetti a rappresentare le tradizioni del mondo intero. Imperdibile, occorrono almeno 2 ore per vederlo in maniera decente, ma sono un ottimo investimento. Da qui continuiamo per il convento francescano ed il museo delle maschere (visto entrando senza biglietto, non so dirvi il costo), maschere che sono una delle caratteristiche principi dello stato e che qui si trovano in almeno un migliaio di tipi distinti. Purtroppo il nostro tempo a Zacatecas sta scadendo, non ci rimane che recuperare gli zaini all’ostello e col bus n°8 (4,5p) andare al terminal dove con un pulman Elite partiamo per Los Mochis (910p, 21h). E’ un bel bus directo con solo 3 soste, la prima a Durango dove abbiamo a disposizione 20’ per cenare, ci buttiamo sul primo comedor dove per una torta jamon y queso amarillo (un panino con prosciutto cotto e sottiletta), un hambuguesa con queso, una coca ed un caffè si spende l’irrisoria cifra di 45p. Tralasciamo il fatto che torta e hamburguesa siano indistinguibili, anche averli ingoiati ai mille all’ora per non perdere il bus è un fattore che depone contro questa comida. Il viaggio notturno non prevede però il riscaldamento, e oltre quota 2.000m anche se all’interno di uno splendido bus fa freddo, così la coperta dell’Iberia ha un suo giustificatissimo perché. Fortunatamente le continue visione di film ad un certo orario vengono stoppate e si può dormire o almeno cercare di farlo.  

I cactus della Baja California

14° giorno

Primo stop a Mazatlán (dove avviene il primo cambio ora del viaggio), altro stop a Culiacán dove abbiamo il tempo di far colazione all’interno del terminal (50p, prezzi in genere piuttosto alti in tutti i negozietti peraltro simili), ed infine arriviamo a Los Mochis dove una temperatura per noi quasi estiva ci accoglie. Sacrificando lo spirito dei viaggiatori “scomodi” ci facciamo portare in taxi (50p, che sa di furto) in un albergo che prendiamo dalla Lonely Planet come il migliore per qualità/prezzo della città. In effetti per i nostri standard l’hotel Fenix (197p, possibilità di utilizzare pc per navigare in internet) è di un altro pianeta ma non abbiamo neanche il tempo di appoggiare gli zaini che occorre già organizzarci per il treno del giorno seguente. Dopo aver ricevuto info contrastanti sulla presenza del treno per la Barranca del Cobre dell’indomani decidiamo di andare alla stazione e fissare il tutto subito. Questa rimane fuori dalla città direzione sud, ma ci si va in bus (5,5p) ed arrivati apprendiamo che il servizio di seconda classe l’indomani non ci sarà così siamo costretti a prendere la primera ad un prezzo non proprio economico (1.083p, pagabili anche con carta di credito), poi torniamo in città per visitarla, ma Los Mochis non ha proprio nulla da offrire. Le cose più interessanti sono i bar per i bevitori locali, quelli veramente uno spettacolo, come del resto i bar stessi dove per entrare occorre aggirare il muro dell’entrata che non permette mai agli avventori di vedere chi ci sia dentro. Parecchi sono anche i bar con streep-tese, ma hanno stampato in faccia il simbolo di fregatura, poi volete mettere una conversazione con personaggi del luogo che non riescono nemmeno ad immaginare dove sia il luogo dove viviate e se lo fanno spiegare mille volte continuando a dire stupefatti, che siete lontanissimo da casa! Los Mochis è scarsissima anche in fatto di ristoranti e così dopo aver fatto scorta per la colazione dell’indomani alla Pasteleria Hong Kong (10p per 3 paste) ci ricordiamo che all’interno dell’hotel pare esserci un dimesso ristorante. Ed in effetti così è, ci rifugiamo in questo posto ed in breve si riempie, evidentemente anche per la popolazione locale le alternative sono poche. Cena a base di pesce per 115p, io che solitamente disprezzo i ristoranti degli hotel per questa volta devo ricredermi.   

15° giorno

Sveglia ore 4:30, in taxi (50p) chiamato dalla portineria dell’hotel(una sciccheria a cui non sono abituato) raggiungiamo la stazione del Ferrocarril Chihuahua Pacífico (Chepe) che sale e scende dalla sierra passando su di un percorso con ponti, gallerie e l’incredibile anello di El Lazo. Occorre arrivare un’ora prima della partenza anche in questo periodo di certo non particolarmente affollato, ne approffittiamo per far colazione e per prenderci un caffè (10p) dai venditori locali parcheggiati nei pressi della stazione, la partenza è puntuale e ben presto ci si accorge che il viaggio è lento per godersi lo spettacolo della natura. Ma dopo aver passato la località di El Fuerte le condizioni climatiche peggiorano e dopo aver visto solo sole dall’inizio del viaggio le nuvole hanno la meglio e salendo ci coprono la visuale togliendoci lo spettacolo del viaggio. Così quella che doveva essere una delle esperienze più galvanizzati del Mexico norte si rivela una ascesa nella tormenta, starsene a fotografare negli interspazi tra una carrozza e l’altra (dove si possono aprire i finistrini) è una lotta col vento ed il ghiaccio e comunque non si vede praticamente nulla. A Posada Barrancas facciamo una lunga sosta per dar il cambio al treno che scende, mentre i locali Tarahumara si accostano al treno cercando di vendere il loro artigianato, guardati a vista dalla security del Chepe muniti di mitragliatori che fan paura. Riprendiamo il lento viaggio per arrivare a Divisadero, unico luogo dove scorgere l’incredibile Barranca del Cobre vera e propria, ma il tempo non aiuta ed allora l’unico senso della sosta è quello di mangiar qualcosa al mercato del posto. Salendo le condizioni peggiorano ancora, entrando ed uscendo dalle gallerie del El Lazo si inizia a scorgere la neve, che puntuale ci attende all’arrivo a Creel dove giungiamo con oltre un’ora di ritardo dopo 12h di viaggio. Freddo, neve e vento, quando eravamo partiti con un clima estivo, l’impatto è forte, per fortuna quassù (2.350m) ci sono svariate persone che ci offrono un alloggio, così dopo aver trattato al ribasso ci affidiamo ad un ragazzo che fa servizio per il Real Chapultepec (125p), dove veniamo accolti con una caldissima tazza di caffè. La stanza è dotata di stufa a gas e doccia bollente, quando usciamo la neve ha già coperto le strade e ripariamo velocemente al Rest. Veronica (124p) dotato di caminetto e dove si può provare una specialità locale come El Norteño, con pollo, formaggio, tortillas ed altre verdure, dopo di una zuppa di funghi bollente che rimette in sesto. Creel è il primo luogo del viaggio dove si incontrano parecchi turisti, sembra un posto a parte incui si sentono tante lingue differenti, tutte pronte a cogliere i momenti di bel tempo per avventurarsi nei cañones locali. Al momento ci si arriva praticamente solo col treno, c’è anche la possibilità del bus, ma da Chihuahua, da Los Mochis occorrerebbero 2 giorni. E’ in via di costruzione un aereoporto per facilitare l’accesso alla zona, i tarahumara non ne saranno particolarmente contenti, vivendo ancora sulle montagne in rifugi che sanno più di grotta che di casa, percorrendo giornalmente chilometraggi incredibili insiti nel loro DNA. Il termine tarahumara deriva da raramuri (coloro che corrono veloci), è una storpiatura data dagli spagnoli al termine, sul fatto del correre veloce testimonianze sono le tante gare di corsa che fanno da queste parti su percorsi che ai più parrebbero da farsi imbragati mentre loro li fanno correndo scalzi…Rietrando impariamo che nessuno si unirebbe a noi nell’escursione ad Urique, la guida non ci porta in 2 (scoraggiandoci prima col prezzo poi con il problema strade, sicurezza ecc…) e quindi per l’indomani andremo allo scoperta dei dintorni di Creel senza scendere al punto più basso delle Barrancas. Probabilmente nessuna guida avrebbe voluto abbandonare casa nell’ultimo giorno dell’anno, ed info sui bus locali sono molto incerte proprio a causa di questa giornata.

Colazione nella Sierra Gorda

16° giorno

Colazione al Rest. Los Valles (65p), poi visto il tempo coperto decidiamo di fare un giro nei paraggi senza spingerci immediatamente alla scoperta dei cañones (cañon, barranca, o anche quebrada sono lo stesso termine per indicare quello che comunemente viene definito canyon) tanto non si vedrebbe nulla. Il proprietario del nostro hotel (per modo di dire…) fa anche da agenzia di viaggio così ci organizza l’escursione nei paraggi (250p, 4h) iniziando dalla cascata di Cusararè (10p) che si raggiunge dopo un breve tratto di sentiero (500m). E’ possibile scendere per raggiungere il punto esatto dove un piccolo getto tocca terra, in questa stagione l’acqua è poca, anche se mista a quella che cade dal cielo. Ritorniamo alla jeep mentre le bancarelle dei tarahumara si stanno preparando alle vendite, il freddo si fa sentire anche per loro perché predispongono fuochi per scaldarsi. Facciamo tappa la piccolo villaggio di Cusararè dove si trova il museo Loyola (20p) e la locale missione per raggiungere quella ben più celebre di San Ignacio fermandoci prima al lago Arareko dove uno sprazzo di bel tempo regala una bella visione della acque su cui si specchiano i boschi. Dalla zona di San Ignacio si visitano le valli delle rane, dei funghi e dei monaci, tutte formazioni rocciose lavorate dal vento e dalla pioggia, come quella dell’elefante che si trova lungo la strada principale. Ovviamente tutte chiamate in tale maniera per le forme rappresentate, la cosa incredibile non son tanto le forme nel loro essere ma che a seconda delle zone si sviluppino in modo differente tra queste ma simile al loro interno. I tarahumara, meno politically correct, avevano ribattezzato quelle dei monaci come Bisabirachi, ovvero valle dei peni eretti. Ultima fermata alla grotta di San Sebastian, ora utilizzata come galleria di vendita della cianfrusaglia tarahumara, evitiamo la sosta alle presunte acque termali di Rekowata perché ci dicono che sono sì terapeutiche ma che non sono per nulla calde e vista la temperatura odierna sarebbe arduo immergersi. Rientriamo a Creel e dato che il tempo volge ancora al brutto ci riscaldiamo con una cioccolata bollente da Mi cafè (20p) e a quel punto rinunciamo ad ulteriori escursioni provando a fare un piano per i giorni futuri con destinazione nord all’unico punto internet (15p per ora) aperto in questi giorni, situato nella parte sud di Av. Lopez Mateos. L’idea è di partire l’indomani il prima possibile, ma essendo il primo dell’anno c’è qualche inconveniente coi bus locali che ci dovrebbero portare a Chihuahua. Quassù non si scorgono grandi preparativi per la notte dell’ultimo dell’anno, anzi, trovare un posto per cenare è difficile, ci porge accoglienza la Lupita (100p) che si riempie ma verso le 21:30 non fa più entrare nessuno, con espressioni esterefatte di più di un viandante che si vede fuori al freddo senza possibilità di cenare. Passate le 22 però la Lupita vuole chiudere il locale ed invita tutti i presenti (ovviamente tutti stranieri, con parte da leone per i tedeschi) ad uscire. E così la notte dell’ultimo la finiamo a dormire con largo anticipo dopo aver ripreso un poco di caldo dalla stufa a gas della nostra camera.

17° giorno

Un cielo splendente ci accoglie di prima mattina, facciamo colazione da Cabaña (50p) e vedendo com’è la situazione facciamo saltare tutti i programmi e decidiamo di visitare i canyon andando a El Divisadero. Sempre grazie a Mario, che ci organizza la spedizione (600h per 5h, da dividere in quanti ci si infili sul suv utilizzato come mezzo da escursione) con alla guida suo cugino, molto più pratico della zona e conoscitore di chiunque si aggiri da queste parti (non certo come lo zio del giorno precedente, mezzo sordo e ben poco pratico) facciamo la prima tappa al cañon su Rio Otorro (1.600m di dislivello) ed iniziamo a preder gusto alle celebri visioni della zona, fino a prima nascoste dalle nuvole. Arrivati a El Divisadero ci addentriamo al recentissimo Parque Adventuras (20p) da dove poter scegliere tra varie alternative. Arriviamo fino alla Piedra Volada da dove parte un teleferico (280p) che porta nel bel mezzo della Barranca de Urique (la più profonda di tutte, 1.895m di dislivello) dopo una tratta nel vuoto di 3.500m sopra le teste dei tarahumara che vivono nella zona e che si muovono sui loro percorsi a strapiombo (per loro il teleferico sarebbe gratis, ma lo prendono di rado e solo per portare il loro artigianato alla vendita nel luogo di arrivo del teleferico). Da qui si possono vedere anche le altre barrancas, tra tutte quella del Cobre che da il nome alla zona (cobre significa rame, ma non ve nè la minima presenza, il nome deriva dal fatto che le colorazioni dei licheni dette ai conquistadores spagnoli l’idea del colore del rame), lo spettacolo è veramente incredibile, ovvio che per chi soffre di vertiggini il luogo non sia adatto anche perché una volta scesi ed oltrepassate le terrazze dei vari miradores non ci sono più protezioni e si può andare dove si vuole, magari prendendo come indicazione uno dei tanti sentieri tarahumara. Qui al centro della barranca de Urique arriva anche il lungo percorso di tirolesa che si può fare partendo dall’inizio della teleferica, con un giro di quasi 6km di viaggio che tra ponti e corde ne prevede una di oltre un km con velocità raggiunte di quasi 100km, che per chi non è pratico, attaccato ad una corda nel vuoto deve essere una forte emozione. Però per la tirolesa e per il passaggio in roccia imbragati occorre prenotare in anticipo. Ritornati alla partenza del teleferico (cabine ogni 30’ ) rientriamo al El Divisadero lungo il percorso che si trova al limite del cañon con possibilità di andare fino al limite ultimo delle rocce che sporgono, nessun divieto a parte l’indicazione che la responsabilità è tutta a vostro carico. Bello, decisamente una spettacolo esaltante, strapiombi che non terminano in ogni dove, tali da sentirvi un nulla di fronte a questa grandiosa natura, poi arrivati al El Divisadero si può pranzare al mercato locale, lo stesso dove ferma il treno Chepe, affollatissimo nel momento di stop del treno, molto calmo prima e dopo. Specialità del luogo le gorditas di mais azul, che appaiono verdi, si possono riempire di ogni cosa, 20p cadauna, prezzo superiore al solito ma qui è prevedibile visto l’afflusso di gente. La guida ci scarica a Creel direttamente dove partono i bus per Chihuahua, prima giusto un salto nella piazza a vedere l’orchestra di mariachi fatta di metallo riciclato, poi col bus Estrella Blanca (275p, 5h) raggiungiamo la central camionera di Chihuahua, dove vorremmo passar la notte e ripartire l’indomani per Tijuana arrivando così di prima mattina nella celebre e discussa città frontaliza. Ma ci dicono che i biglietti per la mattina seguente son tutti esauriti, non c’è altra possibilità di arrivare direttamente a Tijuana, se non partire subito per Santa Ana e da lì trovare una coincindenza che sicuramente ci sarà. Non sappiamo nemmeno dove si trovi Santa Ana, ma viste le alternative prendiamo uno dei pochi biglietti rimasti (661p, 12h) della Chihuahuense ed attendiamo la partenza cenando nell’unico posto aperto del grande terminal molto fuori dalla città. Il Burger Bus offre solo un tipo di hamburguesa, fatto al momento dall’unica commessa, lunga attesa ma prodotto decisamente sopra la media, così per 2 hamburguesa, una bottiglia di acqua ed un caffè spendo in tutto 80p. Il bus è comodo e riscaldato, ma la prima parte del viaggio è tra strade di montagna tortuose quindi dormire non è facile, ma non impossibile.   

Signora huichol a Real de Catorce

18° giorno

Arriviamo a Santa Ana verso le 11, al terminal verifichiamo subito l’eventuale coincidenza per Tijuana ed effettivamente ci sono varie combinazioni, la prima in partenza alle 14 prevederebbe l’arrivo in piena notte e la scartiamo, optiamo per quella delle 21, così lasciamo gli zaini al banco vendita biglietti con un foglio appuntato sopra coi nostri nomi dopo aver comprato un passaggio con Tap (585p, 12h, non si può pagare con carta di credito). Visto l’orario facciamo una colazione più simile al pranzo in uno dei tanti locali attigui alla central camionera, scegliendo Aqui con Nacho (70p) dove il menù non esiste, servono il completo che è una grigliata mista con contorno dei soliti fagioli e verdura, però c’è la possibilità di scegliere le tortillas tra mais e farina, cosa che diventerà di norma al nord (quelle di farina sono in pratica una piadina, sapore meno stomacante per me). Poi è tempo per visionare la cittadina che si trova all’incrocio tra direttive imporanti, quella che va a nord verso il passaggio di frontiera di Nogales e quello a nord-ovest di Tijuana, mentre nella direzione opposta si va a sud verso Hermosillo oppure a sud-est verso Chihuahua, in pratica nel mezzo esatto dei luoghi più problematici della guerra agli zetas di tutto il Mexico. Ma tranquilli, il posto non presenta il minimo pericolo, anzi tutto il contrario, purtroppo però ha ragione la cassiera di Chihuahua quando alla mia domanda “¿es un lugar precioso?”  si mise a ridere scuotendo la testa. Sulla via principale c’è una infinita coda di jeep stracolme direzione USA coi migrantes che tornano al lavoro dopo le feste natalizie, dall’altra parte quella di camion che trasportano motrici di camion. Addentrandoci verso il centro (che si scorge avvistando il campanile principale, Santa Ana non compare in nessuna guida del Mexico) le cose non migliorano, non c’è proprio nulla da vedere, allora ne approffitiamo per riposarci al sole della piazza principale su panchine sgombre di gente. Giriamo a vuoto cercando un internet point che non troviamo, tutti e 2 chiusi nel periodo delle feste, così anticipiamo la cena da Aqui con Chano (90p) per il solito completo che di sera si rivela molto robusto, una grigliata servita all’argentina, gustandoci alla tv una partita di playoff di baseball mexicano tra la lanciatissima squadra di Hermosillos e quella di Mazatlan. Nel locale c’è un gran tifo per i primi, anche noi ci appassionamo all’incontro dove fioccano fuoricampo come noccioline, fortuna che non lo sospendono per manifesta inferiorità altrimenti non sapremmo come far arrivare l’orario della partenza del bus. Ore 21 puntuali si parte, riscaldamento acceso, e qui lo si necessita perché la temperatura notturna si abbassa notevolmente salendo verso il confine e percorrendolo per tanto tempo.

19° giorno

Il pulman ha grossi problemi alla trasmissione, fatica parecchio a procedere ma riusciamo comunque ad arrivare a Tijuana con solo 30’ di ritardo, dopo aver cambiato nuovamente l’orario (un’altra ora indietro, così son 2 di differenza dal DF). La central camionera è parecchio fuori, per arrivare col bus (8,5p) in centro occorrono oltre 30’ , passando anche per “la linea”, che sarebbe la linea di confine, dove c’è già una coda mostruosa per entrare negli USA. Scendiamo in pieno centro e scegliamo l’hotel Lafayette (190p, acqua purificata gratis), camere pulite e molto ampie ma fredde e senza riscaldamento, cosa che pagheremo cara, ma qui fino a pochi anni fa l’inverno non era un problema mentre ora il cambiamento climatico si è fatto sentire anche da queste parti. Ed appena usciamo per far colazione un acquazzone si abbatte sulla culla del peccato mondiale, fortuna che la panaderia Don Pedro (21p) è vicina ed attendiamo che smetta. A Tijuana non c’è nulla di storico da vedere, la città è costruita a somiglianza delle anonime città statunitensi perché da loro invasa. La divisione degli infiniti negozi avviene tra quelli che vendono paccottiglia tutta identica ma che serve a giustificare un salto di confine, da quelli che vendono argento e viagra, che i bombaroli statunitensi usano per le loro notti nei locali di streap-tese, di mattina ancora chiusi. Fa un po’ impressione vedere questo posto dove i paladini della libertà vengono per godersi la libertà tanto ostentata a casa loro ma alla prova dei fatti non ottenuta, un divertimentificio artificiale falso come una banconota da 3 euro, ma come spesso si dice, vedere per credere. Così ci inoltriamo sul percorso pedonale ben indicato che porta alla linea, il confine più attraversato del mondo, indicativamente 64 milioni di passaggi registrati ogni anno. Incalcolabile le offerte di vendita che vengono proposte lungo i circa 2km che dividono avenida Revolucion (la principale arteria della città)  dalla linea, dove la fila di auto non ha fine ma anche quella a piedi si fa dar del lei. Terminata questa visita vaghiamo per le avenidas principali (evitando accuratamente la zona nord-ovest, terra di maquilladoras e di coyotes, le prime sono le tante fabbriche di lavorazionie ed assemblaggi varie, i secondi, chiamati anche pollos, coloro che portano oltre confine illegalmente tutti quanti arrivano dal sud a cercar fortuna) senza trovare nulla di interessante a parte una mostra privata di un ex poliziotto con le visite di personaggi illustri a Tijuana nel corso del secolo scorso. Tra le attrattive vengono segnalati alcuni centri commerciali, ma dopo poco noi desistiamo dal vederli, il locale centro culturale è aperto solo in piccola parte, insomma la città del peccato è una delusione e così cerchiamo un internet point (10p per ora) per verificare alcune escursioni da programmare dei giorni seguenti. Anticipiamo la sveglia del giorno dopo facendo scorta da Don Pedro di paste per l’indomani, perché avremo una partenza di prima mattina. Un vento gelido si impadronisce della città, decidiamo di affrettare la cena scegliendo Domino’s pizza, fra tutti i locali finti tanto vale scegliere quello più finto di tutti. Abbianate alla pizza servono anche patate fritte già complete di una salsa non commestibile, la pizza è mangiabile, la confezione supersize di CocaCola che viene fornita in dotazione la finiranno loro, per noi è impossibile affrontarla. Il freddo che permea la città non risparmia la nostra camera, purtroppo invece di recuperare il sacco a pelo o la coperta cerco stupidamente di rimanere fermo sotto al leggero panno con risultati non brillanti per la salute…     

Pinna caudale di una balena alla laguna Ojo de Liebre

20° giorno

Nel gelido dell’hotel Lafayette mi mangio le paste della colazione, poi andiamo con largo anticipo alla fermata del bus (8,5p) sulla Calle 2° (Juarez) dove passa quello per la central camionera. Peccato che dopo oltre 20’ ancora non sia passato, così abbiamo i minuti contati, quando poi ci carica ma prima di arrivare al terminal si ferma a far gonfiare le gomme le speranze di prendere il pulman per il sud sembrano andate. Così faccio presente la nostra urgenza all’autista che una volta espletato il gonfiaggio parte immediatamente saltando qualsiasi fermata e precedenza scaricandoci al terminal con qualche minuto di ritardo, ma di corsa riusciamo a salire sul pulman Aguila (964p, 12h) per Guerrero Negro. Costeggiamo l’oceano viaggiando a fianco di interminabili hotel e residence di una bruttezza unica, come rovinare un paesaggio splendido, poi dopo qualche ora il cemento lascia spazio a campi coltivati e viste fantastiche dell’oceano dove ogni tanto qualche spruzzo contraddistingue il passaggio di balene. A metà percorso tappa a S. Quentin dove lungo la strada principale si trovano svariati comedores, poi la strada inizia ad entrare nel mezzo della Baja California e il simbolo di questa terra, il cactus, diventa imperante, regalando forme di ogni tipo, con piante enormi. Il cielo però inizia a coprirsi e quando arriviamo a Guerrero Negro (nuovo cambio d’orario si riprende un’ora) all’inizio della Baja California Sur, è già buio e non si vede una stella, oltre a trovarci con una temperatura non propriamente adatta per escursioni nell’oceano. A fianco del piccolo terminal c’è l’ Hotel Covare Inn (225p, internet in alambrico ma possibilità di visionare la posta sul pc dell’hotel), standard troppo elevato per noi, ma ci fanno presente che i prezzi sono tutti similari per fascia di hotel in città e quindi decidiamo di rimanere. Col personale dell’hotel iniziamo ad informarci per le escursioni alla ricerca delle balene nella celebre laguna Ojo de Liebre, ci pensano loro a contattare un’agenzia preposta a portarci l’indomani ed intanto andiamo a cenare nel vicino Rest. Don Gus (165p), veramente molto bello, con prezzi superiori alla media del viaggio ma con un servizio prima mai incontrato, visto che la zuppa del giorno ci viene offerta, rimettendo in media il prezzo totale. Il vento gelido che ci accompagna dal ristorante all’hotel non è beneaugurante per l’escursione del giorno seguente, ma non abbiamo molta scelta, poi parlando col personale dell’hotel ci dicono che qui per molti mesi le nuvole coprono il sole e quindi possiamo rassegnarci immediatamente, se andrà bene non prendermo la pioggia, le balene le vedremo ma non saranno tante perché la stagione migliore deve ancora arrivare, con le variazione climatiche arrivano sempre più tardi.  

21° giorno

Colazione alla Caseta de las frutas (24p, non solo frutta, anche tortas con barbacoa) di fronte all’hotel, poi ci dirigiamo da Mario’s per il tour a las ballenas (545p x 4h, si può pagare anche in dollari ma il cambio è molto sfavorevole). Partiamo in camioneta con un clima pessimo, nuvole ovunque, qualche rara goccia di pioggia ed un vento assassino, ma alternative non ci sono. Per arrivare al luogo dell’imbarco si passa per le saline che stanno tra Guerreno Negro e la laguna Ojo de Liebre, zona paradiso per gli amanti del birdwatching. Si sale su di una lancia ovviamente tutta aperta, vista la giornata i barcaioli ci prestano robuste cerate fatte a poncho da mettere sotto ai giubbotti di salvataggio, poi partenza sprint per attraversare la laguna alla ricerca delle grandiose balene grigie che migrano in inverno da queste parti per partorire i piccoli e per dimorare in un luogo meno freddo dell’artico dove stazionano in estate. Inizio gennaio, nonostante quanto dicano le info al riguardo, è ancora presto per navigare nella laguna attorniati da questi giganteschi mammiferi, occorre muoversi tanto per avvistarle ed il freddo diventa padrone della situazione. Solo in 2 occasioni riusciamo ad accostare alcune balene a distanza veramente ravvicinata, in un caso si nota la presenza di una madre con 2 “piccoli” cuccioli, ed in un’altra occasione 2 enormi balene iniziano a giocare attorno alla nostra microscopica lancia. Spettacolo incredibile, viene da chiedersi come facciano a ruotare attorno a queste imbarcazioni senza mai rovesciarle, evidentemente l’abitudine al gioco ha lasciato a questi animali la tranquillità di muoversi fiduciosi, tanto che verso marzo/aprile, quando la confidenza è maggiore ed i piccoli più cresciuti è possibile toccarli ed accarezzarli, come ci spiega un’anziana coppia messicana che ogni anno passa a vedere e godersi questo grande spettacolo della natura. Rientrando massacrati dal freddo ci viene servito un piccolo ristoro sulla lancia, e prima di attraccare veniamo invasi da enormi stormi di uccelli, riconoscibili i soliti pellicani, ma la scena più incredibile che rimanda a memorie hitchcockiane è quella di pittime marmoreggiate, totani semipalmati e e piro-piro, paradiso degli amanti dei limicoli,che potrebbero attaccarci e farci cadere dalla nostra lancia, ma arrivano velocissimi e ci evitano all’ultimo metro, bravi e spettacolari. Attraccati rientriamo fermandoci a rimirare i nidi delle aquile di mare, che si lasciano avvicinare senza grandi problemi, facile da queste parti diventare esperti fotografi di birdwatching! Ritiriamo i bagagli all’hotel e prendiamo al volo un pulman per S. Ignacio, un Aguila (202p, 2h, pagamento solo in contanti) che grazie al ritardo con cui si presenta ci permette di muoverci con anticipo e non perdere un pomeriggio a Guerrero Negro. Il pulman ci scarica lunga la deviazione per l’oasi di S. Ignacio, ma il centro è distante oltre 2km dalla strada, fortunatamente passa in quel momento la coppia messicana sulla loro grande jeep che ci carica e assieme cerchiamo una sistemazione in paese oltre ad organizzare la spedizione del giorno seguente alle pinturas della sierra. Troviamo alloggio al Hotel Posada (150p), caratteristica posada gestita da un anziano figlio di emigrati tedeschi, poi rientrati in centro recuperiamo il permesso per accedere alle pinturas di S. Martha (37p), il permesso per fotografare (45p) e la prenotazione ad una guida del luogo che ci dovrà accompagnare nel posto (50p). La gentilissima coppia messicana inizia a prepararci medicinali per riprenderci dall’influenza, mentre diamo un’occhiata alla caratteristica oasi di San Ignacio, partendo dalla missione per salire sul cerro che domina tutti i dintorni. Ovviamente il tempo è ancora pessimo e le nuvole non permettono di godere panorami esaltanti, così vista anche la mia condizioni fisica preferisco prendermi una piccola pausa nella posada (doccia con acqua bollente, molto utile in queste condizioni) per uscire solo a cena. Pochissimi i posti per cenare, scegliamo come tanti il Rest. Rene’s (115p), non c’è praticamente scelta di piatti e la qualità lascia a desiderare, se poi ci si mette che la porta non si chiude e folate di vento avvolgo questa specie di pincho, si può archiviare la serata come particolarmente negativa.  

22° giorno

Raggiungiamo i nostri “tutori” messicani a colazione alla Mision de Kadakaaman (65p), poi con la loro jeep andiamo in direzione di S. Martha, uno dei luoghi più interesanti della Sierra San Francisco per le pitture rupestri. Una deviazione sulla sinistra ben indicata dalla strada principale procede all’interno della Sierra, la prima metà è su sterrato ma in buone condizioni, la seconda parte peggiora e per arrivare servono quasi 2h, prima però occorre fare una deviazione per raggiungere la fattoria dove abita la guida che ci dovrà accompagnare. Per gli abitanti della zona la creazione del parco è stata una rovina, non possono più alimentare gli animali se non con quello che trovano autonomamente (ed in mezzo ad una sierra desertica è veramente poco), non possono più realizzare scavi per pozzi a loro piacimento, dovendo insistere solo con quelli già iniziati dove la falda scende costantemente non fornendo più acqua, soldi per nuove attrezzature non ne hanno e quel poco che recuperano è grazie ad un turismo che però stenta ancora a muoversi. Basta vederli per capire la tragica situazione in cui versano, ed è quasi una costante la migrazione verso le grandi città della zona, La Paz quando va bene, Tijuana quando ogni speranza è abbandonata. La visita alla Cueva del Raton prevede una passeggiata in piano di circa 3km ed una corta ma erta ascesa, viste le mie condizioni attuali preferisco non forzare la situazione e mi fermo a riposare in jeep, dopo esser stato lasciato con un kit medicinale omeopatico dalla signora messicana. Il cielo costantemente coperto non rende giustizia ai luoghi, coperti per non dire invasi dai cactus, qui si percepisce perfettamente perché la Baja California venga sempre associata a questa pianta. Da qui ci sarebbe anche una escursione che viene descritta come molto più interessante al Cañon San Pablo, fattibile solo a dorso di mulo e che necessita di 2/3 giorni, cosa che non possiamo permetterci. Rientriamo sulla strada asflatata e visto che i nostri amici hanno intenzione di andare a sud ci portano fino a Santa Rosalia, dopo aver attraversato il deserto Vizcaino ed essere scesi a precipizio sul Mar di Cortez. La visione ci viene raccontata come una folgorazione blu nel mezzo del deserto, peccato che il grigiore totale faccia perdere magia ai luoghi, anche se entrando a Santa Rosalia verso sera qualche sprazzo di cielo azzurro prima dell’arrivo della notte già si scorge. Al terminal dei bus (nello stesso posto di quello marittimo, da qui si può traghettare sulla parte continentale del Mexico) ci congediamo dalla coppia mexicana, che intanto abbiamo imparato a conoscere e che sicuramente per gli standard locali se la passa molto bene avendo anche una fattoria nei dintorni di Chihuahua oltre a 5 figlie che vivono in giro per il Mexico tutte impegnate in lavori prestigiosi dati da studi universtari completati da parte di tutte e 5, insomma non proprio la famiglia che non sbarcava il lunario, frutto delle cattedre universitarie dei 2, il marito in storia e la moglie in sociologia. Va detto che senza incontrarli l’escursione a S. Martha non sarebbe stata possibile in questi tempi e prezzi, e nel caso di organizzarla a S. Ignacio (sempre se si incontra qualcuno libero per andarci) una guida chiede sui 1300-1500p (da dividere al massimo in 4 persone). Nel piccolo ufficio della central camionera compriamo un passaggio per San Josè del Cabo con Aguila (1055p, 12h, pagamento solo in contanti), 3 corse al giorno arrivano fino a sud senza cambio a La Paz , e lasciamo i bagagli in custodia ai bigliettai per fare un piccolo giro della cittadina. E’ già buio quindi è più una camminata che passa a fianco della iglesia Santa Barbara (ideata da Eiffel) che uno escursione vera e propria, visto che in città c’è poco ed il museo più interessante già chiuso. Ceniamo al Rest. Terco’s Pollito (152p), le quantità enormi che hanno le porzioni dovrebbero evitare di far più di una ordinazione, poi dopo aver ritirato i bagagli ed usufruito del bagno (non indicato, lo si trova uscendo a dx a fianco della biglietteria, in condizioni stile etiope…) è tempo di partire per il sud della Baja California, con un bus riscaldato, quindi non necessitano sacco a pelo o coperte a bordo.    

23° giorno

Lunga sosta a La Paz poi tagliando nuovamente la penisola si inizia a costeggiare la parte pacifica della Baja e mentre finalmente il sole inizia a sorgere e splendere andiamo verso Los Cabos, ovvero la parte terminale della Baja California, quella che fa da sfondo ad imprese di surfisti, hippie, VIP e tutti quelli che non tengono fretta ed amano viversi la vita. Il pulman passa dalla mondana Cabo San Luca s, ma noi decidiamo di far base alla più tranquilla San Josè del Cabo dove arriviamo dopo quasi 13h di viaggio. Colazione in panaderia 1° de Mayo lungo la Gonzáles Conseco poi girando casualmente ci imbattiamo nella Casa de Huéspedes Consuelo (175p), luogo basico ma per la zona economico e dotato, quando la signora accende el califo, di acqua calda. Iniziamo una rapida escursione della cittadina, ovviamente senza aspettarci attrazioni storiche, prendendo confidenza con un luogo festoso e tranquillo, dove la parte prettamente turistica si mescola con quella più indigena. La stagione deve ancora cominciare così non ci sono troppi turisti e si riesce ad andare dove si vuole, pian piano scendiamo lungo Blvd Mijales verso la zona hotelera dove ci trovano i grandi hotel e resort e la spiaggia, sia attrezzata che libera. Prima però tappa per rifocillarsi nel simpatico bar Escala (65p) per un delizioso taco de camarones, la specialità del luogo, una taco normale ripieno di gamberoni impanati in una leggerissima pastella e quindi fritti. Ovviamente quaggiù tutti vanteranno il miglior taco del genere, provarli ogni volta è un dovere molto piacevole. Il sole continua ad essere protagonista, la prima volta per tutto il giorno nella Baja, così anche per recuperare un po’ di forze ci si butta in spiaggia a scaldarci al sole che pian piano si nasconde dietro i contrafforti che fanno da angeli custodi dei cabos. Rientriando proviamo ad avere info per noleggiare i quad che sembrano padroni della zona e girare per conto nostro i luoghi qui attorno, ma non se ne viene a capo, l’unico noleggio vero e proprio è completamente allagato e nessuno risponde alle chiamate, gli altri che si potrebbero trovare o sono chiusi (pare da lungo tempo) oppure vanno in tour organizzati e non noleggiano mezzi ad uso individuale. Così per il momento soprassediamo, domani andremo a visatare Cabo San Luca s, poi si vedra. Un’ora di internet da queste parti è più cara, 20p, ma poi in serata risparmiamo sulla cena mangiando qualcosa al market dove avevano trovato i pc, con 20p si cena e ci approntano anche un tavolino apposta per noi. 

24° giorno

Colazione alla panaderia 1° de Mayo (8p) ma non avendo nulla da bere facciamo sosta anche al Cafetto (20p) per un’infinito caffè americano, da lì arriviamo sulla Nazionale 1 dove sono tanti i bus che vanno a Cabo San Luca s (27p, 30’ ). La costa ormai è tutta costruita, dove si vede una spiazzo senza mattoni è in concomitanza dei campi da golf, che chissa quanta acqua necissitano e consumino in mezzo a questo deserto, ma per i ricconi californiani questo ed altro. La vista di CSL è effettivamente molto bella, pare una piccola Rio de Janeiro, e tutta la parte vista mare nulla centra con le costruzioni in stile mezoamerica. Qui tutto è lussoso ed i servizi altrettanto, così per poter andare ad una delle meraviglie del luogo, Land’s End, occorre una escurione in barca che se prevede anche il giro lungo le 2 coste e possibilità di snorkeling costa salata (15$ oppure 200p, più conveniente pagare in $). Da qui con una lancia andiamo verso il promontorio che fa da spartiacque tra il Mar di Cortez e l’Oceano Pacifico, si parte dal porto dove leoni marini saltano con tranquillità sulle barche, i pellicani stanziano ovunque ed il mare è pieno di pesci coloratissimi, la barca con cui ci portano ha il fondo trasparente e così non occorre lanciarsi tra le onde per vederli (il mare si fa dar del lei). Circumnavighiamo Land’s End dove un arco enorme segna la vera congiunzione dei 2 mari, in zona anche un grande scoglio scolpito dall’acqua e dal vento proprio a forma rovesciata della Baja California, e per finire un’ultima roccia in mezzo al nulla che fa da sfondo perfetto all’idea della Baja coi pellicani a farne casa loro. Sulla penisola si trovano 2 meravigliose spiagge proprio tra gli alti scogli, quella verso Cortez chiamata la spiaggia dell’amore, quella sul Pacifico invece ribattezzata spiaggia del divorzio. A distinguerle così è stato il vento, rendendo sovente impossibile rimanere su quella del divorzio e rendendo più accettabile la vita su quella dell’amore. Il nostro barcaiolo ci racconta che con la crisi statunitense ha finito per fare questo lavoro per lui abbastanza umiliante, prima conduceva grandi barche per crociere di pesca in altura, partivano da qui passavano dal canale di Panamá e si fermavano in Yucatan, un mese di pesca e fiesta a bordo, insomma proprio tutta un’altra cosa da ora. Ci lascia in spiaggia, ci si può accordare per l’orario del rientro, tanto il percorso che fanno è sempre lo stesso, facciamo l’errore di dirgli di riprenderci dopo 3h, non avendo ben pensato che nonostante il luogo sia un incanto, quando il vento si alza è impossibile trovar pace. E così avviene, non si sa dove stare, perché la spiaggia è un inferno ma in acqua è praticamente impossibile andare vista la forza del mare, poi è molto bello rimirasi il posto con gli albatros sempre in volo a dominare il cielo, ma quando il barcaiolo riappare è festa grande! Ci giriamo CSL, ma usciti dalla zona turistica piena di ristoranti e negozi c’è ben poco da vedere. Tanto vale riprendere il bus sul Blvd Cárdenas e rientrare a San Josè, dove ritentiamo per un noleggio quad con stessa ricerca negativa del giorno precedente. A quel punto prendiamo contatto per un jeep, e fatti i vari confronti l’indomani sapremo già dove dirigerci per partire appena apriranno. Dopo un passaggio da Consuelo a ricordarle di encender el califo y abrir el agua (visto che la sera prima si era dimenticata di aprire l’acqua ed accendere il boiler..), cena argentina al Rest. Barrio de Tango (195p), dove gustare un bife de chorizo come si deve. Il posto è all’aperto, prima serata di riapertura, gestito da 2 ragazze di qui assieme ad un cuoco locale, ma fu aperto da una coppia argentina che ha lasciato ai ragazzi i contatti per approvigionarsi di carne porteña in tagli giusti. Probabimente ci scambiano per argentini emigrati qui quando facciamo i complimenti per i piatti ricchissimi, così continuano ad invitarci alle prossime situazioni che organizzeranno cercando di coinvolgerci in appuntamenti che sapranno di Argentina da qui ad un mese (magari, visto il luogo e le 2 gestrici…). Al rientro l’acqua calda c’è e quindi Consuelo recupera tante stelle nella classifica dei luoghi dove far tappa. 

25° giorno

Colazione da La Poblanita (25p), uno di quei simpatici ristorantini indigeni pieni di locali e vuoti di turisti, l’ideale per partire di slancio andando a noleggiare prima ancora che aprano una Jeep Wrangler da National (1004p per 25h) nell’ufficio in pieno centro tra Zaragoza ed Hidalgo. Partiamo immediatamente seguendo gli itinerari che hanno fatto la storia della mitica Baja 1000, alcuni dei quali riproposti anche dalla Lonely Planet in un capitoletto a parte, così da percorre gli sterrati lungo la costa verso est, attraversare il cabo e scendere poi giù a Cabo San Luca s dal versante ovest. Non c’è un’indicazione che sia una, nonostante Cabo Pulmo sia una delle più grandi attrattive per gli amanti del sub della zona, dalla Mijares occorre prendere la Suarez ed andare a sentimento lungo la costa. In una splendida giornata di sole come quella odierna lo scenario è incantevole, mentre la Jeep si lascia condurre con facilità sugli sterrati, da una parte ci sono le colline desertiche coperte di cactus e dall’altra un mare talmente blu che acceca, quelle immagini che son sempre parse finte a proposito della Baja qui si materializzano ovunque. Il primo vero e proprio stop lo facciamo sulla spiaggia di Los Frailes, una insenatura naturale nascosta da una collina, arriviamo in spiaggia ed apprezziamo il 4x4 dopo esserci insabbiati. Dal vicino campeggio arrivano varie persone a riposarsi sulla spiaggia e ad uscire a pesca con piccolissime barchette mentre i pellicani sono i padroni assoluti della situazione. Da qui ripartiamo per Cabo Pulmo, minimale villaggio (dichiarati 58 abitanti) molto new-age, possibilità limitate di soggiornare per tuffarsi nel Parque Nacional Cabo Pulmo, ambiente incontaminato e pace assoluta, poi la strada devia all’interno con alcuni sentieri non segnalati che vanno verso la costa. Ne prendiamo uno a caso, sovente finiamo in territori privati, ma alla lunga centriamo il bersaglio per arrivare ad un faro che domina la parte terminale della costa est della Baja, da lì rientriamo verso Cabo Ribiera dove grandi cartelloni pubblicitari invitano a comprarsi il proprio spazio nella imminente marina che sorgerà. Nel frattempo che il cemento non si è ancora mangiato la natura pranziamo a La Costa (40p) con tacos de camarones sublimi ad un prezzo impensabile tanto è basso. Prevendo che la nuova marina permetterà in futuro affari ben diversi al simpatico ristorantino, oggi per nulla frequentato. Arrivati a Los Barriles l’itinerario può dirsi completato, rientriamo sulla statale n° 1 per cercare il sentiero che da Los Naranjos porta a Pescadero, ma non è facile incontrarlo perché non segnalato. Dopo aver chiesto infinite indicazioni a Santa Anita ci vien finalmente detto di tenere come segnalazione quella per La Palma (Los Naranjos è solo il nome di un’altra fattoria lungo il cammino e non di un posto lungo la statale), una fattoria lungo il sentiero e così iniziamo l’attraversata, saranno 50km ma servono 3h, immaginatevi il percorso. La prima parte è tranquilla, poi quando si inzia a salire arrivano le prime difficoltà, è fondamentale avere un mezzo non tanto 4x4 ma soprattutto molto alto da terra per non rimanere bloccati in passaggi profondi, e comunque con un gran tiro in basso per uscire veloci ma non forte da situazioni in contropendenza verso il vuoto…Raggiunto il passo la vista si perde verso le montagne che scendono all’oceano, sembrerebbe un gioco arrivare ma il brutto si trova proprio nei primi 3 km di discesa, e del resto i tempi di percorrenza che ci avevano dato alcuni abitanti della zona dovevano far pensare a qualcosa di preoccupante. Occorre prestare molta attenzione al sentiero a discapito della bella vista, poi più avanti nell’attraversare distese di cactus interminabili ci si rifarà, non pensate di percorrere questo sentiero con un normale suv come vedrete in gran numero a San Josè o Cabo San Luca s, oppure con una jeep ultramoderna, si sbatte sovente sul fondo e una luce da terra importante è fondamentale. Arriviamo sulla statale a sud di El Pescadero, non c’è nessuna indicazione anche da questa parte, quindi trovare il sentiro giusto senza consiglio di uno del posto non è facile, visto che i passaggi sembrano tutti uguali. Pochi km a sud su di un promontorio dov’è possibile fermarsi e salirci a piedi (perché buona parte della costa è privata e recitanta) si gode di una vista mozzafiato, con in lontananza gli spruzzi delle balene decisamente numerosi. Raggiungiamo Cabo San Luca s verso il tramonto, la vista pare a tutti gli effetti quella di Rio de Janeiro, purtroppo ci perdiamo in un barrio popular dove azzeccare la strada per il faro che domina tutta la zona è arduo e quando la troviamo il tramonto è già sceso e la vista ci viene negata. Così rientriamo a San Josè e dopo aver avuto la razione giornaliera di agua caliente nella casa di Consuelo cerchiamo un ristorante per locali incontrando alcune difficoltà, visto che quasi tutti chiudono per cena. Così, volendo evitare quelli principali dove siedono solo gringos e dove tutti si rivolgono direttamente in inglese torniamo al Barrio de Tango (124p), variando il menù e cadendo sempre su ottime scelte a quantità pantagrueliche, ormai ci han presi per amici e quindi anche il trattamento è di favore. Un leggerissimo venticello accompagna la serata al ristorante, dopo il caldo desertico della giornata sui sentieri di gara è il perfetto coronamento della giornata. Ovviamente veniamo invitati alle future serate di tango che partiranno tra meno di un mese, ma prima ancora che rispieghiamo chi siamo questa volta sono loro a perdersi in una allegra e lunghissima risata.

26° giorno

Giornata senza fretta, colazione in tutta calma da El Penchè (23p), a fianco di quello del giorno precedente, poi riconsegnamo la jeep dopo averla rifornita di benzina (87,5p al litro la normale, 98,5p la super che sarebbe da mettere secondo indicazioni, ma il benzinaio capendo che di un nolo si tratta ci mette senza indugi la più economica). Per 330km abbiamo usato 48 litri , un mezzo decisamente assetato considerando le velocità blande a cui l’avevamo spinta. Con un pulman ATP (160p, 3:30’, pagamento solo in contanti) dal terminal di San Josè andiamo a La Paz , e con un bus (4,5p) raggiungiamo il centro trovando alloggio presso Hotel Quinta Lolita (150p), ottima camera ma doccia con acqua al contagoccie. Prima tappa presso la biglietteria della Baja Ferries che ha un grande filiale anche in città (10 quadre fuori dal centro) evitando così di dover andare a Pichilingue per comprare il passaggio in nave di rientro nel continente. E’ già pomeriggio quando iniziamo a visitare la città che non ha nulla di particolare ma che funge da base perfetta per un sacco di attività, dall’andare a nuotare con gli squali balena, a starsene spaparazzati in spiaggia o per raggiungere l’isola di Espiritu Santo. E’ già tardi per tutto questo, così dopo aver preso info per una escursione per il giorno seguente recuperiamo in anticipo anche il biglietto del bus per il porto di Pichilingue (il terminal è sul lungomare non propriamente indicato), e dopo aver gustato l’ennesimo ghiacciolo al pistacchio (12/14p, gusti di ogni tipo, non ci si fermerebbe mai di sentirne di differenti) in una delle infinite Michoacana (come qui vengonono chiamate le gelaterie) tappa in relax nella strettissia spiaggia della città ed in alternativa un passeggio sulla banchina che si estende verso il mare piena di pescatori che permette la vista della città fronte mare. Per cena optiamo per un piccolo e folkloristico locale chiamato Rest. Mariscos la Tortuga (140p) gestito da Doña Maria Lavin, che ci serve una sopa de mariscos favolosa, seguita da pescado empanizado che ancora adesso mi fa tornar fame. Il locale non attirerebbe nessuno, ma alcuni personaggi del luogo incontrati sul lungomare ce lo avevano consigliato con foga, posto dove la signora fa di tutto ed il marito solo i conti, oltre a lasciare sul tavolo quel poco di caffè solubile ancora rimastogli. Per chi volesse cenare risparmiando, segnalo che lungo le strade centrali è pieno di piccoli comedores che servono tacos de mariscos/camarones a prezzi ridicoli, sicuramente la concorrenza facilita veramente a calmierare i prezzi verso il basso, in un posto come la Baja California dove tutto costa mediamente di più rispetto al resto del Mexico.

27 ° giorno

Colazione in una panaderia (11p) lungo Av. Revolucion a base di paste, per un caffè espresso che dopo tante sbrode solubili o americane mi pare un pugno dritto in testa facciamo tappa da Exquisito (12p) sul lungomare dove iniziamo a verificare la possibilità di uscire in mare ad avvistare squali balena coi quali dicono sia normalissimo nuotare. Le condizioni del mare non sono per nulla buone, c’è vento ed è agitato, così anche per l’assenza di altre persone interessante occorre attendere e lo facciamo iniziando una lunga conversazione con Hector, capitano, tour operator o vecchio marinaio del luogo ora diventato piccolo impreditore del turismo. Sa di tutto e parla svariate lingue, meravigliandosi di non dover utilizzare l’inglese per una volta. Conosce molto bene l’Italia, trasportando innumerevoli appassionati di sport acquatici, ed emblematica arriva la domanda di come vada ora in Italia con Burattini primo ministro. Subito non capiamo (burattini si dice titeres in castillano), ma poi parte una grande risata collettiva, la sua conoscenza pare approfondita, siamo una barzelletta mondiale visto che anche una coppia danese comprende di cosa stiamo parlando…Fra una battuta e l’altra arriva finalmente il momento di partire per la ricerca degli squali, l’escursione costa 700p ad imbarcazione, ci si può stare fino ad 8, noi ovviamente non troviamo altri avventori e dobbiamo sobbarcarci il costo in 2, costo che non viene ripagato da un buon risultato perché il mare continua ad essere molto agitato, la lancia sale e scende tra le onde ed ovviamente non si riescono ad avvistare gli squali balena perché hanno scelto un luogo più riparato rispetto al fronte di La Paz. Completamente fradici e dopo aver visto il mare in perpendicolare su di una piccola lancia torniamo a terra molto delusi, il tiburonballena era l’ultima chicca che ci sarebbe potuto toccare in Baja California ed invece causa avverse condizione del mare di Cortez l’occasione è andata perduta. A quel punto non ci resta che un rapido giro per La Paz gustando gli ultimi tacos de camarones (mediamente 10p) in giro per le bancarelle ed un salto ad un internet point (20p x ora) a buttare un occhio agli orari dei pulman da Mazatlan in direzione DF. Ritirati gli zaini da doña Lolita, prendiamo un bus Aguila dal piccolo terminal centrale per andare a Pichilingue (22p, 30’ ), porto di partenza delle grandi navi per Mazatlan o Topolobambo. Il bus scarica tutti all’ingresso del porto, una navetta porta al terminal marittimo dove occorre arrivare già col biglietto, che se non è stato comprato in precedenza e ci sono ancora posti è possibile recuperare in un ufficio al porto che però non è né all’ingresso né al terminal passeggeri, furba come idea. I traghetti della Baja Ferries partono a giorni alterni per le 2 destinazioni citate in precedenza, tranne il mercoledì giorno di sosta. La traghettata è notturna, occorre presentarsi almeno un’ora prima della partenza (inutilmente mi verrebbe da dire visto il ritardo per la partenza vera e propria), c’è una perquisizione peggio che in aereo (dove occorre lasciare il bagaglio, potendo portare a bordo solo quello a mano, quindi arrivate preparati a combattere il freddo della nottata) ed una volta a bordo si parte solo quando tutti i camion son stati stivati, percui se la coda è lunga l’orario previsto (le 19) viene bellamente tascurato. E’ gia buio pesto quando i motori salgono di giri, abbiamo almeno 90’ di ritardo in partenza verso Mazatlan, ed appena lasciata Pichilingue è già tempo di cena, compresa nel prezzo per gli alimenti base, da pagare anche la più piccola delle bevande (15p per mezzo litro d’acqua). Fortunatamente il traghetto è vuoto per più della metà dei posti poltrona, ma avendo recuperato il sacco a pelo trovo posto a terra sulla morbida moquette dove inizio a dormire indisturbato. Fortunatamente la immancabile tv, come sui pulman, di notte viene spenta.

28° giorno

Non è nemmeno l’alba che alcuni messicani iniziano una lunga discussione su quali siano i pulman più economici per raggiungere il Chiapas, visto che si parla di oltre 2.000km molte sono le possibilità e così dormire diventa impossibile. Tanto vale godersi il panorama dal ponte di poppa, più riparato dal vento del mare, da dove però non si avvista ancora terra. In effetti arriviamo con 2:30’ di ritardo a Mazatlan, entrando in porto tra scogli che si alzano in bella vista, c’è una lunga coda per uscire non tanto dalla nave quanto dal porto perché fervono i controlli di polizia, poi una volta fuori con un bus (5,6p) arriviamo alla central camionera dove prendiamo subito un passaggio notturno per Morelia (800p). Lasciati gli zaini al deposito del terminal (15p x ora) facciamo colazione/pranzo in uno dei tanti ristoranti economici nei dintorni scegliendo l’Oasis (80p) e mangiando a sazietà. In tutti questi locali di categoria economica non servono alcolici, ma per chi vuole si può andare nell’unico “elegante” a comprasi la birra, non fanno storie. A quel punto è tempo di spiaggia, scendendo per Ferrusquilla (che è quella del terminal) si arriva alla lunghissia playa norte, una infinita spiaggia a forma di conchiglia di sabbia finissima, ovviamente in questo periodo vuota di gente, se non gli appassionati di footing. Ci croggioliamo al sole per un po’, poi è tempo di visitare il centro della città che si trova più a sud, raggiungibile in bus. Il centro storico, caratteristico mexicano, non regala nulla di esaltante, se non la vita che si percepise essere molto intesa da queste parti, il bello è lasciato alle spiagge ed al Cerro del Creston che domina dal mare il cuore di Mazatlan. A nemmeno 100m da plazuela Machado si trova Playa Olas Altas, paradiso dei surfisti, che se non stanno attenti potrebbero arrivare sul loro surf direttamente nei negozi circostanti la spiaggia! Da qui sempre costeggiando il mare si risale verso la piattaforma dei clavadistas, i tuffatori che si buttano dall’alto di una piattaforma di circa 15m in una piccolissima pozza, la cosa fa impressione e giustamente chi vuole vederli all’opera deve fare un’offerta. Si può salire sul trampolino, più difficile scendere per chi soffre di vertigini visto che non esistono parapetto, corrimano o corde. Ma del resto chi ci sale si dovrebbe tuffare non scendere a piedi come faccio io. La vista al tramonto da questo luogo è spettacolare, con sullo sfondo i traghetti in partenza ed il cielo infuocato, lo sperone che fa da trampolino sembre un drago che apra la bocca per mangiarsi i clavadistas. Ma il tempo di permanenza a Mazatlan per noi è terminato, occorre riprendere un bus direzione nord (dove alla fine della playa norte si trovano i grandi alberghi dei turisti) per la central camionera da dove con un bus Elite andremo a sud. Visto il ritardo del pulman che è de paso (quindi fa più fermate) occorre arrangiarsi per cenare all’interno del terminal e mi lancio nell’Istant Lunch (20p) come molti indigeni. Si tratta di spaghetti /noodles in scatola che vengono reidratati con acqua e messi a scaldare per 20” nel micronde. Una roba che creerebbe dubbi sulla commestibilità al mio cane, ma la temperatura ustionante toglie qualsiasi possibilità di distinzione (mi han pure chiesto se volevo la versione camarones o chili, optando per la prima ma potrebbe essere stata anche alla ternera o alla calabaza che nulla cambiava) della schifezza che si ingurgita. Con quasi un’ora di ritardo partiamo per Morelia, riscaldamento accesso durante la notte quindi non occorre recuperare coperte o sacco a pelo per la nottata, al seconda consecutiva in viaggio.   

29° giorno

Arriviamo a Morelia dopo 12:45 di viaggio, oltre ad un’ora recuperata di fuso, con un bus (6p) andiamo in centro, ma è una soluzione che sconsiglio perché i bus girano sulle direttive prossime al centro senza entrarci, a differenza dei piccoli combi che vanno ovunque e costano uguale. Dopo un lungo girare a piedi troviamo da dormire allo storico Hotel Señorial (115p), storico in tutto perché sembra uscire dritto dritto dagli anni 40’ senza nessuna variazione, né alle camere né al patio su cui queste danno. Nei dintorni è pieno di comedor, ne scegliamo uno a caso lunga la Jimenez angolo Tapia (sono senza nome) dove cadiamo sulla specialità locale, gigantesche quesadillas preparate al momento e fritte, ripiene, oltre che di formaggio, di quello che si preferisce. Il Mercado Dulce, che si trova proprio da queste parti è un paradiso senza fine delle ghiottonerie dolci, sovente fatte con frutta caramellata predispote in coreografiche confezioni, ma ci si può trovare di tutto, da camisetas, a preziosi oggetti d’argento o tanto cuoio e pelle lavorata in mille maniere, posto ideale per le ultime spese del viaggio. Però il richiamo principale della città è per tutti la sua cattedrale che mette assieme più stili architettonici e che sorge nel mezzo di 2 ampie piazze. Strano ma vero non si paga ad entrare, così possiamo vedere una scultura in mais essicato che raffigura el Señor de la Sacrestia , veneratissimo dai moreliani. Tutti i palazzi limitrofi sono classiche costruzioni coloniali, gli spagnoli scelsero Morelia come luogo preferito nel loro lungo periodo di stanza nel nuovo mondo (molto più salubre del DF, paludoso e malarico), così pian piano iniziamo le vari visite passando dal Palacio de Justicia  all’interno del quale sorge un piccolo museo che ripercorre la storia fotografica di Morelia per passare poi ai luoghi di Morelos, personaggio fondamentale dell’indipedenza messicana, di cui si trova uno splendido murales nelle scale del Palacio de Justicia. Le case di Morelos sono più significative per quello che rappresentano che per quanto si possa vedere, ma passarci ne vale la pena, soprattutto in questo momento che coi festeggiamenti del bicentenario dell’indipendenza tutto è tirato a lustro e ben illustrato. Andando verso est si raggiuge Plaza Villalongin da dove parte il lungo e ben conservato acquedotto, ed in Plaza Morelos c’è il fiabesco Santuario de Guadalupe, forse l’interno più psicadelico di tutte le costruzione religiose del Mexico. Risaliamo la pedonale ed alberata calzada Fray Antonio de San Miguel, tempio degli universitari locali per immergerci nella Morelia casuale, passando tra vie e piazze sempre molto affollate. Il massimo della vita si ritrova nel Jardin de Las Rosas, trovarci un posto per cenare è un’impresa anche perché tutti bevono e nessuna mangia, così come fatto sovente nei giorni passati preferiamo optare per un dei soliti comedores in zona del nostro hotel, che non saranno il massimo della forma ma garantiscono una sostanza non indifferente a prezzi irrisori (45p). Per finire un giro serale tra i luoghi di Morelia illuminati a dovere prima di incontrare un letto vero e proprio dopo 2 notti di fortuna, devo però dire che le attese per Morelia erano alte causa il tanto parlare della città tra i viaggiatori incontrati ed i messicani stessi, invece non ne ho colto questa magnificenza, una bella città coloniale ma in Mexico ho visto di meglio o forse di più caratteristico.

30° giorno

Colazione in uno dei soliti comedor (30p) poi con un combi (6p, 30’ , a parte le isole pedonali passano praticamente e fermano ovunque) raggiungiamo la Central Camionera e con un pulman Primera Plus (300p, 4:45’, senza nessuno di quegli inutili controlli precedenti, ma sempre con in dotazione il kit pranzo) raggiungiamo il DF arrivando al Terminal Norte. Da lì in metro (3p, servono 3 cambi) ritorniamo all’Hostal Moneda che per una notta sola costa 165p, 10 in più rispetto al pacchetto da minimo 3 notti. Questa volta la camera da sei è completa, spazi risicatissimi, ma camere miste, almeno qualche vantaggio il pienone lo porta. Passato il natale lo Zócalo si mostra in tutto il suo splendore, senza pista di pattinaggio, tribune e banchetti vari, la vista sul Palacio Nacional e sulla Catedral è splendito, grazie anche ad un cielo incredibilmente azzurro per il luogo. Visto che la città la conosciamo già piuttosto bene ne approffitiamo per un giro in tutta traquillità con meta il mercado de Artesanías la Ciutadela , uno dei migliori del centro, luogo ideale dove investire gli ultimi pesos rimasti. Dopo averci passato qualche oretta, da qui a piedi raggiungiamo la Alameda (parco-via) per farci anche noi una vasca preserale dove rimirare illuminato splendidamente il grande e maestoso Palacio de Bellas Artes, per poi finire ad investire gli spiccioli avanzati in un’ultima cena a La Pagoda (140p, non è un ristorante cinese!) in avenida 5 de Mayo, posto scelto dalla grande calca di indigeni, rivelatosi ottimo, sia per qualità, quantità e varietà di piatti proposti. Un posto popolare ma frequentatissimo da giovani e menogiovani. Ovviamente la cena sarebbe stata compresa all’hostal, ma essendo l’ultima ci siamo regalati qualcosa di gustoso cercando di non andare oltre alle spese previste per l’indomani (servono solo i 3p per la metro) e finendo così chirurgicamente i pesos rimanenti. Rientrati all’hostal per un’ultima serata in terra mexicana da passare sulla solita vivacissima terrazza, finiamo per dover giustificare l’anomala situazione politica italiana ad un professore dell’università di Vancouver di origine coreana (in un viaggio di 6 mesi, uno dei quali passati a far volontariato in Guatemala, con un passato di 2 anni in Italia) ed una ragazza argentina (al primo giorno di un viaggio senza una precisa data di ritorno, beata lei) che proprio non si spiegano l’immobilismo politico che ci attanaglia nel sostenere il caudillo locale. La conversazione diventa lunga mentre la musica pompa a volume elevatissimo, dover pensare di abbandonare il girovagare nel mezoamerica per rientrare nella nostra realtà è alquanto pesante ma occorrerà abituarcisi.

31° giorno

Finita colazione nella ormai casalinga terrazza , con la metro (3 cambi, e questa volta farli con lo zaino è decisamente più pesante e scocciante) raggiungiamo l’aereoporto Benito Juarez (l’eroe nazionale, di origine india, colui che portò a tutti gli effetti il Mexico ad essere libero ed indipendente). La fermata della metro è appena fuori dall’aereoporto, per arrivare alle partenze internazionali occorre camminare per oltre un km. Chi volesse imballare il proprio bagaglio sappia che costa più che in Europa, come al solito gli aereoporti vantano prezzi esosi ovunque a prescindere dal contesto in cui si trovano. Le procedure sono velocissime, l’imbarco e la partenza puntuali, e così verso mezzogiorno siamo già in volo con un Airbus Iberia (10:30’) al solito vecchio tipo per Madrid. Il menù di bordo è identico a quello dell’andata così evito la pasta che poi sarebbero tortellini al ragù, che ricordo inodori ed insapori. La carne è decisamente meglio, poi per chi volesse ci si può servire autonomamente sul fondo dell’aereo per il bere per tutto la strasvolata, considerando che questo tipo di airbus ha gli schermi televisivi praticamente inutilizzabili, è una ancora di salvezza. Adeguando il fuso a quello di Madrid, ci viene servito uno snack serale e poi le luci si spengono.

32° giorno

Arriviamo in perfetto orario al terminal 4S di Madrid Barajas, da lì con la metro interna raggiungiamo il terminal 4, controllo passaporti, poi bagagli a mano e in uno degli ultimi gate viene annunciato il volo per Bologna. A differenza di qualche anno fa non ci sono più gli “acquari” per fumatori, se proprio non riuscite a farne a meno occorre uscire e quindi rifare le pratiche di accesso con controllo passaporti e bagaglio. Il volo Air Regional è puntuale, viene servito un semplice bicchier d’acqua con ben 2 biscotti, ma ormai siamo a casa, giusto il tempo di decidere quali saranno le prossime mete di viaggio che l’aereo tocca terra a Bologna, ma come al solito quando si tratta di scovare un luogo da scoprire le idee non mancano mai.

Per info - Luca - fer4768@tiscali.it

 

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