Catch Music         

 

 

EVENTI 2010
COMUNICATI MUSIC - CONCERTI....
 

 

Savio top ten 2010
1) Hoodoo Gurus - Purity of essence (Australia)
2) The Coral - Butterfly House (Eng)
3) Jason and the Scorchers - Halcyon times (Usa)
4) The Apples in Stereo - Travellers in space and time (Usa)
5) The Jim Jones Revue - Burning your house down (Eng)
6) The Sadies - Darker circles (Usa)
7) Hacienda - Big red & barbacoa (Usa)
8) Fabienne Delsol - On my mind (Eng)
9) The Parting Gifts - Strychnine dandelion (Usa)
10) Nushu - Hula (Usa)
Luca Cocchi 2010
1. Deerhunter - Halcyon Digest
2. Black Angels - Phosphene Dream
3. Arcade Fire - The Suburbs
4. These New Puritan - Hidden
5. Massimo Volume - Cattive Abitudini
6. Tom Petty & The Heartbreakers - Mojo
7. National - High Violet
8. Dirtumusic - BKO
9. Edwyn Collins - Loosing Sleeping
10. Mike Patton - Mondo Cane
 

 

 

11/12/2010
Tributo italiano a Joe Strummer, VII edizione – Estragon Bologna 
Tra l’incredulità degli organizzatori, Mauri&Devil il tributo italiano a Joe Strummer è giunto alla settima edizione, ospitato al solito a dicembre presso l’Estragon di Bologna, pochi giorni prima dell’anniversario della morte del grande Joe. Organizzazione come da copione casalinga e per nulla professionale, una possibilità per tutti basta non farsi “il viaggio” visti i tempi strettissimi per adattarsi al palco, sovente strumentazione di serie ma tanta voglia di riprorre più che la musica lo spirito che il leader di Clash e Mescaleros ha rappresentato. Così in questa edizione ci si è spostati dai soliti stilemi clashiani per rappresentare più l’idea di partenza di quanto Strummer intendeva per musica 
e vita ed in occasione dei trentanni di Sandinista spazio a contaminazioni di vari generi, contraddistinte all’ennesima potenza dal duo hip-hop di Cuba Cuentas Claras, ma anche dalla posse calabrese di Kento & Easy One che i kids hanno gradito oltre immaginabile aspettatitiva. Poi chiaro che alcune proposte che han ripreso quella musica facciano facilmente centro, ma la proposta in versione spagnola dei valenciani The Radio Clash ha avuto quel quid in più per gasare tutti quanti. Di alto livello l’interpretazione di Lilith & the Sinnersaints, più new wave con toni goth, ma di spessore eccelso, come lo sono state le reinterpretazioni dei classici a firma Strummer&Jones, difficilmente distinguibili dalle loro canzoni autografate, però qui c’è dietro un passato illustre, coi Not Moving a farla da padrona (furono support dei Clash in una loro tournèe italiana) e Tony Face alla batteria. Fra gli ospiti di riguardo va citato al solito Pablo Cook, ex Mescaleros e tra i precussionisti preferiti da Mr. Moby, la crew di writer siculi che hanno dato la loro interpretazione al logo di Sandinista e Piero Ruggeri autore della locandina di questa edizione ma soprattutto autore della grafica del fumetto che ripercorre la nascita dei Clash in una Londra di metà anni settanta. Peccato solo che l’editore sia francese e la distribuzione in Italia avvenga solo via Amazon e non nelle normali librerie dove chiunque potrebbe avere un’idea del fumetto. Per i pochi che sono giunti nel primo pomeriggio all’Estragon c’è stata la possibilità di vedere il documentario Strummerville di Don Letts, che ripercorre quanto la fondazione abbia fatto in questi anni, alternando le storie dei musicisti supportati alle interviste a grandi della musica come Billy Bragg (al vero parecchio invecchiato ultimamente) o registi molto vicini a Joe Strummer come Julian Temple. Luca Cocchi 

 

 

 

07/12/2010
Elf Power & Madeline Adams – CovoClub Bologna 

Per gli amanti del collettivo Elephant Six, la discesa italiana degli Elf Power è stato un piccolo evento imperdibile. Raramente le band che fanno capo al sodalizio con sede a Denver passano dalle nostre parti, alcune poi già sono in archivio come i Neutral Milk Hotel, quindi l’occasione di vedere all’opera Andrew Rieger e compagni è stata come un piccolo regalo natalizio. Privi della tastierista Laura Carter, i 4 hanno iniziato con la parte più propriamente pop del loro repertorio, Thing wonder, Old familiar, per prendere forza ed avanzare verso qualcosa di più mosso, ma mai senza perdere la scintilla di quel pop americano di cui tutte le band della Elephant Six han sempre fatto obiettivo principale. Gli Elf Power sono anche una delle ultime testimonianze musicali del genio di Vic Chesnutt, suicidatosi il natale scorso, ed a cui l’ultimo album omonimo è dedicato. Da Athens, famosa soprattutto per i R.E.M., il suono misto tra pop e rock sudista si ingrossa creando ottime sensazioni nel pubblico che scaldandosi rende partecipi anche i musicisti del piccolo evente di culto. Il finale in crescendo, senza le melodie completate dalle tastiere creano un effetto di troppa similarità, fortunatamente le esecuzioni con cui salutano il pubblico si fanno molto più rumorose e così Little black hiles e Temporary arm scacciano quel briciolo di monotonia. Sempre con la sua fida 12 corde Danelectro a tracolla, Mr. Rieger regge il palco nonostante non abbia proprio le fisique du role, ma in fin dei conti per questa commistione di pop&rock i fans necessitano di ben altro, quello magari lo ha regalato la dolcissima Madeline Adams in apertura, con un set che partito in solitatio ha visto coinvolti uno ad uno tutti i membri degli Elf Power per accompagnarla in un concerto che ha preso forza canzone su canzone.  - Luca Cocchi 
 

 

 

03/12/2010
Clinic – CovoClub Bologna 

Fra le novità più accattivanti nel periodo che stava sul passaggio del secolo, i Clinic da Liverpol hanno sfornato una serie di ep elettrizzanti e qualche album che faceva gridare alla novità del momento, poi il tempo li ha riportati nei ranghi di una normale quotidianità, ma vederli su di un palco, sempre dietro alle loro macherine da chirurgo è sempre una cosa alquanto interessante. A dimostrazione che il recente Bubblegum non sia proprio un disco di grido lo mettono in evidenza anche dal vivo, si ributtano sul repertorio delle origini, lasciando all’ultima fatica solo il brano omonimo in apertura, Lion Tamer e la canzone preferita, Milk & Honey, il tutto nei primi 15’. Per il resto si inizia a ritmi lenti e saturi di Bubblegum e si finisce a surfare, la dove i quattro danno chiaramente il meglio di se. Precisi e concisi, non concedono molto al pubblico ma mostrano un repertorio invidiabile, con variazione dalle chitarre laceranti all’organo di sottofondo (quando un problema tecnico allo strumento manca in black out l’intero Covo…), regalando versioni ormai dimenticate delle prime cose tipo I.P.C., Walking with thee, Porno, Monkey on your back, insomma roba per fans scatenati e non per aggregati dell’ultimo momento. Meno di un’ora di concerto, come marchio di fabbrica della band, ma se per una volta la quantità cede il passo alla qualità c’è poco da lamentarsi. E mentre Walking whit thee lascia nell’aria un suono distorto i quattro stanno già fendendo il pubblico che calorosamente applaude per ritirarsi e levarsi quella maschera che ne cela (?!) l’identità. Da segnalare in apertura il durissimo impatto dei californiani Trumans Water, che nel cercare di dare una versione improvvisata del loro repertorio faticano a conquistare consensi, e bene fanno a ringraziare ripetutamente i Clinic per averli voluti a supporto della tournèe europea. Trovare un pubblico dedicato solo a loro sarebbe stata impresa ardua.  - Luca Cocchi

20/11/2010
Wild Nothing + The Strange Boys – CovoClub Bologna 

Ultima giornata del Groovy America Festival con doppio appuntamento, primi a salire sul palco i giovanissimi The Strnge Boys da Austin, Texas, capaci di metter insieme 2 miti discografici in una volta sola. Già, perché a casa loro sono pubblicati dalla In The Red, mentre nel nostro vecchio mondo escono per Rough Trade, provateci voi ad indovinare un binomio del genere! Sul palco del Covo propongono l’ultima fatica Be Brave, senza dimenticare richiami al precedente The Strange Boys And Girls Club che li fece conoscere, mostrando maggiori collegamenti alla tradizione del sud statunitense. Non pensiate però ad una accozzaglia di suoni country od eccessivamente roots, semplicemente vaghi richiami magari solo nei tempi dilatati di qualche riprososizione, senza mai concedere nulla ad un passato magari rimpianto più per il tempo andato che per il valore in sé. Timidi all’eccesso, ci vuole un po’ di tempo perché l’ambiente si scaldi, poi fortunatamente si concedono un set intenso che soddisfa particolarmente l’audience, regalando anche una cover del repertorio di Simon & Garefunkel. Cambio di set ed ascesa sul palco dei Wild Nothing, in realtà una one-man band di Jack Tatum, accompagnato per l’occasione da tre sodali per presentare un concerto a tutti gli effetti. Più chitarre che tastiere, come l’esordio di Gemini avrebbe potuto far pensare, ma le diavolerie elettroniche collegate alle chitarre non tradiscono le attese di un pubblico che pare aver apprezzato questo progetto che richiama alla mente momenti idialliaci di dreampop. Il repertorio non è ovviamente ampio, un disco e due ep, ma la riproposizione quasi intera del tutto riesce fin da subito a far breccia nel pubblico e sulla finale Summer Holiday ci stanno pure le ovazioni che costringono i 4 ad un bis. Spicca tra le proposte presentate quella Evertide uscita come ep in un secondo tempo rispetto a Gemini, a dimostrazione che il progetto di Tatum ha ottime freccie da lanciare anche per il futuro, cosa di buon auspicio per un pubblico numeroso che ha dato modo di gradire particolarmente la doppia rappresentazione di questa serata, magari non da annali ma comunque azzecatissima. 
Luca Cocchi 
 

Wild Nothing

The Strange Boys
01/11/2010
Coral – Tunnel Milano 

In una serata incui mezza Italia si trova sommersa dall’acqua ed il Tunnel rimane nel mezzo delle brume di un uggioso autunno, i Coral salgono sul palco con un clima che li riavvicina alla loro Hoylake, magari è anche grazie a questa situazione che danno vita ad un concerto che rimarrà ben scolpito nelle menti dei presenti. Unica tappa italiana al seguito del nuovo Butterfly House che nasce dopo la fuoriscita di Bill Ryder-Jones, c’era da verificare la leggera deviazione sonora in territori più psicadelici-pastorali rispetto al beat di stampo ‘60s dei dischi precedenti. Lo spettacolo messo in scena fuga ogni dubbio, i Coral sono ancora una delle più belle realtà musicali di terra d’albione, se ne fregano del successo facile (non ripropongono In the morning, ma il pubblico nemmeno la chiede segno che la presenza dello zoccolo duro dei fans è forte), pescano a piene mani dall’ultimo album ma non dimenticano i brani che li lanciarono (Pass it on, Spanish main) o le band che li hanno ispirati, Beatles con Things we said today e Birds con Fell a whole lot better. Partiti con More than a lover, dopo un inverosimile mutar di chitarre (Gibson, Fender, Rickenbaker, acustiche, elettriche, 6 e 12 corde, avendo come base fissa solo il basso Ricknbaker), finiscono con la preferita di James Skelly, Rebecca you. Per i bis largo al passato, chi i fans possano esaltarsi, con Goodbye e Dreaming of you, poi finale con coda chitarristica per North parade. Ovazione interminabile, non si vorrebbe mai andar via, tutto come sognato e molto meglio di quanto sperato, i Coral sono ancora il sogno di quasi 10 anni fa, l’esser rimasti nella loro nicchia non li ha fatti sedere né fortunatamente desistere. Quelle canzoni che raramente superano i 3 minuti, complete di storia, ritornello e riff continuano ad essere micidiali ed è bello vedere che perfino gli addetti alla security finiscono col battere il piedino e preoccuparsi più della musica che del pubblico, pubblico che mai si sognerebbe di rovinare il proprio spettacolo preferito. E così dopo poco più di un’oretta e mezza è già tempo di uscire da un locale dove l’umidità l’ha fatta da padrona, finendo per creare uan condensa che si trasforma in pioggia, l’unica nota stonata della serata, e personalmente mettiamoci anche il fatto che non abbiano suonato quella Bill McCai che amo sopra ad ogni cosa del largo repertorio dei Coral. 
Luca Cocchi 

 

 

 

30/10/2010
No Age + Abe Vigoda – CovoClub Bologna 

Come suonerebbero i Jesus & the Mary Chains nell’autunno del 2010 se fossero ancora dei venticinquenni? Probabilmente non lontano da questi No Age, anche se qui abbiamo di fronte dei tranquilli losangelinos mentre dall’altra parte dei fratelli scozzesi maledetti che volevano far passare anche al proprio pubblico una sorta di sentimento di odio nei propri confronti. Qui invece sotto ad un muro di dissolvenze ci troviamo belle canzoni che rimandano a sequenze stile Ramones e tratti di ordinaria tranquillità in Randy Randall alla chitarra ed in Dean Allen Spunt alla batteria e voce, accompagnati in sottofondo da diavolerie elettroniche mai troppo invasive. Se avevate voglia di melodia, qui proprio non ne avete trovata, anche se sotto sotto non si può negare che la fila delle varie Erase, Sleeper Hold, Miner, Losing Feeling, Valley Hump Crash, Common Heat ecc.. proprio immuni non ne siano. Ma dal vivo l’impatto è ben altra cosa che su disco, una scarica di andrenalina che entusiasma o disgusta, dalle facce presenti in buon numero mi vien da pensare che il concerto sia stato gradito e che il nome dei No Age verrà tramandato come quello di gente capace di esaltare la platea, certamente di nicchia ma capace di capire chi con gli strumenti ci sa fare rispetto a chi intende fare solo casino. Quel casino messo in piedi in precedenza dagli Abe Vigoda, che cercano di nascondere la poca ispirazione sotto ad un riverbero inutile di synth anni ’80, ma che poco regalano al pubblico. Il confronto tra le due band provenienti dalla stessa zona è impietoso, tanto rimane in testa (e nelle orecchie fischinati) dei rumori dei No Age quanto si vuole in fretta dimenticare gli Abe Vigoda dal suono impersonale e per nulla interessante. Ma si era venuti per i No Age e questa sera si esce dal CovoClub soddisfatti del rumore che ha bucato il cervello. 
Luca Cocchi

 

 

 

 

 

 

08/10/2010
Mistery Jest – CovoClub Bologna 

Quando Blaine Harrison sorretto dalle stampelle sale sul palco del CovoClub dopo aver aperto la folla per arrivarci, il giovanissimo pubblico è in visibilio, gli ascolti dell’ultima fatica degli inglesi, Seratonin, è già cosa metabolizzata e la forza della rete ha creato un piccolo caso riempendo il locale in ogni angolo possibile. L’avvio del concerto è tutto dedicato all’ultimo disco (se lo possiamo ancora chiamare così), ed il pubblico pare gradire a più non posso le varie Alice Springs, Dreaming of another world e The girl is gone. Per chi scrive la svolta pop è invece poco apprezzata, un’uniformità di suono che poco lascia oltre all’imediatezza del facile ascolto condito da coretti e tastierine troppo sinth-anni 80. Per fortuna nella seconda parte del concerto i brani del ben più apprezzabile Twenty One hanno la meglio e la band si riprende regalando ottime interpretazioni della varie Hideaway, Behind the bunhouse e soprattutto di Flakes, finendo comunque per essere apprezzate anche dal pubblico. La band non si risparmia, suona intensa e dimostra che quando l’ispirazione composiva l’accompagna suonare è nel proprio DNA, regala momenti di bella partecipazione al suo pubblico, compreso uno stage diving che all’interno del Covo può diventare preoccupante e mette subito in pista i bis finali, condizionata dal fatto che il frontman non può certo uscire e ritorare sul palco viste le sue condizioni di deambulazione forzata. Se ne esce avendo goduto di buoni 30’ minuti finali di concerto, mentre nella prima parte una certa noi è comparsa, anche se i fans più scatenati non se ne saranno avveduti. A conti fatti però occorre segnalare che la grande produzione di Seratonin affidata a Chris Thomas, leggenda inglese che ha firmato anche Different Class dei Pulp, la canzone madre di tutta la scena d’albione dai ’90 in avanti, non ha portato grandi benefici, il concerto lo ha testimoniato in maniera indelebile.
Luca Cocchi 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

02/10/2010
Band Of Skulls – CovoClub Bologna 

Due sono i motivi che hanno velocemente avvicinato i kids ai Band Of Skulls, il pezzo I Know What I Am eletto da itunes singolo della settimana ad inizio 2009 e scaricato a più non posso, e l’aver scritto un brano, Friends, per la colonna sonora di Twilight. Quindi la discesa italiana degli inglesi (prima band straniera ad aprire la stagione 2010/11 del CovoClub) era attesa dai più giovani fans che hanno apprezzato i pezzi più conosciuti e tipicamente più rock e ballabili quando non pogabili, partendo da influenze zeppelliane per arrivare a stacchi non lontano dal mondo dei White Stripes, forse ancor di più ai Dead Weather (sempre di Jack Anthony Gillis si parla). Ed allora largo a Fires, Light of the Morning, Dead by Diamonds and Pearls, che dimostrano dal vivo come la band sia reale, ma quando arrivano le lunghe suite psicadeliche (magari meno apprezzate da succitati kids) lo spettro delle possibilità si ampia, Cold Fame regala inaspettati territori musicali dove la Gretsh di Russel Marsden si insinua alla perfezione, il basso di Emma Richardson compie il suo dovere e la secca batteria di Matt Hayward non si lancia in inutili assoli troppo anni ’70. Visto che il pubblico si attende anche altro la band risponde alternando i pezzi a due voci senza però cader banalmente nel giochino e chiudendo con una tirata versione di Impossible, cupa dura e lisergica, da amplificatori impallati ed orecchie fischianti, come un bel concerto rock dovrebbe essere. Il palco dimostra che i Band Of Skulls sono una vera entità musicale dei nostri giorni, dal suono personale e non un fenomeno creato ad arte per il fittizzio mondo della rete. Il buon pubblico presente se ne va contento, non reclamando troppo un eventuale rientro sul palco, visto che ormai i cavalli di battaglia son passati, vien da ricordare a noi vecchi abitudinari dei concerti che qualcosina veniva sempre pretesa, quasi che il ritorno sul palco fosse un regalo personale a lungo richiesto. Ma in tempi di social network forse è già ora di cercare una new sensation, sperando che questi Band Of Skulls non vengano riposti con troppa precipitazione. 
Luca Cocchi 
 

 

 

 

 

 

 

Dna concerti 
è felice di annunciare
Nouvelle Vague
17 settembre 2010 – Bologna - Estragon
 

17/09/2010 - inviato CW - foto e servizio Luca Cocchi
Nouvelle Vague – Estragon Bologna 

Per chi musicalmente si è formato tra fine ’70 e primi ’80, da un po’ di anni c’è in giro un fantasma di origine francese che reinterpreta le proprie fondamenta. I Nouvelle Vague, bravi a mettere su disco canzoni memorabili a mezzo tra punk e new-wave in forma completamente differente dagli orginali, ma senza perdere un briciolo di forza trainante nei pezzi arrangiati in maniera flirtante col bossanova e col lounge. Ma dal vivo come si sarebbero proposti? Il concerto dell’Estragon ha messo le cose in chiaro, la band non è solo apparenza su vinile (per i vecchi amanti, vabbè..), ma regala ai molti fans u’ esibizione che non si aspettavano. Il tiro cresce, ma non a danno della compattezza del suono, e le interpretazioni visive di Melanie Plain ma soprattutto di Camille Dalmais in versione BB sono di una elegantissima ed affascinante sensualità. Difficile ripercorrere tutte le tappe del concerto con le varie cover, ogniuno ci avrà trovato le sue preferite, che sovente coincidono con quanto si apprezzò da adolescenti, entrando nelle specifico della riappropriazione dei pezzi da parte della band, sicuramente Too Drunk To Fuck è il pezzo più coinvolgente, ma da segnalare anche l’aver salvato la pelle sui Joy Division che sovente sono una iattura per tutti nel rifarli e la bella parentesi “teatrale” su Guns of Brixton. La perla per il rifacimento più attinente all’originale va a Blister in the Sun dei Violent Femmes, ma è facile capire che l’accompagniamento della sola chitarra acustica facilita le cose, intensa la ripresa dai Gun Club per sola voce e batteria e bel finale con la lunga versione di I Melt with You dei Modern English che per altro non compare nemmeno nei dischi ufficiali. Oltre 100’ di emozioni antiche mischiate ad attualità, una proposta che pareva un battito di ciglia ed invece si sta inserendo sotto pelle a tanti appassionati di musica, che escono dalla tappa bolognese del tour convinti di aver di fronte una ottima macchina da concerti, frutto anche della voglia di sperimentare e di mettersi in gioco delle cantanti, dove la BB di oggi si lancia anche a scorribande tra il pubblico, balli sul bancone del bar o sulle casse in perfetto stile Cramps senza mai sembrare costruita. Vitalità e forza di una musica sempre attuale, arte nel suo senso più omnicomprensivo che oggi ci possa essere. E peccato se tra le tante cover sia mancata quella Teenage Kicks che oltre al sottoscritto avrebbe sicuramente fatto piacere al più grande dei dj della storia… 
Luca Cocchi 

 

 

 

09/09/2010
dEUS – Arena Sul Lago, Festa PD Modena 

In giro da tanti anni, i dEUS ritornano in Italia nel 2010 per un’unica data in quel di Modena, una serata di fine estate fredda e con la pioggia a minacciare un pubblico non numerosissimo ma particolarmente familiare ai suoni di Tom Barman e soci. Non potendo più sfruttare l’effetto sorpresa di presentarsi sul palco leggendo il libro di Benni “Il bar sotto il mare” come avvenne per la trionfale tournèe di A Bar Under The Sea (qualcuno li ricorda ad una data in quel del KWh di Crespellano nel ’96?), i 5 belgi pensano più alla sostanza che alla forma, dandoci sotto con ritmi sostenuti. Tra le prime canzoni spazio agli ultimi 2 dischi (quelli realizzati dall’attuale band, che Barman a parte non ha più nulla in comune con quella dei ‘90) tra le quali spicca The Architect, ma quando è il turno di Shake Your Hip il freddo vien spazzato via dal calore della folla e tutto diventa più partecipativo, anche una Nightshopping che su disco non aveva di certo colpito più di tanto i vecchi fans. Prendono pezzi da tutti i dischi, ovviamente le più acclamate arrivano dai primi 2, ma la band è compatta e non scende mai di tono regalando nel finale con una splendida Roses. Non è però già tempo di saluti, i 5 rientrano sul palco per i bis, conclusi come al solito con una tiratissima versione di Suds&Soda che gli regala una ovazione lunghissima. Ancora in grande forma i ragazzi, la nuova formazione si è ben integrata, e se le recenti canzoni non saranno memorabili il loro perchè su di un palco lo confermano alla grande. Capacità di tenere alta l’attenzione, partecipazione in costante crescendo mixata ad un repertorio non solo per nostalgici, mostrando che il grande passato alle spalle è volano positivo per costruire ancora un presente dignitoso, sul palco ancora ottimamente rappresentato. Del resto, del bistrattato Belgio, rimango propabilmente una delle cose migliori! 
Luca Cocchi 
 

 

 

 

26/07/2010
Badly Drawn Boy Hana-bi Marina di Ravenna 

A suo modo un piccolo grande evento dell’estate, questo uomo disegnato assai maluccio che continua a darsi le arie del ragazzo con l’immancabile cuffia sui capelli, fa tappa sotto alla ormai solita tettoia dell’ Hana-bi. E di evento si parla, posto stipato all’inverosimile, collina presa d’assadio con largo anticipo per questa discesa italiana di Damon Gough. Ma tanta attesa è stata ripagata con gli interessi da un Badly Drawn Boy in versione deluxe. Già, perché vecchie recensioni di concerti nella sua amata U.K. proprio tranquilli non lasciavano, si parlava di tirare impossibili con un unico tasto del piano a far impazzire i fans esterefatti, fortunatamente nulla di tutto questo è occorso nella nottata ravennate. Solo sul palco ha iniziato con alcuni brani presi dalla colonna sonora del 2009, Is There Nothing We Could Do? in formato prettamente acustico per lasciar spazio anche ad un inedito (Inside Fan dovrebbe chiamarsi) di prossima pubblicazione ad ottobre, poi pian piano il concerto si è animato con pezzi più tirati eseguiti alla chitarra elettrica per passare ad un siparietto nel quale accompagnato da un i-pod ha fatto karaoke su di un suo pezzo preregistrato, ed in un secondo momento, durante una pausa acqua-sigaretta ha fatto partire una versione solo piano di Thunder Road, finendo per cantarla assieme al pubblico imitando il suo idolo Bruce Springsteen. Parte finale al piano, accompagnato dal suo tour manager a regalarci la parte più festante del concerto, una Pissing in The Wind da brivido seguita dal bis fuori orario (ma ad una stella del suo calibro, almeno in Inghilterra, of course,questo è concesso) di Silent Sight, chitarra e piano, citando nel frattempo gli ormai dimenticati Lotus Eaters di The First Picture of You. Quasi 2 ore di musica che sono volate, del resto la discografia del nostro è sterminata, soprattutto se gli salta in testa perfino di andare a ripescare una Shake The Rollercoaster che arriva dritta dritta dal primo EP, una sorta di demo e nulla più. Geniale è il termine più banale per descrivere il personaggio, se poi il genio si applica come questa sera tirate un po’ voi le conclusioni dello spettacolo regalato alla foltissima platea adorante.
Luca Cocchi 
 

 

 

21/07/2010
Keshet Klezmer Ensemble, Cortile del Mueseo Ebraico Bologna 

L’apertura del festival Klezmer Jazz è affidata al Keshet Klezmer Ensemble, formato da Amit Arieli (shofar e clarinetto), Alberto Becucci (fisarmonica), Brian Bender (trombone), Dayana Gnarra (voce e darbuka) e Matteo Parlanti (percussioni). Come da significato del termine keshet (in ebraico,arcobaleno), l’ensemble propone proposte musicali variegate, che spaziano dal più tipico repertorio klezmer fino ai ritmi rock balcani che ai meno pratici di questa musica avrà fatto tornare alla memoria i suoi di Goran Bregovic e della sua orchestra per matrimoni e funerali, suoi questi già sdoganati anche alle platee meno acculturate. Ma il tutto ben mixato con momenti struggenti legati alla voce di Dayana Gnarra a riprendere brani chassidici sicuramente ostici ma dal forte impatto emozionale. Certo, non il concerto tipico di metà estate, basso batteria e chitarra, ma nemmeno una asettica lezione di musica buona solo per i solotti nobili delle città, dosando bene ritmi e suoni anche i meno addentro alla proposta han finito per farsi trascinare nel concerto richiedendo a gran voce un bis che puntualmente l’Ensemble ha regalato. E poi dove poter vedersi un shofar che regala virtuosisimi inaspettati, degni delle più scatenate danze che i vicini dell’est irradiano ormai a tutto il continente?
Luca Cocchi
 

 

 

18/07/2010
Micah P. Hinson – Ferrara Cortile Castello Estense 

Un uomo a nudo, questo è stato un grandissimo Micah P. Hinson nel corso del suo superbo concerto ferrarese, in solitario accompagnato, ma nemmeno tanto, dalla sua chitarra acustica ma soprattutto dalla sua profonda voce e dalle sue storie che scavano nel lercio del sogno americano finendone però sempre per amarlo o giustificarlo, come lui stesso ha più volte rimarcato nel corso di lunghi solilloqui tra una canzone e l’altra col pubblico adorante. Novello Johnny Cash o Tom Waits come sovente è stato soprannominato, dal vivo il modello di riferimento pare più Dylan, per il fatto che non una delle canzoni proposte viene rimessa al pubblico nella veste originale. E se questa sera mancava la band di supporto (quale che sia nei suoi vari dischi che poi danno il nome al disco stesso), il tutto si è espresso tramite le personalissime interpretazioni, fra storie di sogni infranti e discese agli inferi, storie però vere nate sovente nell’alloggio fornite dalle patrie prigioni americani all’artista nell’atto di comporre il suo primo splendido disco. Le canzoni però sono state proposte più come una sua personale valvola di sfogo che come regalo al pubblico, che mai ha potuto cantarle assieme al memphisiano (cavolo, nemmeno una As You Can See…), troppo diverse incattivite o addolcite per potersele tener strette, a ribadire da parte di Micah P, che quella è roba sua, noi possiamo ascoltare ed ammirare ma non farle nostre. Unico cambiamento di scena è stata la comparsa della moglie Ashley, ma più per una comparsata a dimostrazione della ritrovata pace interiore dell’artista, poco dopo aver regalato quella Dyin’ alone che proprio alla consorte era ispirata. Nei tanti bis richiesti, mentre controllava con continuità l’orologio da taschino stupendosi lui stesso della lunghezza del concerto che riusciva a regalare e sentendosene onorato, c’è stato spazio anche per un omaggio a Leonard Cohen con quella Suzanne ripresa dal disco di cover del 2009. Ma sul più bello la memoria si è fermato e Micah P. ha invocato il solito blocco mandato dalla maledizione dell’artista originale che sempre lo coglie in questi casi. Un altro momento fortemente toccante che ha riavvicinato l’artista al pubblico, al termine di un concerto che ai meno addentro sarà potuto sembrare una noisità inutile ma che ai più è parso arte vera in un momento di troppo plastica musicale e fenomeni da baraccone pompati e nel giro di breve dimenticati. Evento raro questo di Ferrara, ma che lasciano la speranza che la musica abbia sempre nuove emozioni da regalare a chi sa andarsele a recuperare e scartare con attenzione. 
Luca Cocchi 
 

 

 

14/07/2010
Morning Benders Hana-bi Marina di Ravenna 

Dalle spiaggie californiane a quelle dell’Adriatico il passo alla fin fine è breve, la sabbia è similare e questo è stato sicuramente un ottimo sentirsi a casa per i giovanissimi Morning Benders, protagonisti di una sera di metà estate sul palco dell’Hana-bi. Partiti carichi sulle note di Stitches, non proprio il pezzo di facile ascolto per farsi amare da chi non conosce il loro repertorio, i californiani non si son persi d’animo dimostrando che la gioventù a volte si accorda anche con la tecnica. Se il concerto è scivolato via sulla falsariga del solo disco pubblicato in Italia (Big Echo), le interpretazioni son sempre parse corpose e mai frettolose, figlie di una predisposizione musicale attenta e professionale. Le uniche divagazioni fuori da Big Echo son state dedicate a 2 cover, la prima dei Fletwood Mac (Dreams), la seconda per terminare i bis è caduta sui Joy Division (Ceremony), musicalmente buona ma intensamente fuori luogo per un gruppo che delle facili e briose armonie musicali fa il suo timbro personale. Poco male comunque, quanto promesso da Big Echo è stato mantenuto, e per dei ventenni questo è già un bel passo avanti sulla via della maturazione . 
Luca Cocchi

 

 

 

06/07/2010
Woven Hand – Bologna, Piazza Verdi 

Figlio di un predicatore in quell’America rurale che tante contraddizioni vede annidarsi al suo interno, David Eugene Edwards da oltre 20 anni si è allontanato dalla chiesa ma non ha mai perso la fede. Una fede però diversa da quanto raccontano le istituzioni clericali in ogni angolo del mondo, una fede interiore fatta anche di rabbia, dolore e perdizione, che si esprime al meglio nelle lunghe tirare elettriche che già i 16 Horsepower ci avevano abituato. Ora i Woven Hand entrano ancora maggiormente in quel mondo rurale tinto di suoi folk che questa sera sul piccolo palco di piazza Verdi ci viene rappresentato. Si parte tra banjo e chitarrine, ma pian piano i suoi si irrobustiscono e le chitarre Gretsch la fanno da padrone. La voce del predicatore David Eugene colpisce a fondo, non si risparmia in energia e se anche il senso per la maggior parte risulta ostico nel suo personalissimo slang al pubblico bolognese, la forza d’urto rimane compatta e potente, ben al di là delle intezioni di musica “americana” come viene sovente identificata la nuova proposta musicale a nome Woven Hand. Chiaro che a farlo da padrona sono le recenti canzoni dell’appena pubblicato The Treshing Floor, ma c’è spazio anche per svariati ripescaggi da dischi precedenti. Nessuno si azzarda a chiedere qualcosa della band precedente, la forza del predicatore mancato non ammette interferenze, ed oltre a stringati ringraziamenti non va, tutto preso nel rappresentare al suo meglio la proprio proposta musicale che come prevedibile si adatta benissimo all’esecuzione dal vivo.
Luca Cocchi 
 

 

 

 

 

06/03/2010, THE RUMBLE STRIPS CovoClub Bologna
Tappa bolognese in quel del CovoClub per i Rumble Strips, nel pieno dei festeggiamenti per i 30 anni dello storico locale di Viale Zagabria. I Rumble Strips di Charlie Waller son sorti alle cronache da almeno3 anni, quando quel Girls And Weather ha richiamato alle orecchie dei più anziani di ascolti i leggendari Dexy’s Midnight Runners, per l’uso dei fiati e di quel misto funky&soul alla britannica. La discesa bolognese arriva in concomitanza col tour del secondo lavoro dei devoniani di Tavistock, e ancora più che sul disco si intuisce la volontà di distaccarsi dai tutori di tale nome. L’inizio del concerto, con il benvenuto al Walk Alone parte con qualche caciara di troppo per vincere qual misto di timore e timidezza riscontrabile sulle faccie dei 5, poi il pubblico interagisce con la band ed il concerto sale di 
livello riprendendo i pezzi forti del primo disco, e l’esecuzione ottimale di No Soul riscalda l’ambiente ad introdurre la perla dell’ultima fatica, quella Daniel piccolo gioiello anche dal vivo, anzi più adatta di altre a creare una intensa partecipazione fra chi sta da una parte e dall’altra del palco. Da qui in poi tutto scorre felicemente, a riempimento di una bella serata di musica che vede i 5 ritornare sul palco per i bis finali richiesti a gran voce. Scacciati i fantasmi dei Runners (ma questo è forse solo il sentore dello scribano, il pubblico non giovanissimo ma comunque giovane magari nulla sa di Kevin Rowland e soci) ci rimane un concerto perfetto per una serata di inverno, senza pensare di far la storia della musica ma provando a rendere contenti e partecipi gli amanti di un genere per fortuna duro a morire. Negli occhi dei più rimarrà comunque un suono intenso ma mai distorto, in antitesi con la t-shirt del bassista Sam Mansbridge omaggiante ai Metallica, che poco ci stava a dire con la serata. Se certe sonorità troppo “perfette” del primo disco son andate perse, invece Welcome to walk alone è uscito con un plauso dal concerto bolognese, e per una band questa è la gratificazione maggiore che si possa raggiungere. Per i fans più agguerriti, da segnale che i componenti della band vendono a fine dei concerti un CD-R contente 9 canzoni con esecuzioni alternative o non presenti nei 2 dischi ufficiali. 
inviato catchweb Luca Cocchi

 

I dischi del 2009 di LUCA COCCHI
1. Arctic Monkeys Humbug
2. Pink Mountaintops Outside Love
3. Danger Mouse&Sparklehorse Dark Night Of The Soul
4. The Brute Chorus S/T
5. The Pains Of Being Pure Heart S/T
6. Leisure Society The Sleepers
7. Zen Circus Andate Tutti Affanculo
8. Local Natives Gorilla Manor
9. DM Stith Heavy Gosht
10.Wilco Wilco (The Album)
Ritorno del 2009 :
Madness The Liberty Of Norton Folgate
E.P. del 2009 :
Dinosaur Pile-Up The Most Powerful EP In The Universe
Copertina del 2009
God Help The Girl Stills E.P.
Canzone del 2009 :
Girls Hellhole Ratrace
MIGLIORI DISCHI DEL 2009-LUCA TAROZZI- 
1-BLACK CROWES-BEFORE THE FROST....UNTIL THE FREEZE
2-ARTIC MONKEYS-HUMBUG
3-FRANZ FERDINAND-TONIGHT
4-CASS MC COMBS-CATACOMBS
5-MADNESS-THE LIBERTY OF NORTON FOLGATE
6-NICCOLO FABI- SOLO UN UOMO
7-PEARL JAM- BACKSPACER
8-LEISURE SOCIETY-THE SLEEPERS
9-FLAMING LIPS- EMBRYONIC
10-LOCAL NATIVES- GORILLA MANOR

 

 

 

I dischi del 2009 di Riccardo Cesario :
1. sunset rubdown - dragonslayer
2. antlers - hospice
3. dinosaur jr - farm
4. animal collective - post merriweather pavillion 5. japandroids - post-nothing 
6. bill callahan - sometimes i wish we were an eagle 
7. flaming lips - embryonic
8. pains of being pure at heart - pains of being pure at heart
9. bear in heaven - Beast rest forth mouth
10. fuck buttons - tarot spotmenzione d'onore: dirty projectors, cymbals eat guitars, girls, xx, grizzly bear, fever ray, bat for lashes, polvo, julie's haircut
I dischi del decennio :
3. animal collective - strawberry jam
2. radiohead - kid a (già vincitori del decennio precedente) 
1. arcade fire - funeral

 

 

 

I dischi del 2009 di STEFANO MAGRI
I Giardini Di Mirò Il Fuoco
Alva Not+Ryuichi Sakamoto Utp
Dirty Projectors Bitte Orca
Vladislav Delay Tummaa
Atom TM Liedgut
Gus Gus 24/7
Hell Teufelswerk

I dischi del 2009 di STEFANO MENGOLI
Animal Collective - Merriweather Post Pavillion
Bill Callahan - Sometimes I Wish We Were An Eagle
Dirty Projectors - Bitte Orca
Giardini di Miro' : Il Fuoco
Real Estate
Girls : Album
Moritz on Oswald Trio : Vertical Ascent

PLAYLIST 2009 di FRANCESCO NANNI
Pontiak - Maker
Espers - III
Arctic Monkeys - Humbug
Quest for fire - st
Iggy Pop - Preliminaires
Jeffrey Lewis And The Junkyard - Em Are I A Hawk and A Hacksaw - Délivrance Bonnie 'Prince' Billy - Beware Joe Gideon & The Shark - Harum Scarum Flaming Lips - Embryonic

PLAYLIST 2009 SAVIO RECORDS

1) Reigning Sound - Love and curses (In the Red, USA)
2) Fay Hallam Trinity - 1975 (FHT, England)
3) Magic Christian - Evolver (Dirty Water, England)
4) Madness - The liberty of Norton Folgate (Lucky 7, England)
5) Big Boss Man - Full english breakfast (Blow up, England)
6) The New Christs - Gloria (Impedance, Australia)
7) Heavy Trash - Midnight soul serenade (Fat Possum, USA)
8) The Bishops - For now (Weekender, England)
9) The Dials - Companions of the rosy hours (Gear Discs, England)
10) Lukas Sherfey - Soul vacation (Movement, Denmmark)
PLAYLIST 2009 TOMMASO FOCHI
Atlas Sound - Logos Struggente
Pains of Being pure at heart - st-
Divertente
Girls - Album Intrigante
Yo la Tengo - Popular Songs un classico
Pontiak - Maker Potente
Wilco - Wilco (The Album) Il mestiere...
Grizzly Bear - Veckatimest Azzeccato
Danger Mouse & Sparklehorse - Dark Night of the Soul Panoramico
Soulsavers - Broken Cupo
The Black Heart Procession - Six Meno cupo del
solito, però...
Nota speciale per
The Flaming Lips doing The dark Side of the Moon Sfrontato!!!

 

 

 

 

 


23/01/2010, LEISURE SOCIETY
LocomotivClub Bologna

Il tour europeo dei Leisure Society, bella e recente sorpresa inglese, passa da Bologna in una serata che tarda a riempire il club per via dello spostamento del concerto da un luogo all’altro. Il clima della serata sarà piacciuto assai alla band originaria tra Brighton e Londra, freddo, umidità, nebbia la fanno da padrone fuori dal locale riportando alle menti dei 6 componenti le vie di casa, dopo le recenti serate spagnole che presumibilmente avranno avuto altre temperature. Nonostante tutto i presenti se ne saranno usciti col tepore del loro cuore riscaldato da un concerto di forte intensità, a prova che non sempre il rumore intenso o l’ostentazione dell’essere sempre contro sia la sola condizione ad esaltare e accalorare la platea. Inizio di serata con Nick Hemming all’ukulele, ben accompagnato dai suoi 5 sodali e sempre in crescendo il pubblico è entrato in sintonia con la band che sciogliendosi ha regalato magistrali interpretazioni del proprio repertorio folk-rock da sempre nelle corde della tradizione d’Albione. I ritmi son via via cresciuti, ma i momenti magici si son toccati con le ballate più minimali, tra The Sleeper (titolo anche del disco) e la magnifica The Last Of The Melting Snow (segnalata come il singolo in UK), per concludere la prima parte su ritmi più frizzanti mentre al posto dell’ukulele Mr. Nick sfoggiava chitarre di bellezza uniche. I bis sono iniziati con in solo Nick Hemming alla chitarra e Christian Hardy al piano (i membri originali del gruppo), poi via via si sono uniti tutti a rendere il finale di concerto rappresentato dall’omaggio ai Beatles di Something una fantastica rappresentazione di cosa classe, idee e voglia di divertirsi possano ancora essere e cosa ancora possano regalare anche a platee sempre attente alle nuove realtà. Obiettivo centrato, e un augurio di buona visita a Firenze a tutta la band, visto l’interesse di sapere quanto tempo sarebbe necessitato per farci un salto. 
Luca Cocchi 

 

 

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